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mercoledì 18 marzo 2026

L'AQUILA NELL'ARTE: VIA ROCCA DI CORNO

 

Immagine n. 2 - L'Aquila, via Rocca di Corno
in un dipinto di Teofilo Masulli.


Immagine n. 1 - L'Aquila, via Rocca di Corno
in una fotografia d'epoca.

(Fonte immagine: Calendario 2025 《Zampilli di Storia》, a cura dell'associazione "Jemo 'nnanzi", Edizioni One Group).


Immagine n. 3 - L'Aquila,
via Rocca di Corno
in una ceramica figurata.



🚩 L'Aquila, tre vedute di Via Rocca di Corno (Quarto di San Giovanni) interpretate da tre differenti espressioni d'arte: la fotografia, la pittura, la ceramica.


📍 Via Rocco di Corno è una di quelle caratteristiche vie 《minori》 aquilane, di quelle che quando le attraversi trovi una diversa espressione della città: dalla città più alto-locata, fatta di splendidi palazzi signorili, alla città più popolare, fatta di altrettanto splendide casette attraverso le quali si ha l'impressione di trovarsi all'interno di un piccolo borgo, così come accade similmente tra le viuzze di Borgo Rivera e tra le Coste e gli sdruccioli che da Capopiazza scendono verso via Fortebraccio. 

↪ Sono due anime della città solo apparentemente distanti, diverse, ma in realtà complementari: due anime senza stonature reciproche, che convivono e si amàlgamano armoniosamente in un contesto urbanistico storico sapientemente disegnato dalla perizia dei nostri antenati.


🏰 Siamo nel Quarto di San Giovanni, quello che guarda verso i castelli, le ville e le terre di sud-ovest nel Contado Aquilano. Via Rocca di Corno, nella sua denominazione, richiama quella parte di Contado che gravita intorno al diruto castello di Corno, aggregato al 《Comitatus》 aquilano già nel corso del Quattrocento, secondo quanto riporta Carlo Blasetti.


📍 Come le altre vie storiche dell'Aquila, che hanno saputo adattarsi efficacemente ai dislivelli altimetrici, ai saliscendi lungo il loro percorso, anche Via Rocca di Corno ha una veduta particolarmente suggestiva da offrirci:

da Via XX Settembre fermiamoci subito all'imbocco di Via Rocca di Corno; guardando verso l'alto scorgiamo i due campanili della Cattedrale metropolitana dei Santi Massimo e Giorgio, in particolare ne vediamo le porzioni più in alto con i rispettivi cupolini.

↪ Prima di addentrarci nella stradina facciamo qualche passo a destra e siamo subito all'ingresso di Via delle Bone Novelle (la storica《Valle di Rojo》di cui ci parla il prof. Colapietra): da qui un'altra veduta ci colpisce e ci affascina; guardiamo verso l'alto e vediamo la suggestiva cupola a tamburo, tipologia alla 《lombarda》, della chiesa di Santa Maria del Suffragio (le 《Anime Sante》), resa ancora più slanciata dalla sua posizione situata in maggiore altura rispetto a Via XX Settembre.


📍 Ora possiamo entrare in Via Rocca di Corno percorrendola in direzione del cuore della città, accompagnati da queste tre immagini allegate.


🖼 1- L'immagine n. 1 ci mostra l'inizio di Via Rocca di Corno in direzione nord, mediante una foto d'epoca (anni '30 del Novecento) che ne ritrae un momento di vita quotidiana attorno alla sua famosa fontanella con il palazzetto d'angolo smussato che possiamo vedere tutt'oggi sulla sinistra entrando da via XX Settembre

(la foto è tratta dal Calendario 2025 《Zampilli di Storia》, a cura dell'associazione "Jemo 'nnanzi", Edizioni One Group).


🖼 2 - L'immagine n. 2 è un dipinto di Teofilo Masulli, il cui linguaggio riesce a rendere con vivace verità le scene di genere popolate da personaggi di estrazioni sociali differenti, ben rese dal diverso abbigliamento nonché dalle differenti posture e atteggiamenti, scene normalmente ambientate in spazi più o meno noti della nostra Città ma sempre vivi grazie alla 《calda》 scelta di colori e alla vivacità dei personaggi che sembrano statuine viventi le quali animano la scena di tanti bei presepi artistici.

Nella scena rappresentata dal Masulli riconosciamo lo stesso palazzetto d'angolo che avevamo già intravisto sulla sinistra della foto nell'immagine n. 1.

Davanti a quel palazzetto possiamo prendere due direzioni: 

- a destra proseguiamo lungo Via Rocco di Corno, salendo, fino a giungere a Piazza Rocca di Corno caratterizzata da una forma triangolare che la rende facilmente riconoscibile;

- a sinistra invece possiamo salire lungo una scalinata-cordonata dai bassi gradoni, che assecondano la pendenza, e raggiungiamo Via del Cardinale da dove poi possiamo proseguire in salita fino a Piazza del Cardinale (Amico Agnìfili) continuando quindi a camminare verso Piazza Santa Maria di Rojo, dove ritroviamo la città nobile con Palazzo Rivera, o verso Piazza San Marciano dove ritroviamo la città nobile con Palazzo Rustici.


🖼 3 - L'immagine n. 3 è invece una ceramica figurata fatta realizzare dalla storica compagnia teatrale 《Il Gruppo》 dell'Aquila nel settembre del 2009, in occasione del 30° anniversario dalla fondazione grazie alla passione e all'impegno dei coniugi Rossana Crisi e Franco Villani, che hanno cresciuto artisticamente generazioni di giovani studenti che si avvicinavano al teatro amatoriale dialettale. Proprio lì, in una delle casette di via Rocca di Corno, 《Il Gruppo》 aveva una sede di riferimento fino al sisma del 2009. Oggi, a 47 anni dalla fondazione, la compagnia teatrale prosegue la sua attività meritoria nella coltivazione del dialetto aquilano.

La ceramica figurata che vediamo nella terza immagine inquadra Via Rocco di Corno in visuale perfettamente frontale, con la vista in profondità che parte proprio accanto alla famosa fontanella.


❓Che altro dire? 

❗Molto altro, teoricamente! 

↪ Fermiamoci però qui e andiamo a percorrere e a contemplare le vedute prospettiche e l'atmosfera di questa stradina aquilana che, insieme a tante altre, impreziosisce la percezione d'insieme della nostra città.



Mauro Rosati

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P.S. Nel dipinto di Teofilo Masulli vediamo un caratteristico bel balcone-ballatoio in legno, uno 《jafu》(o 《glifo》) come in passato se ne trovavano tanti anche nel nostro territorio, con alcuni che sono stati meritevolmente recuperati; nel corso del tempo, forse già dal secolo scorso, il balcone in legno del dipinto è stato purtroppo sostituito da un più comune e anonimo balcone in cemento. Ciò nonostante la suggestione di quell'angolo di città rimane ugualmente viva grazie al suo disegno d'insieme rimasto fedele alla sua conformazione storico-urbanistica.

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lunedì 9 marzo 2026

AQUILA NERA, AQUILA ROSSA

 

Aquila: 《Arme della Città》
Immagine 2 - Policromìa


Aquila: 《Arme della Città》
Immagine 1 - Monocromìa



🦅 🛡 Una versione dell'arme civica della Città dell'Aquila così come rappresentata nella pianta della città di Johannes Blaeu e Pierre Mortier (stampa 1680; ristampa 1704).

📍Nella versione in monocromìa (immagine 1) si distingue bene la scritta in basso 《Arme della Città》.


📍L'impostazione d'insieme è quella consueta dell'aquila in maestà (posta frontalmente), coronata d'oro.


📍Due dettagli risaltano invece riguardo alla cromìa e alle ali:

- ↪ si tratta di un'aquila dal volo alzato (ossìa con le punte delle ali rivolte verso l'alto), a differenza del più frequente volo abbassato;

- ↪ la versione in policromìa (immagine 2), poi, ci restituisce un'aquila rossa su campo argento che si può blasonare in bozza come 《D'argento, all'aquila rossa in maestà, dal volo alzato e coronata d'oro》; lo scudo è classificabile come 《accartocciato》, tipologia diffusa già a partire dal Cinquecento, le cui pieghe intendono imitare l'accartocciamento (le pieghe) di un foglio in pergamena.



Mauro Rosati

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martedì 3 febbraio 2026

C'ERA UNA VOLTA UN RE...

 

(Foto: Mauro Rosati, 2018)



✍ Favoletta della buonanotte (e del buongiorno), per grandi e piccini.

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📖 C'era una volta...


👑 C'era una volta un Re

che si chiamava Ladislao,

poco più di seicento anni fa.


🏰 Un bel giorno re Ladislao decise di costruire un fortino in una città del suo Reame che si chiama Aquila (per gli amici 《L'Aquila》).

🦅 Aquila, città fiera e intraprendente, 

costruita nel cuore degli Appennini per volere del popolo, 

sorge su un'altura, protetta dall'abbraccio dei suoi monti ammantati di neve.


🎪 Nel cuore dell'Aquila c'era una grande Piazza dove si svolgevano il Mercato, le Fiere, le Feste, le Processioni, e tante altre cose di tutti i giorni:

gli Aquilani la chiamavano Piazza Maggiore, o Piazza del Mercato,

 o più semplicemente anche 《la Piazza》, 

come si usa ancor adesso.

Gli Aquilani di oggi la chiamano anche Piazza del Duomo.


👑 👉 Un bel giorno re Ladislao ordinò di costruire la Castellina, un piccolo fortino, proprio su questa grande Piazza.

Ai tempi di re Ladislao non c'era ancora la Fortezza spagnola, che fu invece costruita più di un secolo dopo.


🦅 Gli Aquilani erano autonomi, operosi e intraprendenti,

orgogliosi della loro Libertà.

👀 Per questo re Ladislao voleva tenerli d'occhio, forse un po' timoroso del loro carattere fiero e indipendente.

🏰 E così la Castellina di re Ladislao fu costruita a Capopiazza, la parte più alta della grande Piazza Maggiore;

il Re mandò alcuni dei suoi soldati a presidiare questo nuovo fortino.


🤨😠 Gli Aquilani, però, non apprezzarono molto e la Castellina non durò a lungo:

🖐 un giorno gli Aquilani cacciarono via i soldati del Re e poi smantellarono la Castellina, che aveva occupato un pezzo della loro grande e amata Piazza, fatta di tante botteghe e di tanta vita quotidiana.


🦅 E così Capopiazza, e la Piazza, tornarono ad essere libere, il cuore pulsante dell'Aquila.


📖 Accadeva poco più di seicento anni fa.


...c'era una volta una Piazza...

...c'era una volta Capopiazza...


❓ E oggi?

🤔 Oggi da Pie' di Piazza (la parte più bassa) non si vede più Capopiazza,

🤔 e da Capopiazza (la parte più alta) non si vede più Pie' di Piazza;

❗😮 semplicemente non si vede più la Piazza, 

anche se esiste ancora.


❗Oggi le due statue delle Fontane di Piazza, 

i due Diòscuri, si sentono smarrite:

- la statua più in basso guarda verso la Cattedrale per non guardare Capopiazza;

- la statua più in alto guarda invece verso Capopiazza, però non vede più nulla, perché un gigantesco sipario le copre la vista... .



Mauro Rosati

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giovedì 18 dicembre 2025

LA 《FLÈCHE》

 



《Fluctuat nec mergitur》 - La 《Flèche》!


Un gradito e inatteso omaggio giunto direttamente da Parigi!

Un semplice ma elegante segnalibro, finemente disegnato, che celebra la 《Flèche》, la grande guglia della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, ricostruita fedelmente tra il 2023 e il 2024 dopo il crollo provocato dal grave incendio del 15/04/2019, il quale distrusse gran parte della copertura dell'edificio e danneggiò alcune delle volte interne alla chiesa.


- 《Le coq》🐓 

Sulla punta del segnalibro, non visibile in foto, si vede un volatile in bassorilievo: si tratta del gallo (《le coq》), uccello dai diversi simbolismi, che venne posto in punta alla 《Flèche》nel progetto ottocentesco della guglia poi crollata durante l'incendio del 2019. Il gallo è stato ritrovato tra le macerie della 《Flèche》 ottocentesca, poi riprodotto fedelmente e infine ricollocato in copia sulla 《Flèche》 ricostruita.

Il gallo precedente verrà invece musealizzato.


- L'apostolo Tommaso

Alla base del segnalibro si vede inoltre una figura che guarda verso l'alto: si tratta della statua dell'apostolo Tommaso che volge lo sguardo verso la guglia e, pare, somigliante all'architetto Eugène Viollet-le Duc, progettista della 《Flèche》ottocentesca. L'opera fa parte del gruppo di statue degli apostoli che si sono salvate dal crollo in quanto erano state rimosse durante il cantiere di restauro che era in corso quando scoppiò l'incendio del 15/04/2019.


- Un segnàcolo urbano ⛪ 

La grande guglia di Notre-Dame rappresenta uno dei principali punti di riferimento visivi nel profilo urbano di Parigi e, inoltre, conferisce un notevole slancio verticale a un grande edificio che si sviluppa ampiamente in orizzontale, bilanciando quindi le due componenti (orizzontalità e verticalità).

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Come da programma, la Cattedrale parigina di Notre-Dame è stata riaperta al pubblico verso la fine del 2024, restituendo a Parigi, alla Francia, all'Europa e al Mondo un monumento di grande spessore storico e architettonico che appartiene all'intera Umanità.


Tutta la mia costante riconoscenza ai Vigili del Fuoco, alle maestranze, ai progettisti, e a tutti gli altri attori che hanno prima salvato e poi ci hanno ridonato questa inestimabile opera architettonica.



Mauro Rosati

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👉 Qui di seguito un po' di storia delle tre guglie che si sono succedute dal Settecento ad oggi (URL consultato in data 18/12/2025): 🌐

https://www.paris.fr/pages/l-histoire-en-images-de-la-fleche-de-notre-dame-6716

(📰《Paris》, 28/11/2024)

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sabato 25 ottobre 2025

《 LA COLONIA 》- TOPONOMASTICA POPOLARE

 

Fig. 1 - L'Aquila, veduta dell'ala meridionale
dell'ex Colonia 《9 maggio》.

(2025)

Fig. 2 - L'Aquila, veduta dall'alto
 dell'ex Colonia 《9 maggio》.

(Fonte immagine: Google Maps)


Se vi chiedessero indicazioni stradali per 《la Colonia》, nei dintorni dell'Aquila, quale località indichereste?


❓Dov'è 《la Colonia》? 

❗Risposta.
Siamo a L'Aquila, nella Delegazione di Rojo, più precisamente nella zona dell'odierno Polo d'Ingegneria dell'Università degli Studi dell'Aquila, a ridosso dello storico 《chalet》 di Monte Luco.
Alcuni giorni fa, mentre commentavo l'interessante particolarità dell'edificio-colonia (che vedremo più avanti in questo post), il figlio di una signora rojana novantenne mi ha raccontato che sua madre era solita indicare quella località come 《la Colonia》, soprattutto prima che l'area assumesse la sua odierna identificazione accademica.


❓ Perché 《la Colonia》?

❗ Perché nel 1937, su progetto di Ettore Rossi, in quel luogo sorse il fabbricato della Colonia 《9 maggio》(fig. 1), luogo di villeggiatura estiva per i bambini 《figli del Mare》, che venivano a trascorrere un periodo in montagna. Allo stesso modo, nelle località costiere sorgevano le Colonie marittime per i bambini delle aree interne, non soltanto quelle montuose ma, in generale, quelle lontane dal mare (ad es. Bologna rispetto al litorale della Romagna).


❓Perché 《9 maggio》?

❗Nel calendario del regime fascista il 《9 maggio》 era il giorno della 《proclamazione dell'Impero》(09/05/1936), pochi giorni dopo la fine della Guerra coloniale d'Etiopia (1935-1936).


❓E poi?

❗Come ricordano diversi nostri concittadini, alla fine della Seconda Guerra Mondiale l'edificio della Colonia venne destinato all'ospitalità di molti civili italiani: si trattava degli 《èsuli giuliano-dalmati》 in fuga dal confine nord-orientale d'Italia a seguito dei noti massacri delle foibe perpetrati dalle milizie del maresciallo 《Tito》, nonché di altri sanguinosi accadimenti come la 《strage di Vergarolla》 a Pola (18/08/1946).


❓La seconda metà del Novecento.

❗Molto tempo dopo, con l'avvento della Facoltà di Ingegneria, l'ex Colonia 《9 maggio》 divenne il nucleo originario del polo universitario (già almeno fin dai primi anni '70), poi ampliato con la costruzione degli altri blocchi che vediamo oggi. Tuttavia, per la generazione dei nostri nonni, nati prima della Seconda Guerra Mondiale, rimaneva ovviamente viva l'associazione concettuale con 《la Colonia》, funzione originaria del palazzo.
Un po' come quando oggi si dice 《San Salvatore vecchio》 per indicare l'ex sede dell'Ospedale dell'Aquila in zona San Basilio,  nata dopo l'Unità d'Italia intorno all'ex monastero di Sant'Agnese, tutt'oggi esistente, poi ampliata nel corso del Novecento e in uso sino alla fine del XX secolo.


❓L'ex Colonia ha una particolarità: quale?

❗Come fece osservare il prof. Walter Cavalieri in un post social pubblico a tema, l'edificio ex Colonia, oltre ad essere un interessante esempio di architettura razionalista, articolato ed essenziale allo stesso tempo, possiede una particolarità non casuale (fig. 2):
⚓ visto dall'alto il palazzo ha la forma di un'àncora formata dalla parte bassa (l'edificio stesso) e dal 《fuso》 verticale disegnato dal viale alberato antistante che si sviluppa rettilineo in lunghezza.
Particolarità non casuale, ovviamente, poiché la colonia era destinata ai bambini del mare e quindi, simbolicamente, era come portare il mare ai quasi 1000 metri di altitudine di Monte Luco.


❗L'auspicio è che l'edificio dell'ex Colonia venga recuperato come merita, conservando anche il viale alberato centrale che è parte integrante fondamentale del disegno d'insieme.
Ieri colonia montana, poi prima sede della Facoltà d'Ingegneria, oggi complesso storico da rifunzionalizzare a servizio del Polo d'Ingegneria: un valore aggiunto per tutta la cittadella universitaria di Monte Luco, sia architettonicamente sia per la particolare caratteristica planimetrica.



Mauro Rosati
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giovedì 16 ottobre 2025

QUANTE 《VIA GLUCK》 ANCORA ?

 

Quante 《Via Gluck》 ancora?

Per citare il famosissimo brano a tema di Adriano Celentano.

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Il problema del consumo di suolo è ancora molto attuale, e il concetto della pianificazione a《volume zero》 fa ancora fatica a concretizzarsi.


Percorrere le nostre strade è diventato un calvario quotidiano con sempre nuove tappe fatte di cemento e di asfalto, che spuntano dove capita come erbe infestanti, sia ad Est, sia ad Ovest.

Non c'e settimana, non c'è mese, in cui in città non compaiano nuove recinzioni da cantiere, nuovi sbancamenti:

sempre costruzioni... costruzioni... costruzioni!


Quanto ancora vogliamo costruire?

Dove vogliamo arrivare? 

Fino a Rieti? Fino a Teramo? Magari creando una megalopoli di decine di chilometri?


Quanti ettari di terreno ci stiamo mangiando? Quante nuove costruzioni, commerciali, industriali, residenziali, stiamo realizzando a fronte di tanti edifici rimasti incompleti oppure inutilizzati da anni o addirittura da decenni?


È effettivamente necessario tutto ciò?

Ci sono logica e ordine urbanistici in tutto questo? Oppure si va avanti a macchia di leopardo, in modo sciatto e disordinato?


Esiste ancora un Piano Regolatore?

Oppure, come scriveva il prof. Alessandro Clementi circa 15 anni fa, 《C'era una volta il Piano Regolatore》?

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Negli anni '60, ai tempi del 《ragazzo della Via Gluck》 , perlomeno c'era la 《giustificazione》(si fa per dire)  del 《boom economico》 e del relativo aumento demografico (il 《baby boom》).

Oggi, invece, per cosa continuiamo a costruire? 

Per lasciare case vuote a fronte di una stagnazione demografica che caratterizza un po' tutta l'Italia (a parte qualche eccezione)?

Per lasciare capannoni e locali commerciali vuoti a fronte di attività produttive e di commercio (piccole e medie imprese) che chiudono i battenti dalla sera alla mattina?


Nei Paesi civili l'edilizia lavora abbondantemente e senza consumo di nuovi suoli: si recupera ciò che è inutilizzato e, se necessario, si abbatte e si ricostruisce sullo stesso posto.

Quando ci allineeremo anche noi ai Paesi civili?

Quando arriverà la Civiltà anche da noi?


Più che continuare a costruire, non avremmo invece bisogno di un nuovo Piano Regolatore che non sia di espansione, bensì di riqualificazione e di risanamento paesaggistico?

Un Piano Regolatore che, per esempio, promuova la salvaguardia e il recupero dell'architettura e del paesaggio rurali (case coloniche, casali, vecchie muraglie di cinta in pietra ben costruite, ecc.).


A che 《pro》 continuiamo a mangiarci terreni per realizzare 《scatole vuote》(o semivuote), per chilometri e chilometri, tutte uguali, mortificando il nostro Paesaggio e senza capire più quali siano i confini tra un centro abitato e l'altro?

A che 《pro》 continuiamo a imbrattare terreni con lingue d'asfalto che compaiono ovunque, anche dove non sono necessarie? 

E fra un po' con l'asfalto ci pavimenteremo magari anche le nostre case.


Poi ci lamentiamo degli allagamenti ad ogni nubifragio un po' più intenso...

Poi ci lamentiamo dei borghi che si spopolano...

Poi ci lamentiamo del traffico veicolare che aumenta...

Poi ci lamentiamo se gli spazzaneve non passano subito e su tutte le strade...

Poi ci lamentiamo delle imposte comunali che aumentano...

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Più ci si allarga senza necessità, e per giunta disordinatamente, e più diventa impegnativo e costoso portare i servizi pubblici ovunque (trasporto pubblico, raccolta rifiuti, fognature, illuminazione, reti idriche, ecc.):

tutti costi aggiuntivi che vanno a gravare sulle nostre tasche, oltre allo scempio paesaggistico-ambientale.

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Non creiamo nuove《Via Gluck》, piuttosto fermiamoci e accogliamo anche noi la Civiltà (quella con la 《 C 》 maiuscola) e la《modernità》(quella vera)!

Ne trarremo tutti vantaggio, come dimostrano tantissime esperienze già attuali in Italia e in Europa!



Mauro Rosati

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domenica 3 agosto 2025

UN "TEATRO"... DAVANTI AL TEATRO

L'Aquila, piazza San Filippo: veduta d'insieme.
(Foto: Mauro Rosati, 2025)

 


🚩 L'Aquila, Piazza San Filippo (Quarto di San Pietro):

un'omogenea e studiata scenografia urbana barocca nel cuore della nostra città.


📍 Un largo che si apre lungo Via Cavour delimitato da una facciata sobria ma elegante, dalle forme morbide e sinuose, che abbraccia tutti gli edifici alle sue spalle creando una percezione visiva uniforme: Piazza San Filippo (《Largo San Filippo》 nel Viario ufficiale del Comune-Città dell'Aquila) è un esempio compiuto di urbanistica barocca studiato e pensato secondo una logica definita.

↪ La piazzetta non si trova in un posto casuale ma svolge una funzione ben precisa che unisce rispettosamente e intelligentemente architettura e urbanistica.

Siamo infatti all'altezza della chiesa (oggi teatro) di San Filippo (San Filippo Neri) fondata a L'Aquila dai Padri della Confederazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (《C.O. = Confoederatio Oratorii Sancti Philippi Nerii》), ossìa i Padri Oratoriani, comunemente noti anche come Padri Filippini, dal nome del fondatore. 

↪ Lo slargo che vediamo si sviluppa quindi di fronte alla chiesa come uno spazio teatrale dal quale assistere a uno spettacolo, affinché chi passa di lì possa ammirare la facciata della chiesa stessa, situata dal lato opposto: in pratica una 《platèa》, proprio come a teatro e, possiamo osservare in aggiunta, la parola 《piazza》 deriva dal latino 《platĕa》, a sua volta dal greco 《plateía》, con riferimento al concetto di largo, aperto.

↪ La platea dei teatri, infatti, è una 《piazza》 antistante al palcoscenico, dove sono collocate le poltrone dei posti a sedere; e proprio per questo il vocabolo 《platea》è passato, per metonìmia a indicare anche il pubblico stesso che assiste a un certo evento (spettacolo teatrale, concerto, conferenza, ecc.).


📍 Piazza San Filippo si mostra come una soluzione urbanistica coordinata con criterio e che, seppur con un linguaggio stilistico differente, ricorda concettualmente l'impostazione di Piazza Sant'Ignazio a Roma, la quale si apre dinanzi alla chiesa gesuita di Sant'Ignazio di Loyola, intitolata al fondatore della Compagnia di Gesù (《S.J. /S.I. = Societas Jesu / Societas Iesu》) , nota per la finta cupola prospettica opera di Andrea Pozzo e affiancata dal Collegio Romano, in origine casa d'istruzione fondata e gestita dai Padri Gesuiti e oggi sede centrale del Ministero della Cultura.


📍Torniamo di nuovo alla nostra Piazza San Filippo.

Quando passiamo per Via Cavour fermiamoci per qualche istante a contemplare questo accogliente angolo di città raccolto e ben disegnato, situato nel cuore del Quarto di San Pietro e a poca distanza dalla Piazza del Duomo (Piazza del Mercato)!

Dal portale della chiesa-teatro ammiriamo la piccola e graziosa piazza e poi proprio dalla piazzetta guardiamo a sua volta la facciata della chiesa!


Nota integrativa.

📍Così come accaduto per la chiesa gesuita di Santa Margherita (in origine parrocchiale di Santa Margherita della Forcella), sempre a L'Aquila, anche la chiesa di San Filippo è rimasta con la facciata 《a grezzo》 ossia con le pietre predisposte per il montaggio del prospetto che non venne poi realizzato.

Un fenomeno che riscontriamo spesso, parzialmente o integralmente, anche in altre città e generalmente dovuto a circostanze sfavorevoli (ad esempio economiche) che non resero possibile il completamento dei prospetti, soprattutto nei casi di facciate particolarmente ampie

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Curiosità - I doppi numeri civici.

📍Accanto ai portali che si affacciano su Piazza San Filippo possiamo osservare in almeno un caso la presenza di due numeri civici contemporaneamente: uno più basso e uno più alto.


❓ Perché due numeri civici?


❗ La spiegazione più plausibile, sulla base di altri esempi storicamente attestati in città, ci suggerisce l'ipotesi che la piazza seguisse in origine la numerazione dell'odierna Via Cavour, senza distinzione; poi, in un secondo momento, quando il largo è stato intitolato ufficialmente come 《Piazza/Largo San Filippo》, i portali che si aprono nel bel prospetto barocco hanno acquisito una numerazione indipendente rispetto a Via Cavour.

↪ Quindi possiamo dedurre che il numero con il valore più alto appartenga alla vecchia numerazione civica mentre quello con il valore più basso sia il civico più nuovo ed oggi valido.



Mauro Rosati

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giovedì 29 maggio 2025

《MONTAGNE VERDI》

 

(Foto: Mauro Rosati, 2025)


Montagne verdi!


Una passeggiata pomeridiana a Pie' la Costa di Tornimparte (L'Aquila): le belle montagne verdeggianti che si scorgono dal Chiassetto Scaruzza. 

Uno dei molteplici suggestivi scorci che ci offre questo piccolo e grazioso borgo, meritevole di essere visitato, a due passi dalla nostra Città dell'Aquila, nel Quarto di San Giovanni fuori le Mura.


In questa veduta (vedi foto) ho apprezzato particolarmente il nitóre dei colori, figlio di una combinazione tra atmosfera e luminosità del momento:

il verde quasi《rubino》 dei boschi sul limpido fondo celeste, il chiaroscuro dei pendii ondulati creato dall'alternarsi cadenzato di creste assolate e di valloni ombreggiati, e quelle nuvole sparse nel cielo, come fossero pennellate di bianco dalla tonalità delicata ma dai contorni decisi! 🖌 🎨 


Condivido quindi con piacere quest'immagine, che è veduta ed emozione allo stesso tempo! 🌳 ☁️ 

 

Tra l'altro questi monti sono uno spettacolo anche in Autunno, quando si colorano di tante sfumature; una vera e propria tavolozza. 😊

E, inoltre, quando nevica a sufficienza mi hanno sempre dato la suggestione di grandi pandori ricoperti di zucchero a velo. ❄


Fate un salto a Pie' la Costa, magari per un passeggiata domenicale:

contemplatene e 《assaporatene》 le vie, le piazzette, le rue, l'onomastica stradale che riflette la memoria della storia locale, la fonte pubblica, le molte colorate e originali meridiane realizzate alcuni decenni fa dai signori Alessandro ed Erminio, le rocce calcaree e i 《tufi》 che emergono in tanti punti del paese, le pendenze graduali da percorrere in tranquillità e godere passo per passo, i dettagli costruttivi delle abitazioni più caratteristiche.


Un ringraziamento e un apprezzamento alla locale associazione 《Amici della Montagna》 che si prende cura della valorizzazione di questo borgo incastonato alle falde dei monti che corrono fra Tornimparte e l'Alto Cicolano.

Un borgo che, come molti nel nostro Appennino, cerca di far fronte al problema dello spopolamento.



Mauro Rosati

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martedì 20 maggio 2025

《SANTA BARBARA E IL SUO QUARTIERE - Riflessioni, storia e comparazioni》

 



Santa Barbara, epònima del noto quartiere aquilano della prima periferia ovest, integralmente ricostruito dopo il sisma del 2009 conservando la sua impostazione urbanistica e le volumetrie originali delle case e delle palazzine demolite. Si tratta del quartiere ex INA intitolato appunto "Santa Barbara" (Quarto di San Pietro fuori le Mura), edificato nell'àmbito del piano nazionale di edilizia residenziale economica denominato 《INA-Casa》, attuato tra il 1949 e il 1963, dove l'acrònimo 《INA》 sta per I(stituto) N(azionale) A(ssicurazioni)
( vedi ad es.:
https://www.treccani.it/enciclopedia/il-piano-ina-casa-1949-1963_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica)/ , 20/05/2025).

I quartieri cittadini "Banca d'Italia" e quelli "INA-Casa" di Santa Barbara e di San Francesco, sorti dopo la Seconda Guerra Mondiale, rappresentano forse l'ultimo esempio del Novecento di urbanizzazione abbastanza ben pianificata e omogenea, anche dal punto di vista delle volumetrie, prima che prevalesse un criterio di pura e semplice lottizzazione edilizia senza rigorose prescrizioni di ordinata pianificazione, ordinata distribuzione e volumi edilizi regolari.
I quartieri "ex INA" di Santa Barbara e San Francesco, nonché quello "Banca d'Italia", si caratterizzano infatti per uno schema di strade convergenti verso lo spazio di una piazzetta centrale (es. Piazza Tommaso da Celano a San Francesco) e per la presenza di servizi comuni, tra i quali spazi verdi, come aiuole e alberature. Inoltre, dal punto di vista dell'odonomastica, il quartiere "Banca d'Italia" può essere definito anche come "Quartiere Italico", poiché le sue vie sono prevalentemente intitolate a popolazioni italiche inerenti alla storia antica degli Abruzzi: via dei Frentani, via dei Marrucini, via dei Marsi, via dei Peligni, via dei Piceni, via dei Sabini, via dei Vestini, con al centro la Piazza della Lega Italica, secondo una logica onomastica omogenea.
Architettonicamente, le case INA si contraddistinguono e si riconoscono per una struttura essenziale costituita da un telaio in cemento armato con tamponature in mattoni a vista, osservabili ancor oggi sulle abitazioni ristrutturate per le quali non è stata effettuata demolizione.


- Perché "quartiere Santa Barbara"?
Alcuni concittadini, nonché
la guida toponomastica aquilana di Quirino Bernardi (1961), pressappoco coeva all'edificazione del quartiere, riferiscono che il titolo di "Santa Barbara" sarebbe stato attribuito per la vicinanza del caseggiato alla Piazza d'Arme (o Piazza d'Armi), divenuta poi demanio comunale negli anni 2000, e alla corrispettiva Caserma "Giuseppe Pasquali/Campomizzi". Ancora alla fine degli anni '90 del Novecento da viale Corrado IV si vedevano i mezzi militari durante le esercitazioni proprio nell'ampio campo di Piazza d'Arme. Fino ad alcuni anni fa, la Caserma "Pasquali-Campomizzi", oggi sede degli Alpini, ha ospitato la Brigata Meccanizzata "Acqui".


- E quindi perché "Santa Barbara"?
Santa Barbara è tradizionalmente patrona di lavoratori che hanno a che fare con i rischi di fulmini, fuoco, esplosivi e simili; ad esempio:
i Vigili del Fuoco, la Marina Militare Italiana, e - ancora - artificieri, minatori, marinai, artiglieri, architetti, ingegneri ambientali, muratori, campanari, ombrellai.
Non a caso, i depositi di munizioni venivano comunemente chiamati anche《santabarbara》, come riscontrabile nei vocabolari di lingua italiana.
Santa Barbara, secondo alcune versioni agiografiche, fu rinchiusa in una torre dal padre Dioscoro, da cui la diffusa rappresentazione iconografica della Santa che regge una torre. E sempre suo padre Dioscoro, secondo alcune delle differenti versioni, uccise di persona la figlia Barbara e venne colpito da un fulmine o da un grande fuoco disceso dal cielo.
(vedi ad es.: https://www.santiebeati.it/dettaglio/80400 , 20/05/2025).

Santa Barbara, la cui ricorrenza cade il 4 dicembre, è anche patrona della Città di Rieti.
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Nota integrativa.
Come attestato da immagini d'epoca pubblicate ad esempio in 《Aquila in cartolina》, già prima della Seconda Guerra Mondiale, quindi precedentemente al quartiere "Santa Barbara" e alla Caserma "Pasquali-Campomizzi", l'ampia area di Piazza d'Arme veniva utilizzata come campo di esercitazioni per la vicina Caserma "Vincenzo De Rosa", sede del 18° Reggimento di Artiglieria, sciolto nel 1943 dopo l'armistizio dell'8 settembre e la rotta dell'Esercito Italiano. 

Raccontava il signor Spartaco, aquilano classe 1925, che durante l'occupazione nazista (1943-1944) Piazza d'Arme venne utilizzata anche come spazio per atterraggio e decollo di velivoli da parte delle truppe occupanti. 

La Caserma "De Rosa" era una grande cittadella che sorgeva nell'area di Villa Gioia, dove oggi si trovano i complessi del Palazzo di Giustizia e dell'Agenzia delle Entrate, sempre come attestano immagini d'epoca consultabili in diverse pubblicazioni.

Oggi, come unica e importante testimonianza materiale dell'ex Caserma "De Rosa", rimane la grande facciata triangolare a ridosso delle Mura civiche di Viale XXV Aprile, visibile dal piazzale di una galleria commerciale in Via Rocco Carabba e da chi percorre il Viale verso, o da, la Stazione Ferroviaria Centrale. La facciata rimanente, restaurata insieme alle Mura, faceva parte di una delle scuderie dell'ex Caserma, come riscontrabile dalla comparazione con le foto d'epoca disponibili nelle pubblicazioni.
Fino al terremoto del 2009 erano visibili anche altri elementi del complesso della Caserma "De Rosa":
• una interessante garitta in mattoni di gusto neo-gotico essenziale, elevata su un bastione, poi crollata a causa del sisma e non ricostruita durante il restauro delle Mura (la garitta era situata sulle mura a ridosso del piazzale antistante al Tribunale) ;
• e poi c'era anche una palazzina di buongusto otto-novecentesco che sorgeva subito accanto al Palazzo di Giustizia (a sinistra guardando l'ingresso del Tribunale), visibile sulla destra scendendo all'inizio di Via Francesco Filomusi Guelfi, e già sede del Comando della Caserma "De Rosa", come indicato nella didascalìa di un'immagine di 《Aquila in cartolina》; questa interessante palazzina, demolita dopo il sisma e non ricostruita, corrispondeva a una parte degli odierni parcheggi a ridosso del Tribunale.
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Insomma, un breve giro tra pagine di Storia contemporanea della nostra città:
da Santa Barbara e Piazza d'Arme fino a San Francesco, dal quartiere "Banca d'Italia" a Villa Gioia.


Mauro
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domenica 24 novembre 2024

LA MISERICORDIA NELLE PIANTE STORICHE DELL'AQUILA (Nota di approfondimento)

 

✒ Pubblico questa breve nota di approfondimento, traendo spunto dal mio articolo pubblicato a metà novembre sulla stampa locale aquilana.

Vedi ad esempio:

🌐

https://www.ilcapoluogo.it/2024/11/14/una-palestra-al-posto-della-chiesa-della-misericordia-il-vecchio-progetto/

(《Il Capoluogo》, 14/11/2024)

🌐

https://www.improntalaquila.com/2024/11/14/la%e3%80%8apalestra%e3%80%8bdella-misericordia/

(《L'Impronta - L'Aquila》, 14/11/2024)

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✒ Nota di approfondimento.

La Misericordia in alcune delle principali piante storiche della città di Aquila

🔎 Per le parole segnate da asterischi vedi le annotazioni in fondo al post.


🗺 1575: 

📍n. 103 - La Misericordia, confraternita

(1ª pianta di Aquila di Girolamo Pico Fonticulano)


🗺 1600: 

📍n. 36 - La Misericordia, Mon(aster)o d(i) Zitelle*

(2ª pianta di Aquila di Girolamo Pico Fonticulano, 1581; incisa postuma da Jacopo Lauro nel 1600)


🗺 1622: 

📍n. 40 - S(anta) Maria della Mis(ericordi)a, Mon(aster)o de Zite(ll)e*

(pianta di Aquila di Scipione Antonelli - incisa da Jacopo Lauro)


🗺 1753:

📍n. 29 - Santa Maria della Misericordia, Conservatorio** di Orfane, e Confraternita

(pianta di Aquila di Antonio Francesco Vandi per Carlo Franchi)


🗺 1826:

📍n. 11 - Misericordia, Conservatorio** di Orfanelle e Confraternita

(pianta di Aquila di Baldassarre Catalani)


🗺 1935:

📍quadrato n. 15 - Chiesa della SS. Misericordia

(pianta di Aquila degli Abruzzi di Tito Nanni, planimetria caratterizzata da un reticolato di quadrati)

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Annotazioni


* 📍《Zitella》 non è da intendersi nell'accezione scherzosa o sarcastica odierna, bensì come 《fanciulla》, 《giovane donna non maritata》 (TLIO)*** e - possiamo ipotizzare - donna non sposata anche e soprattutto in condizioni di indigenza e/o socialmente difficili (donne abbandonate, donne mal maritate, donne ripudiate).

*** 📖 ( TLIO - Tesoro della Lingua Italiana delle Origini;

🌐 http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/ 

🌐 http://tlio.ovi.cnr.it/TLIOm/ )


** 📍《Conservatorio》 è da intendersi nell'accezione più antica di 《asilo》, 《ospizio》, 《orfanotrofio》 (A. Damerini - Enciclopedia Italiana Treccani, 1931), e in generale come luogo di conservazione intesa come 《ospitalità, tutela, protezione》.

📍In taluni di questi conservatorî s'impartiva anche - talora - un'educazione musicale, in origine soprattutto a Napoli e a Venezia:

📖 《Questo fu il carattere dei più antichi conservatorî di Napoli e di Venezia, i quali ultimi portavano anzi il nome di ospedale.

Istituzione e nome, con l'aggiunta dell'attributo musicale, furono poi ripresi anche fuori d'Italia ovunque sorgesse un'importante scuola di musica o di arte drammatica, mentre il carattere assistenziale, proprio dei primi conservatorî, venne perdendosi attraverso i tempi. Nei nostri giorni, infatti, la maggior parte degl'istituti che si chiamano ancora conservatorî restringe la propria organizzazione a quella di un centro didattico dove s'insegnano le discipline atte a formare compositori, maestri di musica, virtuosi cantori e strumentisti.》

📖 (A. Damerini - Enciclopedia Italiana Treccani, 1931;

🌐 https://www.treccani.it/enciclopedia/conservatorio_(Enciclopedia-Italiana)/ )



Mauro Rosati

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domenica 21 agosto 2022

LA 《CORSA DEI BÀRBERI》

LA 《CORSA DEI BÀRBERI》


Uno spunto di storia romana da una bella foto condivisa da Walter Cavalieri nel gruppo Facebook《Foto Inedite e Rare (2)》, dal gruppo 《Memorie di Roma》.

https://www.facebook.com/groups/142434417351616/permalink/476345137293874/


L'immagine riporta in didascalia: 《Piazza del Popolo, 1870 (Digital Public Library)》.


La celebre Piazza romana è ritratta in una foto scattata dal lato del Pincio, con la visuale rivolta verso l'asse di Via Cola di Rienzo, che conduce oltre il Tevere.

In fondo si vede infatti la Cupola della Basilica di San Pietro Apostolo in Vaticano.

In primo piano si vede una delle due colonne 《rostrate》 ossia con ròstri lungo il fusto, àncore sempre lungo il fusto, e - in cima - una panòplia, ossia un assortimento di armi e corazze disposte a trofeo. La tipologia richiama le colonne rostrate trionfali dell'Antica Roma.


L'inquadratura della foto è stretta sulla piazza, per cui non si vede Porta del Popolo (o Porta Flaminia).

La Porta civica è infatti situata sulla destra, però fuori dal campo dell'immagine.

A sinistra c'è invece via del Corso, sempre fuori dal campo visivo dello scatto.

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Nella foto d'epoca appena descritta, si nota un'arena installata alla sinistra dell'obelisco, sul lato di Via del Corso.


Tra i commenti al post del gruppo 《Memorie di Roma》 si legge che l'arena veniva installata per la 《Corsa dei cavalli bèrberi (o bàrberi)》.


Da articoli/racconti postati in diversi siti a tema, si apprende che questa corsa di cavalli era una tradizione del Carnevale romano, la quale risaliva ai tempi della Roma pontificia, e che si svolse - pare - fino al 1883 quando venne abolita dalle autorità pubbliche.


I cavalli in gara partivano da Piazza del Popolo, come in un palio, percorrevano la Via Lata (oggi Via del Corso, prolungamento urbano della Via Flaminia), e giungevano infine in Piazza San Marco (oggi Piazza Venezia). 

A differenza di altri palii, i cavalli bèrberi - ornati di piumaggi - non erano guidati da un fantino ma venivano pungolati mediante il cosiddetto 《espediente della prescia》, e incitati lungo il percorso attraverso la folla di spettatori che assistevano.

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In un dipinto si vede la partenza da Piazza del Popolo, in un'arena molto simile a quella della foto del 1870.

( Fonte immagine dipinto:

https://www.visitareroma.eu/wp-content/uploads/2018/01/BERBERI.PIAZZADELPOPOLO.jpg )


La prospettiva di questo dipinto è situata a un angolo di circa 90° rispetto alla prospettiva della foto del 1870.

Il dipinto ritrae la partenza della corsa dal lato di Via del Corso, guardando verso l'obelisco e, più in fondo, verso Porta del Popolo (Porta Flaminia); quest'ultima con alcune differenze rispetto all'aspetto odierno.

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Ringrazio Walter Cavalieri per la foto di spunto.


Mauro

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Di seguito, un po' di sitografia di riferimento:


https://www.laziogourmand.com/il-carnevale-romano-e-la-corsa-dei-cavalli-berberi/


https://www.museodiroma.it/it/opera/la-corsa-dei-barberi


https://www.raccontidalvicinato.it/il-carnevale-romano-e-la-corsa-dei-cavalli-barberi/


https://www.visitareroma.eu/la-via-del-corso-la-sua-storia-legata-al-carnevale/


https://www.visitareroma.eu/non-mette-la-prescia-al-culo/


 

venerdì 3 giugno 2022

LA STAZIONE TERMINI E LA 《PIAZZA DELLE TERME》, UNO SPACCATO DI STORIA NARRATO DAI LUOGHI (1863-1925)

Fig.1 - Mappa di Roma del 1876 (dettaglio):
in alto a destra la Stazione Termini e le mura serviane.

(Fonte immagine:
https://www.rerumromanarum.com/2017/02/vecchia-stazione-termini.html?m=0 )

 

Fig. 2 - La Stazione Termini, Piazza dell'Esedra e le Terme di Diocleziano in una mappa di Roma del 1925.
(Fonte immagine: 
http://www.stagniweb.it/foto6.asp?File=rm925&InizioI=1&RigheI=50&Col=4 )



LA STAZIONE TERMINI E LA 《PIAZZA DELLE TERME》, UNO SPACCATO DI STORIA NARRATO DAI LUOGHI (1863-1925)


Prendendo spunto da un interessantissimo post pubblicato sul gruppo Facebook 《BELLEZZE d'ITALIA》 ( https://www.facebook.com/groups/bellezzeitalia/permalink/1365389290613090/ ) ho colto l'opportunità di ricostruire un breve spaccato storico e odonomastico nella zona tra la Stazione Termini, le Terme di Diocleziano e Piazza della Repubblica a Roma.

Una finestra cronologica compresa tra il 1863 e il 1925.

Uno spaccato di Storia, di Roma e d'Italia, narrato dai luoghi, dai nomi, dai monumenti.

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Nell'immagine d'epoca del post (1868) è ritratta la prima stazione ferroviaria di Roma, denominata 《Stazione Centrale delle Ferrovie Romane》, potremmo dire 《la prima Stazione Termini》.

( Immagine in: https://m.facebook.com/groups/bellezzeitalia/permalink/1365389290613090/ )


Sulla pianta in alto (1876; Fig. 1), invece, si vedono la nuova stazione realizzata nel 1874 (in alto a destra; demolita poi nel periodo 1938-1949), e il tracciato delle mura serviane (dal re Servio Tullio), la cinta muraria più antica di Roma, evidenziato a ridosso della stazione ferroviaria.

Interessante osservare la dicitura 《Gâre》 a indicare la stazione ferroviaria che si ispirava agli eleganti e leggiadri modelli delle 《gâre》 parigine e di cultura francese in generale.


La nuova stazione del 1874, così come la precedente, è molto vicina alle Terme di Diocleziano da cui derivano il nome della stazione stessa e della Piazza antistante: 

Piazza di Termini (o Piazza delle Terme), divenuta Piazza dei Cinquecento dopo la disfatta militare italiana di Dogali (26/01/1887), in Eritrea, durante la campagna coloniale.


Il 05/06/1887 nella Piazza antistante alla stazione fu inaugurato il memoriale con obelisco dedicato ai circa 500 Caduti di Dogali, successivamente spostato nella collocazione attuale (1924), a poca distanza dal Piazzale dei Cinquecento, nei giardini di Viale delle Terme di Diocleziano (Giardini Luigi Einaudi).


La denominazione di Piazza di Termini rimase invece nell'odierna Piazza della Repubblica, detta anche Piazza Esedra, davanti alla chiesa di Santa Maria degli Angeli.

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Riporto di seguito, una breve cronologia cartografica e onomastica della zona, dal 1863 al 1925, riorganizzata sulla base delle fonti sitografiche e cartografiche citate.


Le prime due stazioni ferroviarie, sorgevano in posizione più avanzata rispetto a quella odierna, nello spazio dell'attuale Piazza dei Cinquecento.


1863: in una planimetria di Roma (di Luigi Nisi Cavalieri), la stazione ferroviaria non è ancora visibile. La Piazza di Termini è riportata in corrispondenza dell'odierna Piazza della Repubblica e del Viale delle Terme di Diocleziano.

Le antiche Terme sono invece riportate come 《Terme di Diocleziano, ora Certosa》 (con riferimento alla Certosa eistente all'interno dell'ex complesso termale romano, adiacente alla chiesa di Santa Maria degli Angeli).

(Fonte cartografica: 

https://geoportale.cittametropolitanaroma.it/cartografia-storica/20/40/roma-nel-1863 )


1873: pianta di Roma di Giuseppe Micheletti.

È presente la seconda stazione Termini, quella nuova inaugurata nel 1874 e demolita tra il 1938 e il 1949, sempre in posizione più progredita rispetto alla stazione odierna.

La denominazione di Piazza di Termini si è estesa nel frattempo anche alla piazza antistante alla nuova Stazione ferroviaria.

Si comincia a configurare la planimetria trapezoidale degli odierni Viale Luigi Einaudi (diagonale) e dei Giardini Einaudi, tra la Stazione e l'attuale Piazza della Repubblica.

(Fonte cartografica: 

https://geoportale.cittametropolitanaroma.it/cartografia-storica/20/40/roma-nel-1873-0 ).


1884: pianta di Roma 《a volo d'uccello》, di Romolo Bullo.

La seconda stazione Termini, nello stile della 《Gâre》 francese, è riportata a rilievo tridimensionale (in assonometria).

È presente l'odonimo (nome di strada) 《Piazza di Termini》 sia davanti alla stazione ferroviaria, sia nell'odierna Piazza della Repubblica, con l'odierna conformazione dei Giardini Einaudi.

(Fonte cartografica: 

https://geoportale.cittametropolitanaroma.it/cartografia-storica/20/40/roma-nel-1884 )


1889: pianta di Roma di autore anonimo.

La Piazza antistante alla Stazione è diventata 《Piazza dei Cinquecento》, in seguito alla disfatta militare di Dogali del 26/01/1886.

Al centro della piazza, in asse con la stazione ferroviaria, è visibile il monumento ad obelisco alla Memoria dei circa cinquecento Caduti della battaglia, inaugurato il 05/06/1886.

L'odonimo di 《Piazza di Termini》 ritorna a indicare soltanto lo spazio tra gli odierni Piazza della Repubblica e Viale delle Terme di Diocleziano.

(Fonte cartografica: 

https://geoportale.cittametropolitanaroma.it/cartografia-storica/20/40/roma-nel-1889 )


1891: pianta di Roma a cura dell'Istituto Cartografico Italiano.

La planimetria conferma la situazione del 1889, con 《Piazza dei Cinquecento》, il monumento al centro della piazza, la pianta 《a trapezio》 degli odierni Giardini Einaudi, i due assi degli odierni Viale Luigi Einaudi (lato obliquo dei giardini) e Viale delle Terme di Diocleziano.《Piazza di Termini》, invece, indica lo spazio dell'attuale Piazza della Repubblica.

La planimetria riporta anche la Certosa con chiostro, alle spalle di Santa Maria degli Angeli, nel complesso delle ex Terme di Diocleziano.

(Fonte cartografica: 

https://geoportale.cittametropolitanaroma.it/cartografia-storica/20/40/roma-nel-1891 )


1925: mappa turistica di Roma con le linee ferrotranviarie.

Il monumento ai Caduti di Dogali è stato spostato da Piazza dei Cinquecento e ricollocato nella posizione odierna, al centro degli attuali Giardini Einaudi.

Piazza di Termini, davanti a Santa Maria degli Angeli, è diventata 《Piazza dell'Esedra》 (oggi Piazza della Repubblica).

(Fonte cartografica, Fig. 2 in alto:

http://www.stagniweb.it/foto6.asp?File=rm925&InizioI=1&RigheI=50&Col=4 )



Mauro

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Sitografia di riferimento:

https://www.rerumromanarum.com/2014/04/lobelisco-di-dogali.html?m=1


https://www.turismoroma.it/it/luoghi/obelisco-di-dogali


https://www.treccani.it/enciclopedia/dogali


https://www.rerumromanarum.com/2017/02/vecchia-stazione-termini.html?m=1


https://www.rerumromanarum.com/2020/04/piazza-dei-cinquecento.html?m=1 




mercoledì 25 maggio 2022

CASTELVECCHIO CALVISIO, PICCOLÒMINI E NON SOLO

 
Castelvecchio Calvisio: arme Piccolòmini.
(Foto: Francesca Sacco, 2022)



CASTELVECCHIO CALVISIO, PICCOLÒMINI E NON SOLO


Sfogliando le immagini di una nuova uscita di Archeoclub L'Aquila ecco che spuntano fuori nuovi interessanti spunti di approfondimento.

Una mattinata di apprendimento, con i partecipanti ospitati e guidati dalla prof.ssa Luigina Antonacci, sindaco di Castelvecchio Calvisio, e dall'arch. Corrrado Marsili, con la collaborazione del Comune di Castelvecchio Calvisio.

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Siamo a Castelvecchio Calvisio, borgo fortificato a est-sud-est di L'Aquila, nella Baronìa di Carapelle, ai confini orientali del Contado aquilano ma sempre nel Circondario dell'Aquila.

Il borgo si caratterizza per la sua conformazione urbanistica a pianta ortogonale con vie strette e dritte che si intersecano perpendicolarmente fra loro se le osserviamo dall'alto. L'intero nucleo fortificato si caratterizza per una forma complessiva che ricorda uno scudo ovale, una sorta di carapace di una tartaruga.

Intorno al centro fortificato, costituito da stupendi vicoli caratterizzati da un susseguirsi di archi e 《cavalcavia》 tra un caseggiato e l'altro, osserviamo il perimetro delle antiche mura, inglobate dalle abitazioni dei secoli più recenti (le case-mura), quando le mura persero gradualmente la loro funzione difensiva (fenomeno ricorrente in molti nuclei storici fortificati, in Italia e non solo).

Osservando queste mura, però, distinguiamo bene i profili dei bastioni, la loro struttura, poiché le case-mura tendevano a utilizzare la muratura difensiva già esistente e che spesso rimane ben individuabile.

(Sulla sapienza ìnsita nei centri antichi di borghi e città, vedi:

https://pianetalaquila.blogspot.com/2019/03/la-sapienza-dei-borghi-citta-e-paesi.html?m=1 )

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Lungo il circuito difensivo svetta la meravigliosa torre, porta civica bastionata, con l'orologio pubblico sopra la porta che accede all'abitato antico; orologio della tipologia a 《ore francesi》 con il quadrante 《a 12 ore》.

(Vedi: https://pianetalaquila.blogspot.com/2022/05/gli-orologicontadinie-il-quadrante-6-ore.html?m=1 )

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Tra le vie del borgo, infilate prospettiche di archi tra una casa e l'altra, materiali antichi reimpiegati nelle case medievali e post-medievali, a testimoniare l'antichità degli insediamenti abitativi a Castelvecchio e dintorni, come ci suggerisce anche il toponimo: 

《Castel-vecchio》 appunto, indicante la vetustà del luogo come sito fortificato.

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E poi che dire della chiesa parrocchiale di San Giovanni il Battista con la sua facciata-campanile, il portale rinascimentale, la vela campanaria a quattro fòrnici (aperture) che svetta sulla cima della facciata, ricordandoci un po' la tipologia di Madonna d'Appari a Paganica (L'Aquila) e simili. Entrando ci accoglie l'ampio e monumentale interno a due navate dalle volte a crociera, le bugne a diamante dipinte sotto gli archi con effetto ottico tridimensionale (trompe-l'œil); molteplici gli altari lungo la navata dalle grandi e varie spazialità prospettiche, fino all'altar maggiore ligneo, vera e propria struttura architettonica barocca che ricorda l'impostazione di un 《retablo》.

Una costruzione architettonica a due ordini, questo altare, dominato nell'asse centrale dalla Madonna con il Bambino e, nella nicchia superiore dal Cristo risorto che con un gesto sembra protendersi verso fedeli e visitatori nella navata. Tra le due nicchie sui due livelli, domina come perno centrale, sacro e figurativo, la rappresentazione del calice con l'Eucarestia, metafora del sacrificio di Cristo che si ripete ad ogni celebrazione: morte e rinascita di Cristo, morte e rinascita dell'Umanità dal peccato.


Le altre nicchie di questa grande costruzione ci richiamano alle figure dei Santi che certamente devono essere legate storicamente alla Comunità di Castelvecchio Calvisio:

e così in basso a sinistra vediamo San Giovanni il Battista, titolare della chiesa parrocchiale, vestito con una semplice pelle di cammello, secondo diffusa tradizione iconografica;

sul lato opposto, sempre in basso, vediamo San Lorenzo martire, anch'egli vestito secondo l'iconografia più tradizionale;

in alto a destra, accanto al Cristo risorto, ci osserva San Martino di Tours, vestito con gli attributi vescovili, in quanto vescovo di Tours, appunto;

infine, in alto a sinistra, San Cipriano vescovo e martire; esistono diverse figure di San Cipriano nelle agiografie (biografie di Santi) ma quello di Castelvecchio Calvisio farebbe pensare a San Cipriano di Antiochia, vescovo e martire, poiché nella chiesa omonima fuori dal paese lo vediamo affrescato nell'abside di fronte a una giovane Santa: e ciò farebbe pensare a Cipriano d'Antiochia, mago pagano poi convertitosi al Cristianesimo, divenuto vescovo e martirizzato insieme alla giovane Giustina, vergine, all'inizio del IV secolo (da non confondere, sembra, con Santa Giustina di Padova).

Torniamo all'altare della parrocchiale.

In corrispondenza di ogni Santo, una scena narra il suo martirio o una scena simbolo della sua vita: e così vediamo San Cipriano d'Antiochia che, con Santa Giustina vergine, viene martirizzato per decapitazione, allo stesso modo di San Giovanni il Battista; sul lato destro, invece, San Martino a cavallo è raffigurato nel celebre episodio della divisione del mantello con il viandante, mentre in basso è ritratto San Lorenzo martirizzato sulla graticola.

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Parlando di San Cipriano, facciamo un salto fuori dal borgo e, tra splendide vedute paesaggistiche, raggiungiamo l'antica chiesa alto-medievale ad egli intitolata e sorta sui resti di un tempio romano dedicato a Venere.

La chiesa campestre di San Cipriano ci accoglie con una particolare facciata-campanile dalla torre campanaria che si staglia in alto leggera con un secondo arco esattamente sovrastante al portale d'ingresso. Rimaneggiata e integrata nel corso della sua storia, come tutte le chiese alto-medievali sorte su siti pagani, San Cipriano ci mostra la sua varietà architettonica fatta di materiali antichi reimpiegati nella muratura portante della chiesa, dall'aspetto sobrio e rustico.

Ci attirano alcuni dipinti ad affresco, di secoli tardo-medievali se non protorinascimentali: ed ecco un arco laterale con pilastri dipinti da motivi fito-floreali (foglie e fiori), per poi alzare lo sguardo e vedere un angelo annunciante in alto a sinistra sull'arco (l'arcangelo Gabriele) e la Vergine Maria, sul lato opposto. Una scena di Annunciazione, quindi, che vede una piccola figura e una scritta su un pilastro, probabilmente riferimento a un devoto committente del dipinto.

Raggiungiamo la nicchia del catino dell'abside, superato il ciborio, e ci troviamo davanti alle due figure affrescate di cui parlavamo più sopra: il Santo vescovo (probabilmente il San Cipriano d'Antiochia, vescovo e martire), e la giovane Santa con un libro aperto nella mano (probabilmente la Santa Giustina vergine e martire). Sulle agiografie di questi due Santi non ci sono certezze assolute, tuttavia questa coppia affescata che vediamo nella chiesa di San Cipriano e il martirio di San Cipriano raffigurato nella chiesa parrocchiale, ci farebbero ipotizzare - con il beneficio del 《forse》- che si tratti dei Santi martiri Cipriano e Giustina di Antiochia.

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Tanto altro ci sarebbe da dire e da osservare ma questo post vuole essere soltanto un invito a visitare e ad osservare le tante notizie che questo borgo del Circondario aquilano ci sa narrare.


E torniamo proprio nel borgo, dove il Palazzo del Capitano ci narra della presenza della signoria Piccolòmini, noto casato storico presente con i suoi tanti rami ereditari in molte aree d'Italia.

Anche qui a Castelvecchio troviamo la loro arme (immagine in alto), o blasone (stemma), reso famoso anche dal papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolòmini.

Ecco la blasonatura dei Piccolòmini così come descritta da Giovan Battista di Crollalanza (Dizionario storico-blasonico) negli anni '80 dell'Ottocento:

《D'argento, alla croce piena d'azzurro, caricata di cinque crescenti montanti d'oro [...]》

Ho lasciato i puntini di sospensione poiché, in alcune varianti, l'arme presenta anche l'aquila imperiale in capo alla croce. 

Ovviamente dipende dai singoli rami del casato.

In questi caso (immagine in alto), al piede della croce, una 《 F 》 incisa.

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Desidero concludere con una breve nota estetica.

Tra le molte foto realizzate dai partecipanti alla visita, ve n'è una che ritrae una graziosa piazzetta (immagine in basso): una fontana circolare al centro, con vasca in pietra, un anello selciato in porfido, delle panchine semplici e un bell'anello a prato ed alberi che conclude lo spazio circolare di questa piazzetta.

《La bellezza della semplicità》, così ho spontaneamente definito quest'immagine: la bellezza non richiede grandi interventi quanto piuttosto pochi semplici ritocchi e aggiustamenti, nei paesi come nelle città.

E il 《verde》(prati, siepi, alberi), elemento fondamentale, è immancabile, ancor più nell'urbanistica odierna.


Mauro


Castelvecchio Calvisio, piazzetta.
(Foto: Paola Cinque, 2022)