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venerdì 16 gennaio 2026

AURORA

 

《Teofilo Patini - L'Aurora》secondo la didascalìa
che accompagna il dipinto;
《attribuzione》 al Patini
secondo altre versioni.



La dea Aurora per i Romani antichi, la dea Eos per gli antichi Greci: 

divinità femminile che destandosi dal sonno solleva il velo del buio notturno e precede il carro del dio Helios, il Sole; 

con le sue lacrime bagna di rugiada la terra e le piante, lacrime per Memnone, uno dei suoi figli, caduto nella guerra di Troia.

Quel tenue velo che la dea solleva sembra un delicato, leggero sipario che si apre alla luce, così come una tenda sollevata da una finestra.


Un soggetto classico mitologico, quello di Aurora/Eos, dalle molteplici versioni iconografiche.

Eppure in questo caso non vediamo la bellezza idealizzata, sovrumana, perfetta, di una divinità. Vediamo invece una bellezza reale, 《vera》, umana, con le sue piccole imperfezioni e secondo i canoni estetici che esprimono quelli di un'epoca (in questo caso la fine dell'Ottocento).

Nel viso dell'Aurora qui raffigurata, in particolare, non percepiamo una distanza tra noi e il dipinto, tra il mondo terreno (imperfetto) e il mondo celeste (perfetto); vediamo invece il volto di una donna di tutti i giorni, un viso 《vero》 che potremmo tranquillamente incontrare camminando per strada, oggi come ieri.


Stesso discorso per i due putti (o 《amorini》) che la accompagnano, con uno dei due che quasi la spinge verso l'alto, come a voler dare il via decisivo al nuovo giorno; anche in questi due piccoli protagonisti potremmo vedere dei normali e reali bimbi in tenerissima età, con soltanto le ali di uno dei due a ricordarcene la natura sovrumana.


E così, come ogni mattina, la bella Aurora dai lunghi capelli si libra verso l'alto salutando la notte e aprendo la strada al nuovo giorno.

La delicatezza e il chiarore delle tinte comunicano con immediatezza quella percezione luminosa particolare, quella suggestione di tempo quasi sospeso, che avvertiamo in quel frangente quotidiano che dissolve gradualmente il buio notturno e precede la levata del sole.



Mauro Rosati

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sabato 5 aprile 2025

I SOPRANNOMI: NON SOLO 《FOLKLORE 》

 



《All'origine dei Soprannomi di Paganica》 - 

Una personale riflessione.


Una pubblicazione, quella dello studioso Fernando Rossi, che fa seguito alla precedente (2024) incentrata sui cognomi di San Gregorio (una delle storiche ville della Terra di Paganica) e di Paganica stessa, antica e importante realtà nel contesto del Contado Aquilano e in particolare del Quarto di Santa Maria.


Uno studio accuratamente documentato che, unendo le fonti archivistiche alle testimonianze dirette, riallaccia i fili della Storia e travàlica i confini di Paganica dal punto di vista della tematica generale.


I soprannomi - infatti - sono stati a lungo, e in parte lo sono ancora, qualcosa di più di un semplice fatto di 《folklore》, come potrebbe sembrare oggi. 

Fino a un passato non troppo lontano, i soprannomi erano spesso una necessità, un fenomeno comune a tutte le realtà paesane ma, spesso, anche a quelle rionali delle città, come ricordano le generazioni dei nostri nonni: la frequenza di determinati cognomi, che caratterizzano soprattutto le piccole realtà locali, e l'uso diffuso di ricorrenti nomi di battesimo che si tramandavano di generazione in generazione, portavano frequentemente a omonimìe, al punto tale che soltanto il soprannome riusciva a 《sbrogliare la matassa》. E non solo nella parlata popolare bensì anche negli atti ufficiali, soprattutto quando ancora non erano in uso gli odierni《codici fiscali》 ad personam.


Cito un paio di riscontri diretti che risalgono a due-tre decenni fa, talora anche meno, e quindi a tempi storici relativamente recenti. Se un anziano chiedeva il tuo nome, o 《a chi fossi figlio》, difficilmente inquadrava la tua origine se si citavano soltanto il nome e il cognome: soltanto il soprannome scioglieva il dubbio e rendeva tutto 《chiaro》. Altro esempio sono i necrologi, nei quali ancora in tempi recenti capitava di leggere il nome e il cognome del defunto e, tra parentesi, il soprannome con cui era più noto nella comunità, sempre per il discorso delle omonimìe.


E tanti altri sarebbero gli esempi possibili.


La nuova pubblicazione di Fernando Rossi è quindi una lettura che si rivela utile e interessante anche per chi vive in tante altre realtà comunitarie dalle quali è costituito il nostro Paese, inclusi contesti urbani più grandi: penso ad esempio ai racconti diretti di anziani cresciuti in realtà urbane come Borgo Rivera a L'Aquila, un grazioso 《paese nella città》 che, soprattutto fino al secondo dopoguerra aveva i suoi ritmi di vita, i suoi usi e il suo tessuto sociale di piccola comunità inserita nella più ampia comunità cittadina.


Storicamente i soprannomi sembrano riproporre l'uso dei 《tria nomina》(i 《tre nomi》, due per le donne) dell'Antichità romana, con il 《praenomen》, che corrispondeva al nome personale, il 《nomen》 che corrispondeva all'odierno cognome e indicava la stirpe principale di origine, e poi il 《cognomen》 che era sostanzialmente un soprannome, basato su caratteristiche personali (fisiche, caratteriali, di origini, o altri elementi ancora), ma anche indicante i diversi rami familiari discendenti da una stessa stirpe (《gens》) come radice comune.

Gli stessi cognomi ufficiali che portiamo oggi derivano generalmente proprio da soprannomi, quando, con la graduale scomparsa dei 《tria nomina》, rimasero in uso prevalentemente i nomi personali e, con il passare del tempo, si resero necessarie soluzioni che distinguessero una persona dall'altra. Ed ecco quindi che ritornano i soprannomi: patronimici, caratteristiche fisiche, difetti, pregi, ma anche mestieri, comportamenti, luoghi di origine, e tanto altro; basti pensare come esempio generale ai cognomi Fabbri, Ferrari, Ferreri che sono già molto espliciti rispetto a uno specifico mestiere o a Esposito, Diotallevi e altri simili che venivano attribuiti ai bambini dati in affido o abbandonati. Soprannomi o cognomi non familiari che, nel corso del Basso Medioevo e anche successivamente, andarono gradualmente affermandosi fino ad essere ufficializzati negli atti anagrafici, notarili, ecc..


《All'origine dei Soprannomi di Paganica》 è quindi, a mio personale avviso, un'istruttiva lettura consigliata non solo alla comunità di Paganica, che certamente ne è interessata primariamente, ma anche a un pubblico geograficamente più ampio che, tra le pagine dell'accurata ricerca dello studioso Fernando Rossi, può ritrovare similitudini e spunti di riflessione, confrontando i soprannomi paganichesi con quelli in uso altrove e magari scoprire nuove chiavi di lettura, di interpretazione e di studio per la propria comunità, anche se geograficamente piu distante.


Mauro Rosati

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venerdì 12 gennaio 2024

MENS NOVA IN CORDE ANTIQUO

 

✒ MENS NOVA IN CORDE ANTIQUO

      =

(Pensiero moderno in animo "antico")


...ossia...

...pensare in modo innovativo ma con spirito "antico", con le radici ben salde a estrarre il meglio dal "terreno" della Storia.


Una "pianta" con radici sane e robuste è ben vivace nel Presente, carica di nuovi getti e nuove gemme; anche metaforicamente.


Mauro Rosati

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giovedì 3 novembre 2022

L'《OZIO》 È IL PADRE...DELLE VIRTÙ


L'《OZIO》 È IL PADRE...DELLE VIRTÙ


➡️ L'《ozio》 è il padre...delle virtù!

Parafrasando un noto e diffuso detto.


📍 Non si tratta dell'《ozio》 come lo intendiamo noi Oggi, bensì dell'《ozio》 (otium) com'era concepito dagli Antichi: un tempo di riposo, libero e lontano dal 《negozio》(negotium), da impiegare in modo auto-costruttivo nella coltivazione dell'intelletto e del corpo, mediante attività di vario tipo.


📍 Tale era l'importanza dell'《otium》 nell'Antichità al punto che esso diveniva centrale nella scansione del tempo quotidiano. 

I《negotia》 (plurale di《negotium》), ossia gli affari e le incombenze quotidiane, erano "negazione dell'ozio", come suggerisce la parola stessa (neg-otium): quindi, vale a dire, delle pause tra un momento e l'altro di ozio.


📍 Recuperare questa accezione positiva di 《ozio》 anche nella nostra epoca, significa investire al meglio il nostro tempo libero, impiegandolo in una proficua e attiva coltivazione dei nostri interessi, delle nostre passioni.

L'ozio, quindi, come momento di accrescimento interiore e non solo, e non come tempo di inerzia improduttiva o, peggio ancora, di bagordi.


➡️ Un《ozio》 di questo genere non sarà portatore del vizio, bensì di molte virtù.

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📖《[...] otium era il tempo libero dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici (cioè dai negotia), che poteva esser dedicato alle cure della casa, del podere, oppure agli studî (donde la parola passò a indicare gli studî stessi, l’attività letteraria) [...]》

 (《Ozio》 in Vocabolario Treccani, significato n. 2).


Mauro



martedì 11 ottobre 2022

MONOLÌCNE - Quando il greco ci viene in aiuto

 

Quando il greco ci viene in aiuto


🟢 MONOLÌCNE / MONOLÌCNI


Ci troviamo davanti a un vocabolo 《specialistico》, apparentemente 《difficile》: in questo caso si tratta di un aggettivo.

Un aggettivo certamente più familiare in determinati campi di studio come, ad esempio, l'Archeologia e la Storia dell'Arte.


➡️ Eppure, come si vedrà anche per 《panòplia》, si tratta di un vocabolo che possiamo trovare e leggere anche in contesti più comuni: 

ad esempio nella guida o nel catalogo di un Museo, oppure sulle didascalie che descrivono vetrine o singoli pezzi nel Museo stesso, in articoli divulgativi, ecc..


📌 MONOLÌCNE. 

Scomponendo questa parola abbiamo un prefisso - 《MONO-》- che, come sappiamo, significa 《unico》.

Il suffisso, invece, è la chiave del significato:

《-LICNE》 , dal sostantivo maschile greco 《λύχνος》(lýknos)= 《lampada》.


➡️ Quindi, letteralmente, 《MONOLÌCNE》= Unica lampada.

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📌 Vediamo meglio il senso.

È un aggettivo che troviamo frequentemente associato alle note lampade/lucerne a olio di epoche egizia, greca, romana antiche (e non solo).

Queste lucerne, potevano avere uno o più beccucci dai quali usciva la fiammella per l'illuminazione, ossia la 《lampada》(o luce, che dir si voglia).


➡️ Per questo, l'aggettivo 《MONOLÌCNE》 è il capofila di una serie di altri aggettivi che indicano lucerne con due, tre o più lampade. 

Quindi: MONOLÌCNE, BILÌCNE, TRILÌCNE, e così via.

Sempre lo stesso suffisso; cambia soltanto il prefisso numerale che indica la quantità di beccucci di una lucerna (lucerna monolìcne, lucerna bilìcne, ecc.)

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➡️ Volendo dilettarci a familiarizzare con questo aggettivo, potremmo anche utilizzarlo nella nostra vita quotidiana, magari come simpatico 《quiz》 per un nostro interlocutore:

potremmo dire che in soggiorno abbiamo un lampadario, o una plafoniera, o una piantàna 《bilìcni》, ossia con due lampade/faretti; 💡💡

oppure, potremmo indicare per strada dei 《lampioni trilìcni》, ossia con tre lanterne. 💡💡💡


📍 Al di là del 《gioco》, può essere uno dei tanti modi per disporre di un vocabolario più ricco che può tornarci utile quando - ad esempio - cerchiamo un sinonimo.


Mauro

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🖼 Nell'immagine all'indirizzo che segue si può vedere un esempio di 《lucerna bilìcne》: http://www.museodellolivo.com/-/media/museo/i-tesori/intro/itesori_intro_reperto4_mb.ashx?h=310&iar=0&w=640

(URL consultato in data 16/09/2022)

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