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venerdì 17 gennaio 2025

LA CONOSCENZA COME "INTERSEZIONE DI SAPERI"

 

LA CONOSCENZA COME "INTERSEZIONE DI SAPERI"


Una decina di giorni fa leggevo un estratto dagli atti di un Forum dal titolo 《Il progetto di architettura come "intersezione di saperi"》(Atti dell'VIII Forum ProArch; Napoli, 21-23 novembre 2019).


Quell'《intersezione di saperi》, espressione evidenziata cromaticamente nel titolo del Forum, mi ha rammentato una consapevolezza acquisita nel corso delle mie esperienze di studio, lavorative e associative.

La consapevolezza che i tanti Saperi umani (manuali e intellettuali) non sono compartimenti stagni, separati e isolati, bensì un patrimonio di discipline che - appunto - funzionano se si "intersecano" e dialogano fra loro.


Una consapevolezza che - forse - per molti è anche scontata, quasi banale, ma che è bene sempre tener presente.


La Conoscenza è una conquista quotidiana che si arricchisce costantemente proprio grazie all'interazione di tanti "Saperi", differenti ma complementari, talora anche apparentemente molto distanti.

I migliori risultati, in ogni campo, si ottengono dalla cooperazione tra professionalità diverse che si completano a vicenda.


Personalmente credo sia difficile, se non addirittura impossibile, trovare un'abilità, un'esperienza, una disciplina che non abbia bisogno di altre abilità, esperienze, discipline.

Le tante forme del Sapere umano - le Scienze (=conoscenze) in senso ampio - rischierebbero probabilmente di arenarsi se non si intrecciassero in maniera armonica, come una tessitura in costante divenire.


Mauro

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giovedì 29 giugno 2023

CHI SALVERÀ IL MONDO? - DI CERTO NON LA PRESUNZIONE

CHI SALVERÀ IL MONDO? - DI CERTO NON LA PRESUNZIONE


Breve riflessione traendo spunto da un post del prof. Silvio Di Giulio , sul tema della nota affermazione 《La Bellezza salverà il Mondo》.

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Di Bellezza, sotto vari aspetti, ve n'è tanta effettivamente, dalla Natura alle Arti umane. 

Ciò che scarseggia è forse la capacità di saper apprezzare la Bellezza. 

Peggio ancora, l'attitudine a fare scempio della Bellezza; attitudine purtroppo ancora diffusa tra molti 《esemplari》 umani.

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E allora, forse, più specificamente verrebbe da dire 《cogliere la Bellezza salverà il Mondo》.

E anche, come lessi una volta in un post, l'interrogativo:

《La Bellezza salverà il Mondo. Ma chi salverà la Bellezza?》.

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Ho provato a rispondermi in merito con un altro interrogativo: 

forse, la Conoscenza, in tutte le sue forme, salverà la Bellezza?

La 《Conoscenza》 ossia la 《Scienza》 intesa  nell'accezione ampia di Sapere (Scientia), che non è soltanto l'atto di 《immagazzinare》- sic et simpliciter - ma una costante propensione a coltivare (coltura>cultura) attivamente il ragionamento e la curiosità.

Quella curiosità che arricchisce quotidianamente le nostre chiavi di lettura del Mondo in cui viviamo - Patria universale, mosaico di innumerevoli e preziose culture locali, scrigno di meraviglie naturali -.

Ogni nuova chiave ci schiude una nuova finestra sul Mondo e sulla sua Bellezza, ampliando il nostro ideale 《campo visivo》.

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E allora, forse, senza voler essere esaustivi, si potrebbe anche affermare che 《la Curiosità salverà il Mondo》, ossia quella fame e quella sete di conoscenza che non devono mai venir meno, mai sazi e mai dissetati, affinché da semplici 《bruti》 ci eleviamo a esseri senzienti e sensibili, costantemente tesi verso le altezze degli ideali, cultori di Bellezza e costruttori di nuova ulteriore Bellezza.

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Alla base di tutto, però, dovrà essere costante il pungolo della consapevolezza del nostro 《non sapere》 di principio.

Solo tale consapevolezza potrà essere la spinta quotidiana all'apprendimento costante e permanente.


Un atto di Umiltà costruttiva. 

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Quindi, in fondo, 《l'Umiltà salverà il Mondo?》.

Probabile. 

Di certo non lo può salvare quella Presunzione arrogante che lo minaccia costantemente.


Mauro

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Link al post del prof. Silvio Di Giulio:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0dhgVgQCU2y7U3um5zgg6jKGEk6QqdcVigZf5Ch9qtQn6CyBt7tyvG7JDrNWVkg1xl&id=100031223974393

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domenica 21 novembre 2021

《NECESSARIA》...《IGNORANZA》!

 




《NECESSARIA》...《IGNORANZA》!

Non esiste soltanto la 《beata 'gnoranza》, da evitare, ma anche una 《necessaria ignoranza》, che invece è molto utile, purché se ne prenda coscienza! 

Ma in che modo l'《ignoranza》 può essere utile? 

Ho provato a esprimere il concetto da un mio personale punto di vista!

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Da tanti anni, prendo quotidianamente coscienza della profondità della mia ignoranza.

E quando scrivo 《ignoranza》 non lo intendo come un auto-insulto ma nell'accezione più basilare del termine: ignoranza=non conoscenza.


Questa quotidiana presa di coscienza non mi rende 《disfattista》, non mi avvilisce, ma - al contrario - è uno stimolo costruttivo che alimenta nuova curiosità, nuova voglia di apprendere.

È come una luce naturale che, a partire dall'alba, pian piano illumina un grande e profondo avvallamento: ogni nuova conoscenza è come uno sprazzo di luce in più che illumina in maniera sempre più chiara le dimensioni di questo vallone, una sorta di cratere, che va colmato dal basso.


Ogni volta che apprendiamo piccole o grandi conoscenze è come se portassimo un secchiello o una carriola di terra per riempire questo grande avvallamento. Un lavoro costante che - ad ogni strato di terra che aggiungiamo - ci permette di salire di qualche centimetro o di qualche metro. 

E più saliamo, più riusciamo a vedere qualcosina in più rispetto a prima: aumenta l'ampiezza del nostro orizzonte visibile.

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Quando concludiamo il nostro percorso di scuola, nell'euforia del momento ci sentiamo appagati, come se possedessimo la conoscenza intera.

Invece, la conclusione del viaggio scolastico è soltanto l'inizio del salto dal trampolino, il primo scollinamento che ci porta a intravedere uno spazio ancora più grande da esplorare. 

La Scuola è una spinta necessaria per iniziare questo percorso.

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E così, entrati nella prima età adulta, intraprendiamo questo itinerario, anno dopo anno: ogni giorno siamo un po' più consapevoli che le conoscenze che già possediamo vanno coltivate, e sono sempre una minoranza rispetto a quello che c'è da apprendere di nuovo. Sia nel campo intellettuale, sia in quello pratico: due aspetti che vanno 《a braccetto》, l'uno può migliorare l'altro.

E da adulti, imparare diventa molto più divertente se lo si fa spontaneamente!

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Per questo la consapevolezza quotidiana della mia ignoranza aumenta proprio ogni volta che imparo qualcosa di nuovo. 

E allo stesso tempo - reciprocamente - quando imparo qualcosa di nuovo prendo maggior coscienza della mia ignoranza.


Quindi: 《necessaria》 ignoranza!

L'ignoranza 《buona》 è uno sprone. E la curiosità è il carburante necessario per questo lavoro quotidiano di 《secchielli e carriole》 che vanno a riempire qualche spazio del grande vallone della non-conoscenza.


《Necessaria》 ignoranza: benefica, dinamica.


Da non confondere con la 《beata ignoranza》, che invece è un'altra cosa: dannosa, stagnante.

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I canali di apprendimento -  orali, scritti, multimediali, pratici, sperimentali  - possono essere davvero tanti e non sto qui ad elencarli. 

Ognuno di noi ha le sue corsie preferenziali.

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Quindi quando mi sento ignorante non ho da preoccuparmi, anzi, ho la giusta 《grinta》 per ampliare i miei spazi di apprendimento: voglia di approfondire, voglia di aprire nuovi collegamenti da una 《finestra》 all'altra di questa navigazione metaforica.

Dovrei invece preoccuparmi se mi sentissi 《appagato》 di conoscenza o se mi sentissi umiliato dalla coscienza della mia ignoranza.

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Quindi ben venga questa consapevolezza quotidiana dell'ignoranza, perché se prima di andare a dormire avrò imparato anche soltanto qualcosina in più e in meglio rispetto al mattino, allora vuol dire che la giornata non sarà stata sprecata.


L'autocoscienza della propria ignoranza - intesa come necessità di imparare continuamente - è un buon vaccino contro la presunzione e l'arroganza.


Mauro



martedì 9 novembre 2021

Si scrive CULTURA, si legge AGRI-COLTURA

Fonte immagine: https://www.facebook.com/293715641813/posts/10158592286891814/



Prendo spunto da un post e dall'immagine in alto - pubblicati sulla pagina Facebook 《La campagna appena ieri》- per una breve personale riflessione.

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Si scrive CULTURA, si legge AGRI-COLTURA


L’aratro e la penna...la semina e lo studio...il raccolto e il pensiero...il campo e la mente...il concime e lo studio!

Lo Studio: non solo lavoro di mente ma anche lavoro di mano.

La Campagna: non solo lavoro di mano ma anche lavoro di mente.

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Cultura e Agricoltura, due facce della stessa medaglia – metaforicamente parlando – poiché non c’è quasi nulla che più della Cultura – in tutte le sue forme – si avvicini all’Agri-coltura.

Il tratto in comune ce lo suggerisce già l’etimologia stessa delle parole Cultura e Coltura: entrambe derivano dal latino cultura, a sua volta derivato dal verbo colĕre, ossia coltivare – appunto -.


 

E fin qui niente di nuovo, potremmo dire.


 

Se dall’etimologia, però, passiamo anche al confronto concreto, ci accorgiamo che questi due mondi non hanno in comune solo il significato di «coltivare».

La Cultura è effettivamente un procedimento paragonabile metaforicamente a quello agricolo, sotto molteplici aspetti; qualcosa di vitale e vivace.


 

Quando impariamo a leggere e a scrivere, e iniziamo poi a frequentare la Scuola, gli insegnanti – proprio come un buon contadino - iniziano a dissodare un «terreno fertile» e lo preparano alla semina, che si svolge gradualmente e pazientemente nel corso degli anni scolastici.


All’esterno della Scuola, altri stimoli «piovono» contemporaneamente sul terreno fertile della mente umana, e ne favoriscono la crescita intellettuale.

Il «raccolto» è continuo, e sempre potenzialmente promettente: i frutti di questo raccolto sono proprio le capacità intellettive e di interrelazione culturale, non solo tramite la voce ma anche con la parola scritta e con altri mezzi. Un raccolto che si svolge in maniera «multimediale» (multi-media, ossia «con molti mezzi», letteralmente).


 

Queste «piante» metaforiche che seminiamo e coltiviamo fin dalla tenera età, proprio come tutte le piante necessitano però di attenzioni, di concimazioni regolari, di nuovi dissodamenti e anche di ampliare l’«appezzamento di terra» del nostro pensiero.

Così come il lavoro del contadino non si esaurisce con l’aratura e con la semina, allo stesso modo l’intelletto umano deve continuare la sua coltivazione, anche quando finisce il ciclo della Scuola – ossia della prima parte di questo lungo e continuo lavoro -. Solo così il «terreno» può mantenersi regolarmente fertile e produttivo.

Il «lavoro agricolo» del Pensiero prosegue sempre, anche in età adulta e matura, e deve alimentarsi di costanti «piogge» e «concimazioni» benefiche: in metafora, bisogna sempre continuare a coltivare e a irrobustire le proprie conoscenze con il «concime» della curiosità, della lettura, dello studio, dell’ascolto e di tanti altri stimoli intellettivi, compresi quelli che ci derivano dall’osservazione diretta della Natura, nella sua quotidianità.


 

Insomma, dopo la prima «semina», diventiamo «contadini di noi stessi» e dobbiamo impegnarci costantemente se vogliamo raccogliere buoni frutti, senza sosta, mantenendo sempre morbido e fertile quel terreno che è stato dissodato nella prima infanzia e poi arato e seminato negli anni scolastici.

E, come un buon contadino impara sempre qualcosa dai suoi «colleghi», così anche la nostra Cultura si accresce nel confronto reciproco – diretto o indiretto che sia -: ad esempio, chi sa leggere e scrivere può insegnarlo anche a chi non lo sa fare, ma - allo stesso tempo - anche chi non sa né leggere né scrivere può essere a sua volta maestro di conoscenze che si apprendono sul campo («campo» è un’altra parola che lega il mondo intellettuale al mondo agricolo). In questo modo l’uno arricchirà il proprio bagaglio di esperienza pratica, l’altro imparerà a leggere e a scrivere.


 

E il «campo» coltivato si estenderà costantemente con nuove specie da coltivare (ossia, nuovi interessi).

 

 

Mauro

 

 

P.s.. Chiudendo il cerchio della riflessione: l’Agricoltura stessa è a sua volta Cultura. È cultura materiale, appresa sul grande libro della terra, osservando e sperimentando.




venerdì 2 luglio 2021

UNA PEDALATA...TRA NORMANNI E ANGIOINI

La bandiera della Normandia



UNA PEDALATA...TRA NORMANNI E ANGIOINI

E dopo la bandiera dei celtici bretoni, man mano che la 《Grande Boucle》 si spostava verso la Bassa Bretagna, tra il pubblico si iniziavano a vedere delle bandiere rosse con due 《leopardi》 colore oro.

Poi, altre bandiere ancora, composite, nelle quali si intravedevano caratteristici gigli, molto familiari anche per la storia d'Italia.

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La prima bandiera, leopardi oro in campo rosso, è il vessillo della Normandia, in particolare della Bassa Normandia, erede blasonico dello storico Ducato di Normandia.

Lì arrivarono dal mare gli scandinavi 《Vichinghi》, gli uomini del Nord (Northmanni in latino medievale 《germanizzato》; Northern Men, potremmo dire oggi) tra il IX e il X secolo, risalendo i fiumi, in particolare la Loira.

Lì, e non solo, si insediarono. Si 《latinizzarono》 e cristianizzarono, diventando 《i Normanni》.

Da lì partirono poi nell'XI secolo alla conquista dell'Inghilterra (1066) - da un lato - e di Sicilia e Sud Italia (XI-XII secc.) - dall'altro - per poi risalire a nord fino ai nostri Abruzzi dove fondarono una costellazione di fortezze grandi e piccole nel corso del XII secolo, a difesa settentrionale dei territori da loro conquistati.


Dalla variante a tre leopardi dell'Alta Normandia deriva l'arme della monarchia inglese; gli stessi tre leopardi che vediamo anche, ad esempio, sulla maglia della nazionale di calcio d'Inghilterra.


Le varie bandiere gigliate - invece - oggi presenti nei vessilli delle terre della Loira, occidentali e centrali, e fino alla Borgogna, ci raccontano un altro importante passaggio storico.

Siamo nelle regioni oggi denominate: Pays de la Loire; Centre-Val de Loire; Bourgogne-Franche Comté.

Quei gigli ci riportano alla mente il Ducato di Anjou, proprio nei Paesi della Loira. 

Lì iniziò l'《avventura》 degli Angioini i quali, nelle successive ramificazioni, diedero origine anche al 《filone》 di Carlo I d'Angiò che nel 1266 giunse in Italia insediandosi sul trono di Sicilia che comprendeva anche i territori dell'Italia centrale e meridionale, già appartenuti agli Svevi e - prima ancora - proprio ai Normanni di cui abbiamo già parlato.

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Insomma, ancora una volta, tanti spunti di Storia tra una pedalata e un calcio al pallone!


Mauro Rosati


Su temi simili, leggi anche: 

https://pianetalaquila.blogspot.com/2021/06/i-sette-santi-fondatori-della-bretagna.html?m=1



mercoledì 30 giugno 2021

I SETTE SANTI FONDATORI DELLA BRETAGNA

 



I SETTE SANTI FONDATORI DELLA BRETAGNA
Tra le cose belle delle grandi corse ciclistiche a tappe, c'è la conoscenza di luoghi, tradizioni, storie spesso poco note al grande pubblico.
In questi giorni di tappe in Bretagna - Tour de France - ho conosciuto la storia leggendaria dei Sette Santi fondatori della Bretagna, narrata dallo scrittore Fabio Genovesi. 

Un racconto che come tutte le narrazioni in parte leggendarie, si fonda sempre su verità storiche: in questo caso, l'evangelizzazione delle terre bretoni da parte di monaci provenienti da Galles e Irlanda che, insieme alla Cornovaglia, formano storicamente una sorta di grande 《nazione celtica》 che resistette alle invasioni germaniche di Inghilterra e Gallia.
Interessante il pellegrinaggio tra le sette sepolture dei Santi che ne ricorda altri similari, come le celeberrime sette Basiliche romane, al fine di acquisire l'indulgenza.

https://www.rivistaetnie.com/santi-e-viaggi-nelle-leggende-dei-bretoni/

https://biblio.toscana.it/argomento/Sette%20santi%20fondatori%20della%20Bretagna

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Curiosità 《araldica》.

Nella foto in alto:《Gwenn ha du》!
《Gwenn ha du》: questa è stata la bandiera che si è vista molto lungo i percorsi di queste prime tappe della 《Grande Boucle》 sulle strade della Bretagna, regione dell'estremo nord-ovest della Francia.

La bandiera bretone; una bandiera recente, 1923, ma che affonda le radici nella storia antichissima di una terra orgogliosa dalla forte impronta celtica.
Una terra molto legata storicamente e linguisticamente alle altrettanto celtiche Cornovaglia e Galles, non lontanissime via mare, e Irlanda.
Una regione-ponte tra le lingue Celtiche bretoni e britanniche (Alta Bretagna) e quelle Gallo-Latine (Bassa Bretagna).

Qualche breve curiosità sulla bandiera bretone:


Mauro Rosati



martedì 11 maggio 2021

Meno «giri», più efficienza

 

Meno «giri», più efficienza

 

«Essere colti non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle»


(Fonte: Your Edu Action

https://www.facebook.com/yeaction/photos/a.471177396359595/2349452251865424  )

 


Prendo spunto da questa citazione attribuita a Umberto Eco per una spontanea riflessione personale e più generale.

 

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Parole sante, quelle citate più sopra!

 

Ovviamente più cose si apprendono meglio è, ma non si può essere onniscienti! Non siamo enciclopedie con le gambe!

Per questo è importante conoscere e saper utilizzare gli strumenti di accesso alla Conoscenza.


 

Da un lato i libri e la documentazione materiali ma, dall'altro, da più di vent'anni ci vengono sempre più in aiuto le tecnologie digitali:

la disponibilità online della Conoscenza, grazie alla digitalizzazione dei patrimoni archivistici e librari, ci permette di accedere alle fonti in modo più veloce ed efficiente; i contenuti sono consultabili a qualsiasi ora del giorno e della notte.

 

Da diversi anni ho sperimentato il beneficio delle risorse digitali, che ottimizzano i tempi di lavoro, soprattutto grazie all'opera di molte Università e Biblioteche straniere che sono molto più avanti rispetto all'Italia in termini di disponibilità e accessibilità digitale ai contenuti.


 

Lo stesso discorso vale per le videoconferenze e il telelavoro di cui, già da qualche anno, ho avuto modo di riscontrare la maggiore praticità e l'ottimizzazione dei tempi:

maggiore efficienza, grazie alla possibilità di condividere contenuti in tempo reale con altri relatori o colleghi;

maggiore produttività, con la possibilità di poter fare più cose nella stessa giornata dalla stessa postazione di lavoro;

maggiori velocità e ordine nella comunicazione.


 

Pertanto, se potessi decidere come investire i molti fondi europei per il rilancio, investirei primariamente in due settori:

ricerca scientifica a tutto campo e digitalizzazione a tappeto di tutto il territorio nazionale, con connessioni ad alta velocità fin nei borghi più isolati.


 

Risultati possibili:

incentivazione spontanea del commercio online anche da parte delle attività commerciali già esistenti, con aumento del bacino di clienti ed estensione oltre l'ambito territoriale;

minori spostamenti evitabili e quindi minore inquinamento atmosferico;

ripopolamento dei borghi grazie alle modalità di telelavoro che renderebbero meno necessari il pendolarismo o l'abbandono dei centri minori;

maggiore produttività, al netto della stanchezza fisica dovuta a continui spostamenti.


 

Lo penso già da moltissimi anni, e ne sono ancora più convinto ora, dal momento che le circostanze storiche ci «invitano» a un netto cambio di alcuni stili di vita ormai obsoleti.


Più efficienza con meno spostamenti.

 

 

Mauro Rosati




mercoledì 28 aprile 2021

IL "MATTONE" CHE FA LA DIFFERENZA

The Castle: il libro che fa la differenza. Installazione dell'artista Jorge Méndez Blake (2007):

https://www.facebook.com/artribune/posts/3965059266897120


(Fonte: Pagina Facebook ARTRIBUNE)

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Quando ho visto queste immagini, dal post di una mia amica qualche giorno fa, mi hanno colpito - come primo impatto - la semplicità e allo stesso tempo l'efficacia di questa installazione artistica: un libro che fa la differenza.

Un solo libro che scompagina l'equilibrio di un muro in mattoni creando una curva vistosa, di forte impatto visivo.



Poi nei giorni successivi ho riflettuto - spontaneamente - anche su un altro aspetto metaforico, partendo da questa installazione: il rapporto libro-mattone.


 

Con accezione negativa, a volte diciamo "è un mattone" con riferimento a un testo particolarmente difficile (ad esempio nello studio) e/o che troviamo pesante e noioso. Così come "tomo" (volume) è diventato a sua volta sostantivo usato con la stessa accezione.


 

Ma nel caso delle immagini dell'installazione, non era questa l'assonanza metaforica a cui pensavo.

Ho immaginato piuttosto il libro come l'equivalente volumetrico di un mattone, e come un'increspatura che smuove qualcosa di statico:

quel libro nell'installazione artistica deforma il muro, ma allo stesso tempo lo tiene in piedi; se togliamo il libro quel muro crolla o rimane in piedi in modo precario.


 

Metaforicamente: da un lato il libro come fondamento, e dall'altro il libro come qualcosa che smuove il pensiero contro l'appiattimento del ragionamento. In un muro regolare potremmo leggere il pensiero omologato e appiattito; in quella deformazione potremmo leggere qualcosa che smuove quell'appiattimento e risveglia il nostro pensiero critico.

Altra possibile metafora, sempre da un punto di vista strettamente personale: tanti libri messi insieme secondo dei filari, formano anch'essi un muro. Tante volte, scherzando, ho detto che se nella mia piccola casa non mi dovesse bastare lo spazio per i libri, butterei giù un tramezzo e lo ricostruirei tamponandolo con dei libri.

E da qui, l'altra riflessione: il muro non è solo una metafora materiale di divisione, di separazione; il muro può essere anche metafora di protezione, come le antiche mura delle nostre città. Qualcosa che ci consente di scrutare lontano ma che allo stesso tempo ci ripara da un nemico che ci assedia: un baluardo che necessita di manutenzione costante.

Ecco allora che, se immaginassimo di mettere insieme idealmente tutti i libri che leggiamo - purché ne facciamo frutto - costruiremmo un muro immaginario sempre più alto e sempre più robusto contro gli assedi al pensiero critico: gli assedi degli indottrinamenti, gli assedi suadenti che vogliono imporci un certo stile di vita - che si pretende debba essere uguale per tutti -, gli assedi delle tante forme di ignoranza che possono influenzarci negativamente se non siamo abbastanza "vaccinati".



Con il termine "libro" intendo la conoscenza in tutte le sue forme: il libro cartaceo ma anche la comunicazione multimediale, le riviste e l'informazione comparata, il sapere su internet ma anche il sapere che apprendiamo dalla testimonianza orale, da un racconto di vita, e così via.

I mezzi e i canali sono tanti. L'importante è che la lettura - in senso generale - non ci lasci indifferenti: la lettura che non porta frutto è come un mattone non ben cotto, il muro potrebbe cedere o incrinarsi; la lettura che porta frutto, invece, è il mattone al giusto grado di cottura che - giorno per giorno - ci permette di alzare e di irrobustire quel muro difensivo e di "contrattaccare".


 

Prima ancora di "quanto" leggiamo, penso sia importante "come" leggiamo.


 

E anche in questo caso non esiste una ricetta valida per tutti: ognuno di noi matura questa capacità giorno per giorno, fin da quando inizia l'"età della ragione" - come si usa dire -.

E non c'è un'età limite, anzi è il contrario: non si è mai troppo anziani per continuare a essere curiosi e a imparare, semplicemente può essere diversa la velocità soggettiva; ognuno di noi ha i suoi tempi tecnici, in questo percorso che inizia fin da quando si impara ad ascoltare e a leggere, e che prosegue anche - e soprattutto - in età adulta.



Mauro Rosati

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In tema libri, vedi anche:

https://pianetalaquila.blogspot.com/2021/04/le-salamandre.html