A cura di MAURO ROSATI. Uno spazio dedicato soprattutto alla scoperta (o riscoperta) delle curiosità storiche e artistiche sulla città di L'AQUILA e dintorni! E poi le novità e gli appuntamenti offerti dalla nostra città! E - perchè no? - ogni tanto qualche riflessione sul quotidiano in generale!
lunedì 1 novembre 2021
《ÙNIASANTA, SCAPPA FÒRE DALLA MONTAGNA!》
venerdì 27 agosto 2021
ALBICOCCA...UN "LUNGO MORSO" DI STORIA E GEOGRAFIA
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| (Fonte immagine: https://unaparolaalgiorno.it/amp/significato/albicocca ) |
ALBICOCCA...UN "LUNGO MORSO" DI STORIA E GEOGRAFIA
ALBICOCCA. Ripercorrere l'itinerario di questa parola è un lungo viaggio nella Geografia e nella Storia, con ben tre stratificazioni linguistiche fino all'italiano ufficiale e ai nostri dialetti locali.
📌 Secondo le versioni più diffuse, l'albicocca sarebbe originaria del Lontano Oriente (Cina e/o Giappone).
❓Allora perché il suo nome scientifico è 《Prunus Armeniaca》? Perché l'Armenia?
❓ E allora che c'entra la parola《albicocca》? Andiamo per passi.
📌 Intanto, però, c'era anche già la versione più antica《praecoquus》 e per questo oggi troviamo anche la parola PERCOCA, che vedremo poco più avanti.
Da alcune versioni etimologiche risulta poi che, in lingua araba, 《al-barquq》 indica la 《susina》, quella che comunemente chiamiamo 《prugna》, probabilmente proprio per la somiglianza di forma e dimensioni tra le albicocche e alcune varietà di susine.
🥭 Insomma, quando siamo a tavola e stiamo per addentare una gustosa ALBICOCCA, ricordiamoci che in pochi secondi stiamo anche "assaporando" secoli di Storia e migliaia di kilometri di Geografia.
http://www.fruttanellescuole.gov.it/alunni/frutta-e-verdura-dalla-a-alla-z/albicocca
https://www.treccani.it/vocabolario/albicocco/
lunedì 29 marzo 2021
«Cultura» e «Coltura» delle lingue
«Cultura»
e «Coltura» delle lingue
È sempre un piacere leggere e
ascoltare Corrado Augias. Non solo per la sua capacità narratoria.
È un piacere ascoltare il suo
italiano dal lessico «ricco» ma senza nessun
esibizionismo intellettuale:
semplicemente una persona
particolarmente colta che sa ancora parlare la lingua italiana, nella sua
varietà e nella sua ricchezza lessicale.
E poi ho sempre apprezzato il suo
ateismo rispettoso: pur essendo ateo non si è mai espresso in maniera offensiva
nei confronti dei credenti - almeno che io ricordi -. Al contrario, ha sempre
avuto un approccio a tutto campo, anche nello studio delle Religioni, che ha
sempre trattato con l'onestà intellettuale di un vero Storico, riportando i
fatti, i punti di vista, le versioni, senza mai ostentare la sua personale
posizione.
Diversamente da quanto fanno alcuni
sedicenti intellettuali e sedicenti atei, che offendono pubblicamente i
credenti per manifestare platealmente il loro punto di vista - seppur legittimo;
legittimo il punto di vista, non le offese -.
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Tornando alla lingua italiana, è sempre più difficile leggere e ascoltare
intellettuali con una tale padronanza della lingua.
Tra i pochi che mi vengono in mente
c'è il giovane Diego Fusaro, poco meno che trentottenne - filosofo,
saggista e docente universitario - già da diversi anni sulla scena
intellettuale italiana.
Ho avuto modo di ascoltarlo
direttamente in occasione di un incontro pubblico qui nella nostra città: ricordo
un’assiepata platea di ventenni e di trentenni - e anche liceali -, tutti
incuriositi e attenti al suo particolare e ricercato uso della lingua italiana,
al di là del fatto che comprendessero a pieno - o meno - ciò che diceva.
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In entrambi gli esempi, sia per il «veterano» Augias sia per il più giovane Fusaro - a
prescindere dal fatto che la mia opinione possa essere concorde o discorde su
ciò che dicono e scrivono -, apprezzo il fatto che siano tra i pochi che
riescano ancora a comunicarci la ricchezza e la varietà lessicale della lingua
italiana.
E allo stesso tempo, però, mi rendo
conto della situazione «agonizzante» della nostra lingua
nazionale:
non solo per la povertà del nostro linguaggio a tutti i livelli sociali (a
cominciare dal sottoscritto) - usiamo una ridottissima percentuale del lessico
disponibile - ma anche per l'incapacità di assimilare i neologismi (nuove
parole) che arrivano dalle altre lingue.
Recentemente riflettevo sul
neologismo «gentrificazione»,
uno dei pochissimi casi di termini forestieri che - in tempi
relativamente recenti - siamo riusciti ad assimilare in maniera «attiva».
Per la gran parte, invece, buio totale.
Peggio ancora:
da qualche anno a questa parte stiamo sostituendo termini che già usavamo nella lingua italiana, rimpiazzandoli con forestierismi (prevalentemente anglo-sassoni).
Mi risparmio l'elenco perché sarebbe veramente
lungo e penoso.
In pratica, stiamo passando da una «lingua»
a uno «slang»
- ecco appunto! - ossia un gergo particolare, un insieme di espressioni, in
questo caso non classificabile con precisione: non è italiano ma neanche
inglese.
È qualcosa di diverso, di
indefinibile: da alcuni anni si parla di «italiese»; ma questo sostantivo inquadra soltanto una parte del
problema.
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E non parliamo poi dei dialetti e delle lingue d'Italia (napoletano, siciliano,
lombardo e altre): se si coltivano ancora è soprattutto grazie all'opera
meritevole di tanti scrittori, poeti, compagnie teatrali - e ora anche Musica, Cinema e
TV - e tante altre iniziative spontanee che hanno come obiettivo la «coltura» dei dialetti in qualità
di patrimonio immateriale delle nostre Comunità locali.
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Le cause di tutto ciò sono molte.
Tra i tanti colpevoli: alcune
categorie «snob»
di intellettuali e opinionisti da «salotti» televisivi e/o accademici, che ancora non riescono a
chiudere i conti con il passato.
Ricordo fin da bambino le discussioni mediatiche sul tema.
- Creiamo un Ministero, o un Dipartimento a monitoraggio della lingua
italiana (come accade normalmente in altri paesi democratici)?
- No!!!!! Non sia mai!
Fascisti!!!!!
- Difendiamo i dialetti, coltiviamoli, riscopriamo i toponimi dialettali?
Insegniamoli insieme alla letteratura italiana?
- No!!!!! Non sia mai!
Ignoranti! Campanilisti! Provincialotti!!!!!
Ebbene, se coltivare la vitalità della propria lingua nazionale significa
essere «fascisti», se coltivare e
rivalutare i dialetti locali significa essere «provinciali»: fate pure!
Vuol dire che - in questo caso - si potranno considerare come complimenti, tenuto
conto del valore della causa.
E vuol dire anche, però, che la mentalità
dominante è rimasta indietro di almeno 75 anni.
Ancora non c’è l’obiettività del
pensiero indipendente, libero da pregiudizi ideologici.
Mauro
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Sulla stessa tematica, vedi anche:
https://pianetalaquila.blogspot.com/2020/09/i-dialetti-lingue-vive-fortunatamente.html
sabato 13 febbraio 2021
❄《'assa fa' Dio!》《Nengue!》

13 febbraio 2021
Finalmente, dopo qualche timida "affacciata" a gennaio, si è rivisto un minimo di nevicata degna di essere fotografata.
A tutto beneficio della natura, delle falde acquifere in particolare, e anche del buon umore.
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(《Sia fatta la volontà di Dio!》- dal dialetto napoletano -; 《Nevica》- dal dialetto aquilano -)
Mauro
venerdì 25 dicembre 2020
«La Natale» - il “capodanno aquilano” - e la «Pasqua de jennaro»
(Articolo inviato alle redazioni di stampa locale in data 21 dicembre 2020;
integrato con ulteriori brevi apporti in data 25 dicembre 2020)
Vi propongo di seguito un breve articolo inviato
alle redazioni di stampa locale il 21 dicembre 2020 e pubblicato nei giorni
successivi.
Ad esempio su "Il Capoluogo":
e condiviso anche dal sito
dell'"Associazione Abruzzese di Roma":
L'articolo è stato poi arricchito da alcuni brevi
apporti tra i quali due riscontri di nostre concittadine che lo hanno letto
nella giornata di Natale!
Colgo l'occasione per rinnovare a tutti voi lettori i
miei Auguri di Serene Festività!
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Buona Natale!
No! Non mi sono sbagliato! 😊
È proprio così che si pronuncia nella tradizione
dialettale aquilana.
Come ci fa osservare il prof. Carlo De Matteis -
nei suoi commenti alla Cronica del nostro Buccio di Ranallo -
"Natale" ad Aquila si declina al femminile perché deriverebbe dal
francese "la Noël"; da qui, l'uso aquilano "la
Natale".
Non mancano anche altre ipotesi su questa
declinazione al femminile.
Ad esempio, la studiosa aquilana Beatrice
Sabatini ipotizza che la versione femminile dialettale potrebbe essere derivata
direttamente dall'espressione latina "dies Natalis"
successivamente declinata al femminile nel processo di volgarizzazione del
latino classico, ossia nella trasformazione del latino classico nell'uso
parlato popolare.
E poi il "Capodanno"!
"La Natale" era il nostro Capodanno
aquilano.
Anche questo ce lo ricorda Buccio di Ranallo in
vari passaggi della sua opera; ad esempio quando parla dell'inizio del Giubileo
del 1350, dopo la descrizione del grave terremoto del 1349:
«Poi venne la Natale 'ntrò l'anno Jebelleo»
(Venne la Natale e iniziò l'anno del Giubileo).
Perché Capodanno a Natale?
Nel Medioevo si erano diffusi diversi "stili"
di calendario: si usava il calendario giuliano ma, a seconda delle zone
d'Italia e d'Europa, il Capodanno cadeva in un giorno diverso dell'anno in base
allo "stile" adottato in una certa zona; lo "stile"
era ovviamente legato sempre a un giorno simbolico della liturgia cristiana.
Nel calendario gregoriano in uso attualmente dal
1582, si usa lo "Stile della circoncisione", che colloca il Capodanno
al 1° gennaio, nell'ottavo giorno del Natale (il conteggio comprende infatti
anche il 25 dicembre stesso).
Ad Aquila si usava lo "stile della
Natività", per cui il nuovo anno iniziava il 25 dicembre.
Ecco perché al giorno d'oggi, il 25 dicembre
potremmo dirci anche «Buona Natale e Buon Anno!»; un modo simpatico per
conservare e tramandare le nostre tradizioni più antiche.
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Ora facciamo un "salto" in avanti di 12
giorni e arriviamo alla «Pasqua Bbifania che tutte le feste le manna via».
Ho sentito spesso persone anziane che nel giorno
dell'Epifania dicevano «Bbona Pasquetta».
Perché?
Perché il 6 gennaio si festeggia la «Pasqua
Epifania», ossia la "prima" Pasqua dell’anno, che precede quella
primaverile, centro dell'anno liturgico.
L'Epifania ("manifestazione") - infatti
- è il giorno in cui "ufficialmente" per la prima volta Gesù si
mostra al mondo, quando i Magi lo raggiungono per consegnare i loro doni;
quindi, Dio che si manifesta nella persona di suo Figlio (Epifania di Nostro
Signore Gesù Cristo).
Nella liturgia, il giorno dell'Epifania si recita
solennemente l’«Annuncio del giorno della Pasqua» con la sua data e con
quelle di tutte le festività liturgiche che da essa derivano - prima e dopo -
(le “feste mobili”).
Quindi "Pasquetta" indica la prima
Pasqua dell'anno che precede la Pasqua “più conosciuta”, ossia quella che cade
la prima domenica dopo la prima luna piena di Primavera.
[1-Curiosità]. In Campania, ad esempio, è
tradizione consumare la prima pastiera nel giorno dell'Epifania; e non per
caso.
La pastiera, infatti, è un noto dolce pasquale
della tradizione napoletana e campana.
[2-Curiosità]. La Pasquarella!
Tra i lettori dell'articolo pubblicato sulla stampa nei giorni scorsi, c'è la nostra concittadina Gabriella Liberatore che ha riferito questo interessante ricordo:
«Mio padre raccontava che passato Natale, i giovani andavano in giro per le case a cantare la pasquarella. Si ammazzava il maiale e la canzone era: - se me ha' la sarsicciella ji te canto la pasquarella, ma se non me la vo da’ te se pozza fracica' -.»
(Se
mi dai la salsiccella io ti canto la Pasquarella, ma se non me la vuoi dare ti
si possa fradiciare; nel senso di "andare a male",
"irrancidire". Insomma, una specie di "dolcetto o scherzetto?" 😊)
E per concludere, anche qui ci viene "in
aiuto" Buccio di Ranallo che in una quartina della sua Cronica rimata
cita la «Pasqua de jennaro» (la Pasqua di gennaio).
Ce ne parla quando racconta l'elezione del
Governo delle Arti ad Aquila, nel 1354:
«Poi che questo fo facto, lu consillio
adunaro, /
e•llu sequente jornno, poi Pasqua de
jennaro, /
fra li altri dieci elessero como illi
conselliaro, /
lu capetano co•lloro, in cinque lo frenaro»
(Dopo che ciò fu fatto, riunirono l'assemblea / e
il giorno seguente, dopo la Pasqua di gennaio, / ne elessero dieci fra tutti,
come essi avevano consigliato, / il capitano con loro e in cinque lo
controllavano).
Mauro Rosati
sabato 19 settembre 2020
I dialetti? Lingue vive (fortunatamente) - L'Italiano? Un po' meno (in questo momento)
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| Mappa delle lingue d'Italia (Fonte immagine: Wikipedia; Di Mikima - File:Linguistic_map_of_Italy.png, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47107644 ) |
I dialetti - le nostre lingue locali - erano, e in gran parte lo sono ancora, delle lingue vive che nel tempo hanno saputo assimilare termini nuovi da lingue forestiere e sono riuscite a farli propri; un'evoluzione continua, tanto che ancora oggi la maggior parte di essi riesce ad elaborare anche termini nuovi (neologismi), in maniera seria o scherzosa, ma comunque in modo attivo. Per questo, cerchiamo tutti di continuare a coltivare queste nostre lingue locali, le nostre ricchezze immateriali; ci sono tanti modi: facciamolo con il cinema, con la musica, con il teatro, con la poesia e anche, semplicemente, con una chiacchierata in famiglia o tra amici! Non vergogniamocene, facciamone il nostro vanto, imparando a utilizzare regolarmente i dialetti accanto alla nostra lingua ufficiale nazionale!
Una lingua viva, invece, si arricchisce con parole straniere
ma assimilandole, adattandole, facendole proprie; così faceva la lingua
italiana fino a qualche decennio fa e così, fortunatamente, accade ancora oggi
per la maggior parte delle nostre lingue locali.
Mauro Rosati
P.s.: per chi fosse curioso, dal 2015, nell'ambito dell'Accademia della Crusca è nato il gruppo di lavoro "Incipit" che, con comunicati stampa periodici, denuncia l'abuso di neologismi stranieri e suggerisce le possibili alternative in lingua italiana ( https://accademiadellacrusca.it/…/la-nascita-del-grupp…/6347 ).




