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giovedì 16 ottobre 2025

(3ª parte) TORNIMPARTE - STEMMI A CONFRONTO

L'Aquila, chiesa di San Vito alla Rivera
ossìa San Vito di Tornimparte intra moenia:
particolare con stemma di Tornimparte in facciata.

(Foto: Mauro Rosati, 2025)

 


🛡 Tornando sull'arme civica di Tornimparte.

E con questo ricapitoliamo sulla base di quanto riscontrato finora.


🚩 L'Aquila, chiesa di San Vito alla Rivera ossìa San Vito di Tornimparte intra moenia (Quarto di San Giovanni), particolare della facciata:

nell'immagine (vedi foto), seppur di bassa risoluzione, si riconosce un'ulteriore variante dell'arme storica di Tornimparte, antecedente all'aggregazione napoleonica di Rocca Santo Stefano.

Lo stemma sulla chiesa di San Vito intus, situato alla sommità della facciata (al pari dello stemma rojano di Santa Maria di Rojo intus), si presenta sostanzialmente simile all'impostazione riscontrata all'esterno e all'interno della chiesa di San Panfilo a Villagrande:

🛡《interzata in palo》 (divisa in tre parti verticalmente) con una stella di 6 punte per ciascun terzo, e quindi possibilmente riferibile al periodo in cui i castelli di Rocca San Vito e di Castiglione si erano aggregati a Villagrande (《Tornamparte》); in questo caso gli 《smalti》 non sono noti, anche se possiamo ipotizzare la serie di colori nero(?azzurro), rosso e verde, per le parti verticali, e il metallo《oro》 per le stelle, così come da valutazioni dei post precedenti. Unica differenza sostanziale riscontrabile è la disposizione delle stelle: all'esterno di San Panfilo di Villagrande e nell'arme odierna del Comune di Tornimparte, le stelle sono disposte in banda (ossìa diagonalmente da in alto a destra a in basso a sinistra; il contrario per chi guarda), mentre nell'arme civica sulla facciata San Vito alla Rivera le stelle sono disposte in fascia (ossìa in orizzontale), più similmente alla versione riportata dal Blasetti.

Lo scudo sembra assimilabile alla tipologia 《semirotondo》 (con punta arrotondata in basso).

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Finora si possono quindi elencare 5 versioni storiche, di momenti probabilmente differenti, dell'arme civica di Tornimparte:

- 🛡《d'oro al palo di rosso》, versione illustrata dal sig. Domenico Fusari (Pro Loco di Tornimparte) sulla base di riscontro documentario, e ascrivibile ipoteticamente al periodo in cui 《Tornamparte》 corrispondeva soltanto all'unità territoriale di Villagrande e sue ville minori

( https://pianetalaquila.blogspot.com/2025/09/2-parte-tornimparte-stemmi-confronto.html?m=1 );

- 🛡《di..., al palo di... caricato da una stella (6) di... e addestrata [a sinistra per chi guarda] da una stella (6) di...》 (smalti non noti con certezza), sintesi della versione riportata dal Blasetti 

( https://pianetalaquila.blogspot.com/2025/09/tornimparte-stemmi-confronto.html?m=1 );

- 🛡 interzata in palo di nero(?azzurro), di rosso e di verde, rispettivamente con una stella d'oro per ciascuno, disposte in banda, il tutto entro uno scudo gotico, affrescato sulla facciata della chiesa di San Panfilo in Villagrande

( https://pianetalaquila.blogspot.com/2025/09/2-parte-tornimparte-stemmi-confronto.html?m=1 );

- 🛡 interzata in palo di (?)azzurro, di rosso e di verde, rispettivamente con una stella d'oro per ciascuno, disposte in banda, il tutto entro uno scudo dal profilo 《rinascimentale》 combinato con la tipologia 《a bucranio》 e/o 《a testa di cavallo》, affrescato all'interno della chiesa di San Panfilo in Villagrande, nell'ambito del ciclo di affreschi di Saturnino Gatti (anni 1490-1494)

( https://pianetalaquila.blogspot.com/2025/09/2-parte-tornimparte-stemmi-confronto.html?m=1 );

- 🛡 infine la versione sopra descritta nella prima parte di questo post, situata in capo alla facciata di San Vito alla Rivera (vedi immagine).



Mauro Rosati

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sabato 2 aprile 2022

IL CHIASSETTO DEGLI ORTOLANI

Un particolare del Chiassetto degli Ortolani
(Foto: Mauro Rosati, 2017)


 


29 marzo 2017

Il《Chiassetto degli Ortolani》 (Quarto di San Giovanni).

Uno dei caratteristici chiassetti aquilani, tornato a vivere dopo i lavori di ricostruzione.


Il chiassetto si dirama da via degli Ortolani e, secondo alcune versioni, deve il suo nome alle abitazioni degli ortolani che lavoravano alla Rivera; ma forse anche perché questa è la via più diretta tra la Piazza del Mercato e gli orti della Rivera.


Il Chiassetto degli Ortolani comunica da un lato con Via Fontesecco e dall'altro - come accennato - prosegue in Via degli Ortolani, risalendo e costeggiando il Colle del Belvedere lungo un percorso di vie e vicoli che conduce fino in Piazza Duomo (Piazza del Mercato).


Oggi il chiassetto ospita da un lato una struttura ricettiva e dall'altro un (ben) "Rimediato" spazio teatrale e anche luogo di incontro per tante altre attività culturali.


Poco più avanti, percorrendo Via Fontesecco, attraverso l'omonimo e centrale quartiere residenziale, tra abitazioni e studi professionali, si giunge nella bellissima Piazza Fontesecco, caratterizzata su lato est da palazzi storici che dialogano con la caratteristica fontana dalla quale prendono il nome l'area e la sua via principale.

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Nota onomastica. I cittadini più maturi di età ricordano che gli abitanti del quartiere di Fontesecco chiamano questo chiassetto 《la ruella》, ossia 《la piccola rua》 in riferimento alla caratteristica del chiassetto, stretto e in leggera pendenza.

Il vocabolo 《rua》- variante di 《ruga》- ha etimologia in comune con il 《rue》 francese (e non solo).

La 《rua》 sta ad indicare sia un certo tipo di strada percorribile, con determinate caratteristiche, tipica soprattutto delle zone più antiche dei centri abitati, sia quegli spazi rettilinei molto stretti, tra un palazzo e l'altro, che venivano utilizzati come scoli per il deflusso delle acque sporche e piovane quando le città e i paesi non avevano sistemi fognari. Nelle rue, inoltre, si trovano spesso anche degli archetti di contrasto che fungevano da 《controventamenti》 antisismici tra un palazzo e l'altro.


Mauro



lunedì 24 maggio 2021

QUID un QUartiere di IDee – I RISULTATI DEL PERCORSO PARTECIPATO

( Fonte immagine: Urban Center L'Aquila )


Dopo la presentazione pubblica di sabato 22 maggio è ora disponibile la relazione conclusiva del percorso di partecipazione QUID - Un QUartiere di IDee.


Il video della presentazione e del dibattito di sabato 22/05/2021 è disponibile all’indirizzo:

https://fb.watch/5HFw7DbYVb/


 

Tanti Cittadini hanno avuto l'opportunità di esprimere le loro idee, opinioni e suggerimenti sulla riqualificazione della zona di Belvedere-Fontesecco, nel centro della nostra città dell’Aquila e ricadente in gran parte nel Quarto di San Giovanni.

Un percorso iniziato a marzo con un questionario di opinione e proseguito ad aprile con pubblici tavoli di confronto su specifiche tematiche.


Tra le molte cose è riemersa una rinnovata percezione di Fontesecco e Borgo Rivera come un'area unitaria e dialogante, come lo è anche storicamente, e quindi l'importanza di raggiungere una convivenza tra quest'area storicamente unitaria e Via XX Settembre (1890), arteria importante che ha però generato un «taglio» tra Fontesecco e Borgo Rivera: un «taglio da ricucire» in convivenza con la stessa Via XX Settembre.


È emersa anche l'esigenza di una riqualificazione sostenibile: ossia interventi di qualità e non invasivi.


 

Voglio personalmente ringraziare Urban Center L'Aquila per aver dato a noi Cittadini l'opportunità di esprimerci attivamente e propositivamente, anche attraverso mezzi digitali che ampliano e facilitano la comunicazione (questionario online, tavoli in video-partecipazione, ecc.).

Un ringraziamento alla presidente Giulia Tomassi e a tutto il gruppo di lavoro.


 

Si può consultare e scaricare la relazione finale di QUID da questo indirizzo:

https://urbancenterlaquila.it/wp-content/uploads/2021/05/Quid-Report-finale-def_compressed.pdf


oppure


in fondo a questa pagina:

https://urbancenterlaquila.it/2021/03/22/percorso-di-partecipazione-quid-un-quartiere-di-idee-immagina-con-noi-il-futuro-di-fontesecco/

 


 

Mauro Rosati


 

P.S.: una relazione interessante, dalla quale emergono molti spunti.

Personalmente, come emerso ed espresso anche in alcuni tavoli di partecipazione, penso che potrebbe essere molto bella - didatticamente e storicamente - anche una «marcatura» a raso dell’ampiezza originaria di Via Fontesecco e del tracciato delle vie che formavano il «Vicolaccio» (Via Sallustio), prima delle demolizioni da ampliamento di metà Novecento.

Un’idea che ebbi modo di condividere con i miei concittadini già nel 2015 e che, grazie al percorso QUID, ho potuto nuovamente esporre e condividere durante alcuni tavoli. 😊



lunedì 4 gennaio 2021

8 dicembre 1943 – Stessa giornata, altri racconti

 

Il ricordo e la preghiera per i Caduti dell’Officina Carte e Valori (“la Zecca”).
(IMPORTANTE. L’immagine è stata gentilmente concessa - esclusivamente per questo racconto - da Giovanna Vespaziani, nipote di una delle lavoratrici cadute sotto il bombardamento)


Dal “seme” del racconto del signor Spartaco è “germogliata” spontaneamente questa seconda narrazione che “cuce” nuove memorie “parallele”.

È “germogliata”, proprio come una pianta.

Forse anche per questo, in passato si piantava un albero per ogni Caduto – non solo di guerra – e fu così, ad esempio, che nacquero i Parchi della Rimembranza (ossia “Parchi del Ricordo”, “Parchi della Memoria”).

D’altra parte, in tutte le epoche e - credo - in tutte le Culture, gli Alberi sono sempre stati fortemente legati al concetto di Memoria.

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La Memoria richiama altra Memoria. Anche così potremmo intitolare questo “seguito” - e “parallelo” allo stesso tempo - del precedente racconto «L’8 dicembre del signor Spartaco».

Le testimonianze che seguono, infatti, sono state riferite spontaneamente e gentilmente da alcune persone che hanno letto l’articolo «L’8 dicembre del signor Spartaco», pubblicato l’08 dicembre 2020, e hanno risposto in una conversazione di gruppo (chat) culturale mediante una nota applicazione.

Queste persone si chiamano Beatrice, Giovanna, Loredana, Maria Rita: quattro donne aquilane che appartengono alla prima generazione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale; nostre concittadine nate molti anni dopo la fine del conflitto. La prima generazione che ha conosciuto la Pace ma, allo stesso tempo, una generazione che è cresciuta con i racconti - spesso terribili - dei genitori e dei nonni che quella Guerra l’avevano vissuta, e alcuni anche la precedente (Prima Guerra Mondiale); quindi hanno ben impresse nella mente quelle memorie di famiglia in cui vivevano indirettamente la Guerra attraverso la paura e il trauma che probabilmente accompagnavano l’animo dei loro familiari, soprattutto quando ricordavano quei momenti di tanti anni prima. Quella paura si poteva leggere negli occhi, come raccontano ad esempio Beatrice - quando riferisce il ricordo della madre - e Giovanna - che ricorda le lacrime agli occhi della nonna -.

 

Le memorie che riporto in questo breve contributo, narrano episodi personali differenti ma che si sono svolti nello stesso frangente di tempo, durante il bombardamento alleato dell’08 dicembre 1943 sulla Stazione ferroviaria dell’Aquila e sullo stabilimento della Zecca, che ha coinvolto anche la zona limitrofa, in particolare Borgo Rivera.

Altre storie - di altre persone - che però si svolgono contemporaneamente ai racconti di Spartaco, Lisa e Maria che abbiamo già letto nel primo articolo. Altre persone che erano nella stessa zona o a poca distanza dai protagonisti del primo racconto; memorie che si “intrecciano” anche, come vedremo.

Sono tutti contributi fondamentali a ricostruire la storia di quella giornata orribile e le quattro donne che ce li raccontano hanno creato nuovi “ganci” alla Catena della Memoria che avevamo sviluppato nel primo articolo.

 

Giusto per riallacciarci a quest’ultimo, ricordiamo che eravamo partiti dalla mattina dell’08 dicembre 2006 e poi, grazie al signor Spartaco, eravamo tornati indietro di 63 anni fino all’08 dicembre 1943. Un po’ quello che nel Cinema (e nella Letteratura in generale) viene definito “flashback” o “regressione”, più semplicemente. Un racconto che inizia da un momento definito del presente per fare un salto all’indietro e sviluppare la narrazione in un tempo precedente.

 

Riporto integralmente queste memorie, così come sono state riferite, e aggiungo una mia riflessione finale, dopo le testimonianze citate.

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«Giovanna»


La mattina dell’8 dicembre 1943, una ragazza di 19 anni, di nome Giovanna stava lavorando nello stabilimento della Zecca, a poca distanza dalla Stazione ferroviaria dell’Aquila. Era lì dentro con tante sue colleghe e colleghi quando arrivarono i bombardieri alleati e iniziò il massacro.

Giovanna Tessari - classe 1924 - oggi sarebbe forse stata un’anziana signora di 96 anni? Con dei figli, nipoti, pronipoti?

Purtroppo non possiamo dirlo!

Perché?

Il perché ce lo racconta sua nipote (la figlia della sorella), che porta anche lei il nome di Giovanna.



«Leggo sempre con molto interesse gli scritti di Mauro. Primo perché sono presenti minuziosamente alle fonti storiche e raccontati con grande capacità letteraria, poi perché mi riportano sempre ad un ricordo stratificato nella memoria, accantonato ma mai dimenticato.


In questo giorno, 8 dicembre 1943, morì sotto le bombe la sorella di mia madre, una ragazza di 19 anni che lavorava presso la Zecca e della quale porto il nome. Questo terribile giorno per la mia famiglia e per mia nonna in particolare (viveva con noi) era un momento di profonda tristezza e di racconto minuzioso dei particolari dell'epoca. Mia nonna nel raccontare i fatti storici di quel tempo, aveva sempre le lacrime agli occhi perché ripensava con orrore al ritrovamento di parte del corpo di mia zia sotto le macerie.

Ogni anno il comune dell'Aquila deponeva una corona di fiori davanti alla lapide posta nel piazzale antistante l'ex Alenia, che riporta il nome di tutte le vittime di quell'eccidio (quasi tutte giovani donne). Dal terremoto in poi non si è più fatto perché l'azienda è in uno stato di completo abbandono. Mi auguro che in un giorno, anche lontano, si possa riprendere quella cerimonia che onorava la memoria di quelle giovani vite cadute sotto il giogo di una guerra che ha contato milioni di vittime immolate alla follia di uomini esaltati dal potere dell'onnipotenza.»


(Testimonianza indiretta di Giovanna Vespaziani, 08/12/2020; riportata integralmente)



Giovanna Tessari, 19 anni, non ha potuto conoscere sua nipote perché è stata una delle molte giovani lavoratrici uccise dalle bombe cadute sulla Zecca.


Immagine e preghiera in memoria di Giovanna Tessari, giovanissima lavoratrice caduta nel bombardamento dell’Officina Carte e Valori (“la Zecca”). 
(IMPORTANTE. L’immagine-ricordo è stata gentilmente concessa dalla nipote Giovanna Vespaziani, esclusivamente per questo racconto. Questa immagine-ricordo è quindi di esclusiva “proprietà” - materiale e morale - della signora Vespaziani e dei suoi familiari.)


La foto che avete appena visto non necessita di particolari commenti, parla da sé. 

I bollettini sono necessari, sia per la cronaca sia per la storia in generale, perché comunicano l'idea "quantitativa" di un accaduto.
Foto come questa ci portano dalla dimensione del "numero" a quella della "persona", ossia alle storie personali che sono dentro i numeri dei - pur necessari - bollettini.


Riflessione e proposte.

Anche se oggi l’ex stabilimento Alenia - già sede della Zecca - è in abbandono dopo il sisma del 2009, sarebbe importante riprendere a coltivare la memoria davanti a quella lapide apposta nel piazzale antistante allo stabilimento abbandonato.

Una memoria che ognuno può coltivare spontaneamente, in qualsiasi giorno dell’anno, oltre ovviamente a una doverosa commemorazione istituzionale nella giornata dell’08 dicembre.

 

Poi non dimentichiamo che viviamo in un’epoca digitale: perché non iniziamo a creare dei Muri della Memoria “virtuali”? Un “semplice” pannello con un codice QR collegato a una “banca dati” della memoria collettiva: un clic con il telefono e qualsiasi persona potrebbe fare questo viaggio immediato nella Memoria.

E magari perché non iniziare proprio da Piazzale Caduti 8 dicembre 1943 (il piazzale della Stazione) e dal piazzale ex Alenia?

E poi si potrebbe estendere l’iniziativa ai tanti luoghi della nostra Città che sono intitolati alle commemorazioni collettive (es.: Viale delle Medaglie d’Oro; Piazzale Caduti del Soccorso; Piazza IX Martiri; Largo Italiani Martiri delle Foibe e degli Esuli Istriani, Giuliano-Dalmati; Via Caduti Traforo del Gran Sasso; e tanti altri esempi).

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«Leda»


Torniamo sempre a quell’8 dicembre 1943, e sempre allo stabilimento della Zecca.


Quella mattina al lavoro c’era un’altra giovane donna, poco più grande di Giovanna: Leda Santilli - classe 1921-, appunto una collega di Giovanna.

Leda fortunatamente si è salvata.

Ce lo ricorda sua figlia Maria Rita.


«Anche per me è un ricordo di famiglia anche se non tragico come quello di Giovanna.  Mia madre lavorava lì ed è riuscita a salvarsi. Da bambina nel giorno dei morti mi conduceva sempre a visitare le tombe delle sue colleghe.»

 

(Testimonianza indiretta di Maria Rita Acone, 08/12/2020; riportata integralmente)


 

Proprio da questa testimonianze “incrociate”, Giovanna e Maria Rita hanno scoperto - 77 anni dopo - che rispettivamente la zia diciannovenne di Giovanna e la madre ventiduenne di Maria Rita, in quel 1943 lavoravano insieme e probabilmente – chi lo sa? – si conoscevano anche.

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«Antonietta»


Adesso spostiamoci a Borgo Rivera, (la “Riviera” degli Aquilani) a poca distanza dallo stabilimento della Zecca, e ancora meno dalla Stazione ferroviaria dell’Aquila.

Ricordate la giovane Lisa - futura moglie del signor Spartaco - e sua sorella Maria, entrambe alle Novantanove Cannelle al momento del bombardamento?

Con loro c’era anche un’altra giovanissima donna, la diciassettenne Antonietta Costantini - classe 1926 -, madre di Loredana.


E qui il racconto contiene alcuni dettagli “crudi” che purtroppo rendono l’idea dell’orrore vissuto da chi era presente a quella tragedia.

 

 

«Buona sera Mauro ho letto il tuo articolo sui ricordi dell’8 dicembre, mi ha fatto piacere 'sentire' zia Maria e zio Spartaco.

 

Infatti mia madre era con zia Maria e Lisa. Mia madre mi raccontava che era davanti alle 99 cannelle e con una bomba lo spostamento d’aria la trascinò fin dentro il negozio di vino e alimentari della signora Crocetta, moglie di Rossi Ermanno. Mia madre ebbe sangue dalle orecchie per i timpani rotti.

 

Mia madre mi ha raccontato che i prigionieri inglesi erano volutamente messi in vagoni alternati a vagoni con munizioni.


La carneficina avvenne e i soldati che sopravvissero avevano arti amputati e mentre risalivano la Rivera prendevano i panni del bucato stesi per coprire le ferite.

 

Mi ha detto anche che le rotaie del treno saltarono e arrivarono fino a via XX Settembre


Mi ha sempre raccontato di quel giorno.
Ciao grazie»

 

(Testimonianza indiretta di Loredana Mariani, 08/12/2020; riportata integralmente)

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«Anna»


Ora, sempre in quegli stessi momenti del bombardamento della Stazione, risaliamo la Città verso la Caserma “Edmondo De Amicis”, accanto alla Basilica di San Bernardino.

Se avete letto il primo articolo, ricorderete che qui avevamo lasciato il signor Spartaco (allora diciottenne) che vedeva le bombe cadere da lontano e poi, sicuramente, la colonna di fumo che si alzava dal lato del fiume Aterno, verso la Rivera e la Stazione ferroviaria.

 

In quegli stessi istanti - a poche centinaia di metri dal giovane Spartaco - nel vicino Quartiere di Santa Maria a Forfona (“di Farfa”) si svolgeva un altro frammento di storia familiare. Il Quartiere era stato costruito proprio negli anni a ridosso dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale; nato come il “Quartiere Costanzo Ciano” era poi divenuto Santa Maria “di Farfa”, dal nome dello storico locale di “Forfona” (Furfo) e della chiesa di Santa Maria a Forfona dentro le mura – quest’ultima letteralmente “spostata” per la costruzione del nuovo quartiere popolare.

Santa Maria Sforfo’ nella parlata aquilana; Santa Maria a Forfona, appunto.

 

Ce ne parla Beatrice.

 

«Mia madre mi raccontava che fuggirono dalla loro casa a Santa Maria di Farfa per tornare al paese e mentre erano per strada vedevano gli aerei gettare le bombe sull'Aquila. Ancora potevo leggere la paura nei suoi occhi».


(Testimonianza indiretta di Beatrice Sabatini, 08/12/2020; riportata integralmente)

 

 

Anna Arista - la madre di Beatrice - era una ragazzina di quindici anni, fuggiva insieme ai suoi genitori Luigi Arista (classe 1878) e Francesca Sturba (classe 1897) - i nonni di Beatrice. Fuggivano verso le campagne a sud-est dell’Aquila per raggiungere la loro casa a San Giovanni di San Demetrio ne’ Vestini.

 

«Tra l’altro» - aggiunge Beatrice - «la casa dei miei nonni a San Giovanni di San Demetrio fu occupata un periodo dai nazisti. Nonna [la signora Francesca; n.d.R.]  diceva che erano tutti giovani, forse austriaci, e nazisti non troppo convinti…».

 

(Testimonianza indiretta di Beatrice Sabatini, 20/12/2020; riportata integralmente)

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Ringraziamenti e breve riflessione

 

Innanzitutto ringrazio le quattro persone che hanno reso possibile la “tessitura” di questo secondo racconto: Giovanna Vespaziani, Maria Rita Acone, Loredana Mariani, Beatrice Sabatini. Un ringraziamento per aver condiviso le loro importantissime e private testimonianze - anche fotografiche -, particolarmente sentite perché raccolte dai loro familiari più stretti, questi ultimi “voce diretta” che ha vissuto quel periodo "bruttissimo" ("bruttissimo" è un eufemismo)!



Vorrei quindi aggiungere una riflessione conclusiva, che spiega anche il motivo di questo mio "post", così come di quello precedente («L’8 dicembre del signor Spartaco»).


Sono passati poco più di 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quindi siamo alla terza generazione dopo il conflitto.

Ciò vuol dire che già tre generazioni non hanno idea - per fortuna - di che cosa sia la Guerra, almeno qui in Italia.

Questo però ci porta a dare per scontata la Pace. Mantenere viva la Memoria di queste vicende, invece, ci può aiutare a capire meglio che abbiamo un "privilegio" in questo senso, e che dobbiamo coltivarlo quotidianamente.
Credo che questo valga per tutti coloro che abbiano meno di 76-77 anni.


Personalmente, appartengo alla seconda generazione dopo la Seconda Guerra Mondiale; i miei nonni, invece, l'hanno vissuta in pieno: erano ragazzini, o al massimo ventenni.


La loro generazione, che ha vissuto due Guerre paurose in meno di 30 anni, aveva il terrore della Terza Guerra Mondiale.

E questa paura del Terzo conflitto non era così infondata. Secondo molti storici, c’è stato un momento del Novecento in cui il rischio di una Terza Guerra Mondiale è stato particolarmente alto: nell’ottobre del 1962, a poco più di 17 anni dalla fine ufficiale della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta della vicenda passata alla storia come la “Crisi dei missili di Cuba”.

 

Principalmente per questa giustificata paura di un terzo conflitto, soprattutto nei paesi, chi nasceva verso fine anno veniva registrato all'anagrafe nell'anno successivo; così, si diceva, «non si sa mai!», nel caso fosse scoppiata una terza guerra, magari per un anno di differenza non avrebbero chiamato alle armi i propri figli. Di questo ho ascoltato racconti da molte persone - allora bambini - nate negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Tanto era forte il trauma per quelle generazioni, e comprensibile.



Sembra forse retorico ricordarlo, ma è necessario:

la guerra non è un fenomeno naturale; per cui è esclusivamente una scelta umana, il volerla o il non volerla.


 

 

Mauro Rosati

martedì 8 dicembre 2020

L'8 dicembre del signor Spartaco

(Anno 1935; fonte immagine: M.P. RENZETTI, L. MARRA, F. CAPALDI, Aquila in cartolina, One Group Edizioni, L'Aquila 2010)


In questo breve racconto che segue ho messo insieme frammenti di memorie orali, raccolte negli anni da testimoni diretti e indiretti, su uno degli eventi più tragici della nostra città nel Novecento.

Si tratta di testimonianze raccolte “a memoria” durante delle chiacchierate e quindi mi scuso con i lettori per eventuali passaggi che dovessero apparire più “vaghi”.

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La mattina dell’08 dicembre 2006 mi stavo recando al Convento di San Giuliano per andare al lavoro; ero uno studente universitario e, oltre che per i miei studi, già da molto mi interessava la Storia: mi piaceva leggerla sui libri ma anche sentirla raccontare da chi l’ha vissuta direttamente.

Al tempo delle Scuole Medie la professoressa di Scienze Umane ci aveva indirizzato attivamente alla conoscenza del nostro territorio e alla ricerca storica, sia orale sia documentaria.


Quella mattina dell’08 dicembre 2006, a San Giuliano c’era anche il signor Spartaco - classe 1925 - mio vicino di pianerottolo, persona alla mano, semplice e spiritosa (nell’accezione positiva di questi termini). Lui e sua moglie Lisa erano stati tra le prime persone che conobbi appena trasferitomi a L’Aquila da adolescente con la mia famiglia. Fin dal primo giorno ci accolsero con tanta disponibilità, generosità e ospitalità, da vicini di casa “di una volta” (o “de 'na 'ote”, se preferiamo).

Forse, per questo, con il tempo li considerai un po’ come dei "terzi nonni", sempre nel senso positivo dell'espressione.

 

Torniamo di nuovo all’08 dicembre 2006. Era una mattinata limpida di sole, di quel sole invernale cristallino e gradevole che regala tepore e una luce particolare e suggestiva; le ultime nebbie della nottata si andavano diradando nelle zone più basse della città, in particolare verso il fiume Aterno.

Tra una parola e l’altra, si finì con il ricordare l’anniversario del bombardamento alleato del 1943, nella zona della Stazione ferroviaria. Non ricordo esattamente come si arrivò al discorso, ma ricordo sufficientemente il racconto del signor Spartaco.

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- Era ’na bella jornata, propitu come oggi! - esordì, riferendosi all’08 dicembre 1943.

Il signor Spartaco aveva 18 anni e, insieme ad altri ragazzi, era stato obbligato dai militari nazisti a prestare lavoro quotidiano come una sorta di “garzone-prigioniero”. Eravamo nei mesi dell’occupazione nazista della nostra città e del nostro territorio, ossia quel periodo compreso tra l’08 settembre 1943 e il 13 giugno 1944, il giorno della liberazione dell’Aquila.

In quei mesi il signor Spartaco era stato fermato dai Nazisti insieme ad altri ragazzi, più o meno della sua fascia di età. I giovani e i giovanissimi uomini, infatti, erano particolarmente sospettati di essere “fiancheggiatori” dei partigiani, se non addirittura partigiani essi stessi.

Dopo il “fermo” era stato condotto presso il carcere allestito dagli occupanti nei locali dell’abbazia di Collemaggio, a destra della Basilica. Lì vennero perquisiti, chiusi in celle fredde, e poi rilasciati quando era stata accertata la loro “estraneità”.

Per cui vennero presi come manodopera per i lavori manuali di ordinaria amministrazione.

 

La mattina dell’08 dicembre 1943, il signor Spartaco si trovava presso la Caserma “Edmondo De Amicis” (il complesso, oggi abbandonato, che si vede a destra guardando la facciata della Basilica di San Bernardino).

Mentre era lì, con altra gente che passava lungo la strada antistante, iniziò a sentire il rumore di aerei che arrivavano dal lato nord. Il signor Spartaco ricordava di aver visto gli aerei provenire dalla direzione di San Giuliano, prima una formazione aerea e poi una seconda.

Gli aerei erano distanti e, al luccichìo del sole, lui e gli altri che si erano fermati a guardare, videro delle piccole cose che iniziavano a cadere dagli aerei. Molte persone esclamarono: - i fuglittini! I fuglittini! – (i “fogliettini”, con riferimento ai famosi volantini lanciati di tanto in tanto dagli Alleati per incitare la popolazione civile alla resistenza e alla ribellione contro l’esercito nazista occupante).

 

Neanche il tempo di pronunciare quelle parole - qualche secondo - e si sentirono dei boati prima dalla direzione di Piazza d’Armi (o Piazza d'Arme) e poi sempre più frequenti verso Villa Gioia, la Rivera e, in generale, dalla zona del fiume ai piedi di Monte Luco. A quel punto la gente aveva capito che non era il solito lancio di volantini ma un bombardamento vero e proprio condotto dagli Alleati. Tra gli obiettivi principali c’erano la Stazione ferroviaria e lo stabilimento della Zecca, ma - pare - anche l’area di Piazza d’Armi dove i Nazisti avevano allestito un piccolo “aeroporto” (una pista) per i velivoli leggeri (in ogni caso, Piazza d’Armi – o Piazza d’Arme – doveva essere probabilmente un obiettivo secondario).

Dai racconti della gente che erano iniziati a circolare in città, si veniva a sapere che le prime bombe erano cadute appunto su Piazza d’Armi, poi su Villa Gioia - dove all’epoca c’era la caserma “Vincenzo De Rosa” -, e poi sempre più numerose sulla zona della Stazione e della Zecca (i due principali obiettivi, come già scritto). Vennero coinvolte anche abitazioni civili tra la Rivera e il fiume Aterno, vicine alla zona interessata.

 

Nota. La caserma “Vincenzo De Rosa” (18° Reggimento di Artiglieria) si trovava principalmente nel sito dove oggi sorgono il Palazzo di Giustizia e gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate: come “testimone” di quella caserma è rimasta oggi la facciata di uno dei fabbricati adibito a scuderia, restaurato insieme alle Mura negli anni recenti; si tratta di quella grande facciata - che a prima vista si può scambiare per una chiesa - che vediamo all’altezza dell’incrocio tra Via Rocco Carabba e Viale XXV Aprile (il viale che scende alla Stazione).

Fino al sisma del 2009, esistevano altre due testimonianze della caserma "De Rosa": una gradevole palazzina subito all’inizio di Via Francesco Filomusi Guelfi, dietro il Tribunale, dove adesso c’è uno dei parcheggi per il Palazzo di Giustizia; la palazzina, costruita a uso residenza militare, è stata demolita nei primi anni successivi al terremoto del 2009. Un’altra testimonianza era invece una garitta un po' “neogotica” (tardo-ottocentesca) costruita sulla base di un bastione delle Mura medievali davanti al Tribunale, in prossimità dell’incrocio tra Viale XXV Aprile e Via XX Settembre; era ben distinguibile dal bastione sottostante perché costruita con una tecnica muraria diversa. Questa garitta, che somigliava un po’ alla parte alta (la cella campanaria) del campanile di San Silvestro, è crollata a causa del sisma del 2009 ma non è stata ricostruita durante il restauro delle Mura.

Lo stabilimento della Zecca - invece - si trovava poco più a ovest della stazione, vicino alla confluenza del torrente Vetojo nel fiume Aterno, dove oggi c’è lo stabilimento ex sede dell’azienda Alenia, danneggiato dal sisma del 2009 e attualmente in stato di abbandono.

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Le ultime bombe caddero ai piedi di Monte Luco, sganciate dagli aerei per non riportare il “peso” fino alla base e per risparmiare quindi il carburante.

Dall’altura di San Bernardino, dove era il signor Spartaco, si vedeva bene la nuvola di fumo che saliva dalla zona più bombardata.


Il signor Spartaco, all'epoca, viveva in Via Giorgetto, una delle belle stradine che si trovano tra le gradinate e vicoli caratteristici, che salgono da Via Fontesecco verso il Colle dell'Addolorata ("Via Giorgetto" collega "Via Buccio di Ranallo" con "Vico dell'Ortica").

 

In quegli stessi istanti, altri due testimoni si salvarono casualmente.

La signora Lisa, futura moglie del signor Spartaco, era con altre ragazze a lavare il bucato nella zona delle Novantanove Cannelle; alcune “schegge” delle esplosioni schizzarono fin lì e anche più lontano, come si sa da tante altre testimonianze. La signora Lisa rimase fortunatamente illesa ma, come tanti altri, dovette andare a scavare tra le macerie di alcune abitazioni per cercare parenti, conoscenti, amici.

Anche la signora Maria, sorella della signora Lisa, si salvò per pochi minuti. Era in casa poco prima del bombardamento e le chiesero di andare a prendere l’acqua alla fonte con un recipiente di vetro, come si faceva ancora in tutte le case senza acqua corrente; e a svolgere queste mansioni si mandavano ovviamente bambini e ragazzini, i più giovani, i più agili - e sempre con la raccomandazione severa di fare attenzione a non rompere il preziosissimo vetro (tanti anziani narrano questo ricordo della paura di rompere il vetro; anziani di oggi, bambini di allora) -. Mentre la signora Maria, allora giovanissima, era a prendere l’acqua, caddero le bombe proprio vicino a dove abitava anche lei.

 

Inutile descrivere le scene successive.

 

La signora Maria mi raccontò questo frammento di storia personale poche settimane dopo il terremoto del 2009: alla fine del racconto esclamò - e so’ due! -; intendeva dire che si era salvata due volte, prima dal bombardamento e poi dal terremoto.

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Tante furono le vittime di quel bombardamento, civili e militari, in particolare molte lavoratrici e diversi lavoratori presso lo stabilimento della Zecca, abitanti della zona della Rivera, ferrovieri, militari nazisti ma anche militari anglo-americani prigionieri, che erano chiusi nei vagoni fermi alla Stazione ferroviaria: uno dei paradossi delle guerre; bombardieri alleati che avevano ucciso i loro stessi soldati a terra.

La cronaca storica di quell’08 dicembre 1943 è ricca di articoli e di bibliografia (libri, ricerche) oltre a tante altre testimonianze dirette. Per cui non mi dilungo ulteriormente e mi avvio a concludere questo ricordo, riportando altri due frammenti di memoria orale.

 

L’08 dicembre 1943, il signor Giacinto - oggi quasi novantenne - era poco più di un bambino. Pochi anni fa raccontava che nei giorni immediatamente successivi al bombardamento, passò per il Viale che scendeva alla Stazione (l’odierno Viale XXV Aprile) insieme a una donna adulta sua familiare (non ricordo se una zia). A distanza di tanti decenni, ricordava in modo indelebile che un po’ ovunque si vedeva ancora del fumo, e soprattutto ricorda un odore di carne bruciata; inutile scendere nel dettaglio e ipotizzare da dove probabilmente provenisse quell’odore.

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Lo “strascico” di quel bombardamento rimase non solo nella memoria di chi l’aveva vissuto, ma per diversi anni anche alla vista di tutti i giorni.

Il signor Paolo, classe 1947, ricorda che nella sua prima infanzia, quando con una sua familiare adulta si recava a piedi da Via XX Settembre alla Rivera, percorreva una strada a curve in discesa; dovrebbe trattarsi dell’odierna Via di Poggio Santa Maria, che tutt’oggi conduce fino a Borgo Rivera.

Il signor Paolo ricorda chiaramente, al lato di questa strada, una croce collocata a terra: quella croce segnalava alla gente la posizione di una bomba aerea inesplosa non ancora “bonificata”; eravamo più o meno nel periodo tra la fine degli Anni ’40 e l’inizio degli Anni ’50 del Novecento.


Diverse furono le "bonifiche" successive alla Guerra.

 

È cronaca più “recente”, la grande operazione di “bonifica” dei binari della Stazione effettuata negli Anni ’80 e di cui esistono molte attestazioni storiche, sia grafiche sia fotografiche.

Ancora alla fine del Novecento, ogni tanto spuntava qualche bomba inesplosa, soprattutto durante gli scavi per la costruzione di palazzine nei dintorni della zona bombardata.

 

Nota. L’immagine storica (1935) che avete visto in alto è una veduta, da est verso ovest, dell’area della Stazione ferroviaria e dello stabilimento della Zecca, prima del bombardamento del 1943.

Non ho inserito la didascalia all’inizio per non “anticipare” visivamente il racconto, anche se molti di voi avranno sicuramente riconosciuto subito la veduta.

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E così, cercando di legare fra loro questi spezzoni di memorie, ho pensato che fosse importante riportarli per iscritto - nella forma di un unico breve racconto -.

Sia nel ricordo di quella mattina di dicembre del 1943, sia nella volontà di “agganciare” questi racconti - raccolti in momenti diversi - a tante altre testimonianze dell’epoca.

 

Oggi il Piazzale della Stazione – così lo chiamiamo comunemente – è intitolato proprio alla memoria di quei Caduti: “Piazzale Caduti 8 dicembre 1943”.

 

 

 

Mauro Rosati

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Sulla cronaca storica di quel bombardamento, suggerisco la lettura di questo articolo (2013) del prof. Walter Cavalieri: 

https://www.ilcentro.it/l-aquila/settanta-anni-fa-le-bombe-sulla-stazione-1.1263689