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venerdì 25 settembre 2026

UNA 《STELLA》 CADUTA - IL NOME CHE ROMPE DRAMMATICAMENTE GLI SCHEMI

 

(Ph. Mauro Rosati, 2026)


Una 《Stella》 caduta - 

Il nome che rompe drammaticamente gli schemi.

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Rimini, Piazza Tre Martiri:

la grande epigrafe (vedi foto) collocata nel 1946 alla base della Torre dell'Orologio, con incisi i nomi dei Caduti riminesi della Resistenza del 1943-1945.


Per via di un retaggio quasi inconscio e di lunga data si è portati generalmente ad associare agli uomini il concetto del combattimento in guerra , nonostante sia storicamente noto il ruolo non secondario delle donne, che però vengono spesso associate soprattutto a figure di 《supporto》, complementari, subordinate, rispetto ai combattenti uomini, come ad esempio le 《staffette》partigiane, tra l'altro ruolo non meno delicato e che talora poteva anche confluire nell'attività in prima linea (in questo senso viene ad esempio in mente il noto romanzo 《L'Agnese va a morire》, di Renata Viganò).


Eppure l'immaginario collettivo fatica sempre a concepire la figura della donna che imbraccia il fucile in prima linea: 

forse perché viene percepita come qualcosa di 《innaturale》 rispetto alla visione della donna come generatrice di vita? E quindi in antitesi con l'immagine della donna con fucile in combattimento?

Forse, probabile, non lo si può affermare con certezza;

tralasciando ovviamente la visione della donna come 《sesso debole》, luogo comune ancora diffuso, anche se forse in maniera meno evidente che in passato.


Al di là delle molte possibili ipotesi psicologiche e/o sociologiche, sta di fatto che questo rifiuto più o meno inconscio della figura della donna che combatte in prima linea viene drammaticamente contrastato da fatti storici come quello narrato da questa grande epigrafe (vedi foto): 

a prima vista tutti nomi maschili, probabilmente di tante età diverse; 

quando invece si va a scorrere l'elenco più attentamente ecco che compare un nome declinato al femminile che materializza il fenomeno 《innaturale》, che mette in crisi le coscienze.


Il fatto più auspicabile per le coscienze sarebbe forse quello di non vedere più uomini né donne imbracciare un fucile e, peggio ancora, cadere in combattimento.


Cliccate sulla foto in alto per ingrandirla:

leggete tutti quei nomi, cercate e troverete anche quella 《stella》 caduta.



Mauro

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sabato 9 agosto 2025

《 13 GIUGNO 1944 》

 

Fig. 1 - L'Aquila, Piazza del Palazzo
(Quarto di Santa Maria):
epigrafe commemorativa della liberazione della città.

(Foto: Mauro Rosati, 2025)

Fig. 2 -
《 SIGILLUM CONMUNIS
CIVITATIS AQUILÆ 》,
sigillo civico dell'Aquila.

(Fonte immagine:
Statuto del Comune dell'Aquila,
edizione a stampa del 2002).



🚩 L'Aquila, Piazza del Palazzo (Quarto di Santa Maria):

epigrafe commemorativa della liberazione della città dall'occupazione nazista, avvenuta il 13/06/1944; 

come si legge nel testo, la targa alla Memoria venne collocata in occasione del 50° anniversario, quindi nell'anno 1994.

🔎 Al centro dell'epigrafe s'intravede un tondo che sembra riprodurre il 《 SIGILLUM CONMUNIS CIVITATIS AQUILÆ 》, sigillo civico del nostro Comune-Città, contenente l'immagine di un'aquila dal volo abbassato (ossìa punte delle ali orientate verso il basso), coronata, pósta in maestà (ossìa disposta frontalmente).


📍 La liberazione dell'Aquila è commemorata anche nell'intitolazione di una rotonda: 《Rotonda 13 giugno 1944 - Liberazione dell'Aquila》; si tratta della rotatoria all'ingresso ovest di Via XX Settembre, poco prima del complesso del Palazzo di Giustizia.

↪ L'ubicazione di questa intitolazione non è casuale: 

come fosse un unico filo della Memoria, dalla rotonda 《13 giugno 1944》 si snoda 《Viale XXV Aprile》 (25 aprile 1945, Liberazione d'Italia), popolarmente noto come 《viale della stazione》 che, a sua volta, raggiunge il piazzale della Stazione centrale, denominato 《Piazzale Caduti 08 Dicembre 1943》, in memoria delle numerose Vittime del bombardamento alleato che colpì la Stazione ferroviaria, la vicina Officina Carte e Valori (Zecca dello Stato) e la Rivera.

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Gli antefatti storici.

📍 Il 04/06/1944 era stata liberata la Città di Roma; nei giorni e nelle settimane seguenti la ritirata verso nord delle truppe naziste portava alla graduale liberazione di città e territori dell'Italia Centrale, tra cui, appunto, anche la Città dell'Aquila e il suo Territorio.


📍 Il 13 giugno 1944 poneva fine a nove mesi di occupazione particolarmente duri e travagliati, di cui ripercorriamo rapidamente alcune tappe.

↪ - 12/09/1943: con l'《Operazione Quercia》 il nostro Territorio si trovò al centro della storia europea e mondiale di quel momento, in una fase di svolta della Seconda Guerra Mondiale; una squadra di paracadutisti nazisti, infatti, prelevò Benito Mussolini dall'Hotel Campo Imperatore, dov'era agli arresti a seguito della sua destituzione da parte del Gran Consiglio del Fascismo. Due giorni dopo, il 14/09/1943, Mussolini incontrava Adolf Hitler, un incontro che determinò l'inizio di una nuova aspra fase della guerra in Italia

(per approfondimenti vedi, ad es.: https://www.archivioluce.com/la-liberazione-di-mussolini/ ).

↪ - 23/09/1943: eccidio dei giovanissimi Nove Martiri Aquilani, arrestati e fucilati dalle truppe d'occupazione naziste.

↪ - 08/12/1943: bombardamento alleato sulla Stazione ferroviaria e sull'Officina Carte e Valori (Zecca dello Stato), che coinvolse anche la vicina Rivera, con altissimo numero di Vittime tra civili e militari; un avvenimento ancora ben vivo nella memoria degli Aquilani, tramandato a figli e nipoti da chi lo visse in prima persona

(per approfondimenti sulla dinamica del bombardamento vedi, ad es.: https://www.ilcentro.it/l-aquila/settanta-anni-fa-le-bombe-sulla-stazione-1.1263689; articolo del prof. Walter Cavalieri, storico).

↪ - 07/06/1944: eccidio nazista di Filetto.

↪ - 11/06/1944: eccidio nazista di Onna del quale sono esposte diverse immagini dell'epoca nella Sala della Memoria presso la Casa della Cultura di Onna.


📍 Come accadde un po' ovunque, gli ultimi giorni prima della liberazione furono particolarmente duri poiché le truppe naziste in ritirata operarono sabotaggi e rappresaglie ai danni della popolazione civile.



Mauro Rosati

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martedì 4 gennaio 2022

L'AQUILA 《NELLA PENNA》 DI SUSANNA TAMARO


L'AQUILA 《NELLA PENNA》 DI SUSANNA TAMARO


In questi giorni mi è tornato alla mente un passo di uno dei romanzi più noti e di successo della letteratura italiana contemporanea: 《Va' dove ti porta il cuore》(1994), di Susanna Tamaro. Romanzo dal quale, fu tratto l'omonimo film del 1996 con Virna Lisi e Margherita Buy nel ruolo della protagonista Olga, rispettivamente da anziana e da giovane.
Molti di voi probabilmente già conosceranno il racconto ma vale la pena fare un breve cenno: si tratta di un romanzo dalla struttura particolare, una lettera vergata in forma di diario dall'anziana Olga, triestina, che dalla sua casa di Opicina (Trieste) decide di scrivere alla sua giovane nipote. Sono i giorni che vanno dal 16 novembre al 22 dicembre del 1992.
L'anziana Olga, in questa sorta di lettera-testamento ripercorre la sua vita travagliata, sia interiormente sia per gli eventi storici che segnano la sua gioventù, tra i quali la dittatura, la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e il dramma delle popolazioni giuliane del Carso.

E proprio quando racconta gli anni della guerra, nella pagina di diario del 4 dicembre 1992, Olga narra del periodo trascorso a L'Aquila dove, quasi trentenne, si era rifugiata insieme ad Augusto, il suo marito abruzzese sposato pochi giorni prima dell'inizio del conflitto.
Anche se quel periodo rappresenta una fase non felice della sua vita, per ragioni personali e familiari, Olga ci apre una breve finestra e delinea un veloce ritratto materiale e socio-culturale della nostra città e dei suoi dintorni in quei difficili anni del Novecento, anche se 《filtrato》 dal suo punto di vista e dal suo travagliato personale stato d'animo.
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E allora, con qualche estratto di quelle pagine, lascio la parola ad Olga, animata dalla penna di Susanna Tamaro:
《Ci sposammo con una cerimonia sobria il primo giugno del '40. Dieci giorni dopo l'Italia entrò in guerra. Per ragioni di sicurezza, mia madre si rifugiò in un paesino di montagna, in Veneto, mentre io, con mio marito, raggiunsi L'Aquila [...]. A L'Aquila andammo ad abitare nella casa della famiglia di Augusto [nelle vicinanze del Duomo], un grande appartamento al primo piano di un palazzo nobiliare del centro. Era arredato con mobili cupi, pesanti, la luce era scarsa, l'aspetto sinistro. Appena entrata mi sentii stringere il cuore [...]. Mio marito capì subito lo stato di smarrimento in cui mi trovavo e per le prime due settimane fece tutto il possibile per distrarmi. Un giorno sì e un giorno no prendeva la macchina e andavamo a fare delle passeggiate sui monti dei dintorni. Avevamo entrambi una grande passione per le escursioni. Vedendo quelle montagne così belle, quei paesi arroccati sui cocuzzoli come nei presepi mi ero un po' rasserenata, in qualche modo mi sembrava di non aver lasciato il Nord, la mia casa. Continuavamo a parlare molto. Augusto amava la natura, gli insetti in particolare, e camminando mi spiegava un mucchio di cose. Gran parte del mio sapere sulle scienze naturali lo devo proprio a lui [...].
Con me [nella casa] c'era una vecchia domestica, era lei che si occupava delle principali faccende. Come tutte le mogli borghesi dovevo soltanto programmare il pranzo e la cena, per il resto non avevo niente da fare. Presi l'abitudine di uscire ogni giorno da sola a fare delle lunghe passeggiate. Percorrevo le strade avanti e indietro con passo furioso, avevo tanti pensieri in testa e tra tutti questi pensieri non riuscivo a fare chiarezza [...].
Dopo un mese arrivarono le prime chiacchiere alle orecchie di mio marito. - La "tedesca" -, avevano detto delle voci anonime, - "va in giro da sola per le strade a tutte le ore" -. Ero strabiliata. Cresciuta con delle abitudini diverse, non avrei mai potuto immaginare che delle innocenti passeggiate potessero dare scandalo. Augusto era dispiaciuto, capiva che per me la cosa era incomprensibile, tuttavia per la pace cittadina e il suo buon nome mi pregò di interrompere le mie uscite solitarie [...].
Intanto avevo conosciuto le mogli dei colleghi di Augusto e il giovedì mi incontravo con loro in un caffè del centro.
Benché fossimo pressappoco coetanee avevamo veramente poche cose da dirci. Parlavamo la stessa lingua ma questo era l'unico punto in comune [...]》.

Con il passar del tempo, intanto, il legame matrimoniale con Augusto si raffredda. Tuttavia, non esistendo il divorzio, secondo i criteri dell'epoca Olga non trovava motivi specifici per cui si potesse rompere il matrimonio; Augusto era divenuto emotivamente distaccato ma non la maltrattava materialmente.

E qui segue un'altra brevissima 《finestra》; una finestra domenicale:
《Avevo la sensazione che, più di ogni altra cosa, Augusto volesse trovare qualcuno a casa alle ore dei pasti, qualcuno da esibire con orgoglio la domenica in Duomo [proprio lui! Il nostro Duomo dei Santi Massimo e Giorgio!].
[...] Augusto con me non ha mai alzato un dito, ma neanche la voce. Non mi ha mai fatto mancare niente. La domenica, tornando dalla messa, ci fermavamo alla pasticceria dei fratelli Nurzia e mi faceva comprare tutto ciò di cui avevo voglia [...]》.

La lettera-diario prosegue poi con la narrazione degli anni successivi alla fine della guerra.
A Voi, se vorrete, la curiosità di leggere l'intero romanzo!


Mauro
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P.S.: In occasione del Salone del Libro di Torino del 2011, nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia, 《Va' dove ti porta il cuore》 è stato inserito tra i 150 "Grandi Libri" che hanno caratterizzato la storia dell'Italia unita.
(Fonti:
Corriere della Sera, 27/04/2011

La Gazzetta del Mezzogiorno, 23/07/2012

URL consultati in data 04/01/2022)




venerdì 3 settembre 2021

MAFALDA DI SAVOIA, LA PRINCIPESSA NEL LAGER

 

(Fonte immagine:
http://anpi-lissone.over-blog.com/amp/article-35115207.html
)



MAFALDA DI SAVOIA, LA PRINCIPESSA NEL LAGER


La principessa Mafalda di Savoia era la secondogenita del re d'Italia Vittorio Emanuele III; acquisì il titolo di langravia d'Assia a seguito delle nozze (1925) con Philipp von Hessen-Kassel (Filippo d'Assia-Kassel).

Venne catturata a Roma dai nazisti nel 1943 (《Operazione Abeba》), subito dopo l'armistizio, pare per rappresaglia nei confronti della famiglia reale che era già giunta a Brindisi.

Fu deportata nel lager di Buchenwald (nei pressi di Weimar, Land di Turingia) dove morì il 28/08/1944 ad appena 41 anni a seguito delle ferite subite durante un bombardamento.

Testimone della fede, per la Chiesa cattolica. A Como, sul lungolago a lei intitolato, sorge un monumento alla memoria sul fronte del quale è scritto: 《A Mafalda di Savoia-Assia e a tutte le donne scomparse nei lager》.

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Alcune fonti sitografiche di riferimento e approfondimento:


http://anpi-lissone.over-blog.com/amp/article-35115207.html


https://www.ciaocomo.it/2021/01/27/la-principessa-che-mori-a-buchenwald-racconto-fotografico-del-monumento-a-mafalda-di-savoia/207888/


https://www.laprovinciacr.it/news/nella-storia/229051/il-tragico-destino-di-mafalda-di-savoia-internata-a-buchenwald-per-volere-di-hitler.html


http://www.santiebeati.it/dettaglio/94533


https://www.treccani.it/enciclopedia/savoia-mafalda-di-principessa-d-assia/


Mauro Rosati




mercoledì 18 agosto 2021

IL PONTE DEL GARIGLIANO...SULLA SENNA?!

Il 《Pont du Garigliano》 a Parigi
(Fonte immagine:
https://www.eutouring.com/pont_du_garigliano.html )

 

IL PONTE DEL GARIGLIANO...SULLA SENNA?!


Fu inaugurato 55 anni fa, il 1° settembre 1966, nello stesso anno del nostro Ponte del Belvedere (o Viadotto di Fontesecco).

Si chiama 《Pont du Garigliano》 (Ponte del Garigliano) ma si trova a Parigi e attraversa la Senna.

Perché allora questo nome che richiama invece un noto fiume italiano?


Scopriamolo insieme nelle righe che seguono, e che ho estratto, tradotto e adattato principalmente dall'indirizzo:
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Il 《Pont du Garigliano》 è un ponte in acciaio dall'aspetto molto moderno, sul fiume Senna; è di fatto il ponte più alto di Parigi, costruito negli Anni '60 sostituendo un precedente viadotto nella stessa posizione.


🠶 La storia!


In questo luogo c'era una volta un servizio di traghetti - tra il XV e il XVI arrondissement [circoscrizioni; n.d.R.] - che divenne però insufficiente con l'aumento del flusso di traffico, e così si decise che era necessario costruire un ponte.

Vi era anche la necessità di un collegamento ferroviario, e quindi intorno al 1860 fu realizzato un ponte in pietra per il traffico stradale, sormontato da un viadotto dove furono installati i binari ferroviari, che fu completato nel 1865.


Simile al 《Pont de Bercy》(sempre a Parigi) , questo nuovo ponte era chiamato 《Viaduc du Point-du-Jour》, anche se a volte veniva chiamato 《Viaduc d'Auteuil》 dal nome dell'area di Parigi in cui si estendeva questo ponte su due livelli [livello stradale, in basso, e livello ferroviario, in alto; n.d.R.].


Questo viadotto parigino aveva diversi archi che attraversavano la Senna i quali purtroppo - però - diventavano troppo bassi per il passaggio delle imbarcazioni quando il fiume si alzava molto in determinati periodi di piena.


Il viadotto fu riparato in due diverse occasioni:
quando fu gravemente danneggiato durante l'assedio di Parigi del 1870 [guerra franco-prussiana; n.d.R.];
e poi, ancora nel 1943 quando fu bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale.


Successivamente alla guerra, con l'aumento del traffico che attraversava la circonvallazione di Marechaux, intorno alla città, e con la dismissione della parte ferroviaria, alla fine degli Anni '50 si ritenne che vi erano troppi problemi associati al ponte 《Viaduc du Point-du-Jour》, e che dovesse essere demolito e interamente sostituito con un nuovo ponte ma nella stessa posizione.


🠶 E arriviamo così al 《Pont du Garigliano》!


Il nuovo ponte è stato progettato dall'architetto Davy e dall'ingegner Thenault: iniziato nel 1963 dopo la demolizione del viadotto nell'anno precedente, fu terminato nel 1966 e inaugurato il 1° settembre dello stesso anno con il nome di 《Pont du Garigliano》 .


 🠶 Il perché del nome!


Il nome di 《Pont du Garigliano》è stato scelto come omaggio al generale Juin e alla vittoria nella Battaglia del Garigliano, ottenuta in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. La Battaglia del Garigliano (dalle valli del Garigliano), è nota anche come Battaglia di Montecassino.

Nota 1. La durissima battaglia si svolse tra l'inverno e la primavera del 1944, si concluse con lo sfondamento della linea Gustav [linea difensiva nazista; n.d.R.] e fu segnata da un alto numero di vittime civili e militari, e dalla distruzione dell'abbazia di Montecassino a causa di un bombardamento alleato.
L'antica abbazia fu poi fedelmente e accuratamente ricostruita nel dopoguerra.

Nota 2. Il generale Alphonse-Pierre Juin è figura storica discussa, in particolare per la condotta delle truppe da lui comandate nei confronti delle popolazioni civili della Ciociarìa, proprio a seguito dell'espugnazione della linea Gustav. Alle sue truppe sono stati attribuiti gravi crimini di guerra, in particolar modo nei confronti delle donne.
Si veda ad esempio: 
https://www.treccani.it/magazine/webtv/videos/voci_res_stella.html )
Il dramma di quelle violenze venne denunciato da Alberto Moravia nel suo romanzo 《La Ciociara
》(1957), dal quale trasse spunto Vittorio De Sica per l'omonimo e celebre film (1960) con Sophia Loren.



🠶 Il ponte oggi!

Il nuovo ponte sulla Senna è esclusivamente stradale, con una struttura di sei travi metalliche saldate che comprendono tre campate in totale, con la campata maggiore leggermente arcuata e lunga 93 metri; questa struttura portante in acciaio è rivestita da cemento armato.

Il ponte ha anche due campate laterali di 58 metri che scavalcano una strada su ciascuna delle due rive del fiume, e tutto il 《Pont du Garigliano》 è sostenuto da piloni in muratura molto alti, posti a ridosso delle sponde, per consentire al traffico fluviale di navigare agevolmente; per questo è ora il ponte più alto di Parigi.

Il 《Pont du Garigliano》 è largo 26 metri e ha un profilo moderno molto armonico con un piano stradale (impalcato) di colore verde.


🠶 L'installazione artistica!

Per alcuni anni vi è stata installata anche un'opera d'arte contemporanea dalla forma di un fiore dai colori vivaci, posizionata su un lato del ponte .

Fu un'idea di Sophie Calle in collaborazione con Frank Gehry, e consisteva in un telefono a forma di fiore, ma non aveva una vera funzione, sebbene questa scultura monumentale fosse stata realizzata per celebrare la nuova linea di tram a Parigi.
La stessa artista poteva telefonare per vedere se qualche passante 《alzasse》 il ricevitore!

Trovate qui una galleria di immagini, tra le quali il ponte precedente e l'installazione artistica contemporanea :

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Ecco tutto!

🠶 E giusto per concludere con un'altra curiosità vorrei citare un ponte più antico, quest'ultimo proprio sul fiume Garigliano, realizzato durante il Regno Borbonico.
Si chiama Ponte Real Ferdinando: è un ponte sospeso realizzato in muratura e metallo intorno al 1830; una struttura all'avanguardia per l'epoca e che attraversa tutt'ora il fiume Garigliano.
Oggi è accessibile a piedi e visitabile a gruppi.

Lascio a voi la curiosità di approfondire! 😉😊


Mauro Rosati




mercoledì 7 luglio 2021

CHARLES BERTY - Ciclista della Resistenza

CHARLES BERTY - Ciclista della Resistenza

Anche la cronaca della tappa di ieri del Tour de France è stata arricchita da una delle tante interessanti pillole di letteratura e storia dello scrittore Fabio Genovesi.

Una storia di sport e Resistenza che riporta agli anni bui della Seconda Guerra Mondiale.
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Charles Berty, classe 1911, era un ciclista francese nativo di Saint-Laurent-du-Pont, nel sud-est della Francia; Dipartimento dell'Isère, Regione di Auvergne-Rhône-Alpes (Alvernia-Rodano-Alpi).
Come suggerisce la parola 《Pont》, il borgo prende il nome da un bel ponte-acquedotto in muratura che attraversa il fiume locale.

Nel pieno della sua carriera ciclistica, il 16 novembre 1938 Charles Berty batté sei record del mondo su pista, presso il velodromo Vigorelli di Milano. (《Ce soir》 del 17/11/1938, pagina sportiva).


Iniziata la Seconda Guerra Mondiale, con la Francia occupata dalle truppe naziste, Berty aderì alla Resistenza. 

La sua attività ciclistica diventò una copertura a supporto delle attività di resistenza.
A Grenoble disponeva di un magazzino di biciclette nel quale nascondeva volantini clandestini.
Le sue uscite di allenamento non destavano sospetti e scalava le Prealpi della Chartreuse, quattro volte al giorno, per localizzare dall'alto gli obiettivi nazisti e per individuare le potenziali aree di paracadutaggio. Inoltre, forniva biciclette ai miliziani della Resistenza.
Denunciato ai nazisti da un vicino di casa - pare per motivi di gelosia - fu arrestato dalle S.S. e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, in Alta Austria. Nel campo fu assegnato ai lavori forzati finché il 18/04/1944, lamentando un dolore a un braccio infiammato a causa della fatica, fu ucciso da un kapò a colpi di calcio di fucile; all'età di 32 anni.


Nel 1948 gli fu intitolato il velodromo di Grenoble, poi demolito nel 2003 e sostituito dallo Stadio odierno. Nel 2010 è stata apposta una targa commemorativa all'ingresso sud del nuovo stadio.
Charles Berty è ricordato anche nel suo paese natale, Saint-Laurent-du-Pont, con una via a lui intitolata: Rue Charles Berty, traversa di Avenue Victor Hugo.
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La vicenda umana di Charles Berty ci ricorda quella di tanti sportivi che videro la loro carriera interrotta o spezzata a causa di quella guerra - e delle guerre in generale -.

Il nostro Gino Bartali, per esempio, oltre a perdere molti anni della sua carriera ciclistica, rischiò anch'egli la vita durante la Seconda Guerra Mondiale facendo la staffetta tra la Toscana, Roma e altre località per trasportare documenti necessari alla fuga di ebrei italiani che rischiavano la deportazione - nel periodo dell'occupazione nazista -. Nelle lunghe distanze percorse gli capitò spesso di imbattersi in posti di blocco delle truppe d'occupazione.


Una piccola galleria fotografica di Charles Berty è disponibile all'indirizzo:


Mauro Rosati
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Sitografia di riferimento:

(cenni biografici; indirizzo consultato il 07/07/2021)

(inaugurazione della targa allo Stadio di Grenoble; indirizzo consultato il 07/07/2021)

(indirizzo consultato in data 07/07/2021)

(Pagina sportiva di《Ce soir》del 17/11/1938; indirizzo consultato in data 07/07/2021)


martedì 9 febbraio 2021

«L'ULTIMA SPIAGGIA»

(Fonte immagine: La Voce del Popolo - Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero; 17/08/2019)


«L'ULTIMA SPIAGGIA»
(dal titolo di un documentario del 2016)

La strage della spiaggia di Vergarolla (18/08/1946) - a Pola - secondo la stima delle vittime è considerata il più grave massacro di civili in tempo di pace, nel territorio della Repubblica Italiana.


Nell'agosto del 1946, infatti, la guerra era ufficialmente finita e la Venezia Giulia era formalmente ancora in territorio italiano anche se sotto occupazione alleata.

 

In particolare nel 1945 - dopo la fine della guerra - moltissimi civili italiani della Venezia Giulia - comprese Gorizia e Trieste - erano stati vittime degli eccidi delle foibe (1943-1947) perpetrati dalle milizie di liberazione iugoslave, durante e dopo la liberazione dall'occupazione nazista. Eccidi che si andarono ad aggiungere a quelli già commessi dai nazisti contro le popolazioni di quelle zone.

 

Le Foibe e la strage di Vergarolla furono vicende gravissime prevalentemente ai danni di civili innocenti, etichettati genericamente e semplicisticamente come «fascisti» - anche dai loro stessi connazionali -.

Due vicende trascurate all'epoca da gran parte della politica e della stampa italiane e quindi - di riflesso - dalla stessa opinione pubblica.

 

Vittime civili innocenti non tutelate da nessuno, neanche dal loro stesso Paese.

 

Un Paese che non tentò di rivendicare la tutela dei diritti della maggioranza italiana che viveva a Pola (e non solo) e non tentò convintamente di provare a negoziare la conservazione della Venezia Giulia.

Una regione che da oltre due millenni aveva sempre gravitato nell'orbita del Triveneto - seppur con vicende alterne -.

Già le regioni istituite dal principe Ottaviano Augusto comprendevano la «Venetia et Histria». Dante Alighieri, nella sua «Commedia», cita Pola come confine orientale dell'Italia geografica.

 

E così, con l'esodo degli Italiani Giuliano-Dalmati e con la contestuale divisione dei territori sancita dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, della Venezia Giulia rimasero all'Italia soltanto Trieste e Gorizia con la Bassa Valle dell'Isonzo.


Per questo la legge n. 92/2004 ha fissato al 10 febbraio il «Giorno del ricordo al  fine  di  conservare  e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani  e  di  tutte  le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre  degli  istriani,  fiumani  e  dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.»



Oggi una stele apposta nel 1997, nel centro di Pola, commemora quella strage.

In anni recenti, sulla stele è stata aggiunta la dedica «Alle Vittime innocenti», in lingua croata e italiana; ai lati della stele, invece, sono state apposte altre due stele con i nomi e le rispettive età delle vittime.



 

Mauro

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Il documentario «L'ultima spiaggia» (2016) sulla strage di Vergarolla:

https://www.raiplay.it/programmi/lultimaspiaggiapolafralastragedivergarollaelesodo


Per la visione del documentario è sufficiente accedere gratuitamente alla piattaforma RaiPlay mediante registrazione oppure via social.




lunedì 4 gennaio 2021

8 dicembre 1943 – Stessa giornata, altri racconti

 

Il ricordo e la preghiera per i Caduti dell’Officina Carte e Valori (“la Zecca”).
(IMPORTANTE. L’immagine è stata gentilmente concessa - esclusivamente per questo racconto - da Giovanna Vespaziani, nipote di una delle lavoratrici cadute sotto il bombardamento)


Dal “seme” del racconto del signor Spartaco è “germogliata” spontaneamente questa seconda narrazione che “cuce” nuove memorie “parallele”.

È “germogliata”, proprio come una pianta.

Forse anche per questo, in passato si piantava un albero per ogni Caduto – non solo di guerra – e fu così, ad esempio, che nacquero i Parchi della Rimembranza (ossia “Parchi del Ricordo”, “Parchi della Memoria”).

D’altra parte, in tutte le epoche e - credo - in tutte le Culture, gli Alberi sono sempre stati fortemente legati al concetto di Memoria.

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La Memoria richiama altra Memoria. Anche così potremmo intitolare questo “seguito” - e “parallelo” allo stesso tempo - del precedente racconto «L’8 dicembre del signor Spartaco».

Le testimonianze che seguono, infatti, sono state riferite spontaneamente e gentilmente da alcune persone che hanno letto l’articolo «L’8 dicembre del signor Spartaco», pubblicato l’08 dicembre 2020, e hanno risposto in una conversazione di gruppo (chat) culturale mediante una nota applicazione.

Queste persone si chiamano Beatrice, Giovanna, Loredana, Maria Rita: quattro donne aquilane che appartengono alla prima generazione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale; nostre concittadine nate molti anni dopo la fine del conflitto. La prima generazione che ha conosciuto la Pace ma, allo stesso tempo, una generazione che è cresciuta con i racconti - spesso terribili - dei genitori e dei nonni che quella Guerra l’avevano vissuta, e alcuni anche la precedente (Prima Guerra Mondiale); quindi hanno ben impresse nella mente quelle memorie di famiglia in cui vivevano indirettamente la Guerra attraverso la paura e il trauma che probabilmente accompagnavano l’animo dei loro familiari, soprattutto quando ricordavano quei momenti di tanti anni prima. Quella paura si poteva leggere negli occhi, come raccontano ad esempio Beatrice - quando riferisce il ricordo della madre - e Giovanna - che ricorda le lacrime agli occhi della nonna -.

 

Le memorie che riporto in questo breve contributo, narrano episodi personali differenti ma che si sono svolti nello stesso frangente di tempo, durante il bombardamento alleato dell’08 dicembre 1943 sulla Stazione ferroviaria dell’Aquila e sullo stabilimento della Zecca, che ha coinvolto anche la zona limitrofa, in particolare Borgo Rivera.

Altre storie - di altre persone - che però si svolgono contemporaneamente ai racconti di Spartaco, Lisa e Maria che abbiamo già letto nel primo articolo. Altre persone che erano nella stessa zona o a poca distanza dai protagonisti del primo racconto; memorie che si “intrecciano” anche, come vedremo.

Sono tutti contributi fondamentali a ricostruire la storia di quella giornata orribile e le quattro donne che ce li raccontano hanno creato nuovi “ganci” alla Catena della Memoria che avevamo sviluppato nel primo articolo.

 

Giusto per riallacciarci a quest’ultimo, ricordiamo che eravamo partiti dalla mattina dell’08 dicembre 2006 e poi, grazie al signor Spartaco, eravamo tornati indietro di 63 anni fino all’08 dicembre 1943. Un po’ quello che nel Cinema (e nella Letteratura in generale) viene definito “flashback” o “regressione”, più semplicemente. Un racconto che inizia da un momento definito del presente per fare un salto all’indietro e sviluppare la narrazione in un tempo precedente.

 

Riporto integralmente queste memorie, così come sono state riferite, e aggiungo una mia riflessione finale, dopo le testimonianze citate.

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«Giovanna»


La mattina dell’8 dicembre 1943, una ragazza di 19 anni, di nome Giovanna stava lavorando nello stabilimento della Zecca, a poca distanza dalla Stazione ferroviaria dell’Aquila. Era lì dentro con tante sue colleghe e colleghi quando arrivarono i bombardieri alleati e iniziò il massacro.

Giovanna Tessari - classe 1924 - oggi sarebbe forse stata un’anziana signora di 96 anni? Con dei figli, nipoti, pronipoti?

Purtroppo non possiamo dirlo!

Perché?

Il perché ce lo racconta sua nipote (la figlia della sorella), che porta anche lei il nome di Giovanna.



«Leggo sempre con molto interesse gli scritti di Mauro. Primo perché sono presenti minuziosamente alle fonti storiche e raccontati con grande capacità letteraria, poi perché mi riportano sempre ad un ricordo stratificato nella memoria, accantonato ma mai dimenticato.


In questo giorno, 8 dicembre 1943, morì sotto le bombe la sorella di mia madre, una ragazza di 19 anni che lavorava presso la Zecca e della quale porto il nome. Questo terribile giorno per la mia famiglia e per mia nonna in particolare (viveva con noi) era un momento di profonda tristezza e di racconto minuzioso dei particolari dell'epoca. Mia nonna nel raccontare i fatti storici di quel tempo, aveva sempre le lacrime agli occhi perché ripensava con orrore al ritrovamento di parte del corpo di mia zia sotto le macerie.

Ogni anno il comune dell'Aquila deponeva una corona di fiori davanti alla lapide posta nel piazzale antistante l'ex Alenia, che riporta il nome di tutte le vittime di quell'eccidio (quasi tutte giovani donne). Dal terremoto in poi non si è più fatto perché l'azienda è in uno stato di completo abbandono. Mi auguro che in un giorno, anche lontano, si possa riprendere quella cerimonia che onorava la memoria di quelle giovani vite cadute sotto il giogo di una guerra che ha contato milioni di vittime immolate alla follia di uomini esaltati dal potere dell'onnipotenza.»


(Testimonianza indiretta di Giovanna Vespaziani, 08/12/2020; riportata integralmente)



Giovanna Tessari, 19 anni, non ha potuto conoscere sua nipote perché è stata una delle molte giovani lavoratrici uccise dalle bombe cadute sulla Zecca.


Immagine e preghiera in memoria di Giovanna Tessari, giovanissima lavoratrice caduta nel bombardamento dell’Officina Carte e Valori (“la Zecca”). 
(IMPORTANTE. L’immagine-ricordo è stata gentilmente concessa dalla nipote Giovanna Vespaziani, esclusivamente per questo racconto. Questa immagine-ricordo è quindi di esclusiva “proprietà” - materiale e morale - della signora Vespaziani e dei suoi familiari.)


La foto che avete appena visto non necessita di particolari commenti, parla da sé. 

I bollettini sono necessari, sia per la cronaca sia per la storia in generale, perché comunicano l'idea "quantitativa" di un accaduto.
Foto come questa ci portano dalla dimensione del "numero" a quella della "persona", ossia alle storie personali che sono dentro i numeri dei - pur necessari - bollettini.


Riflessione e proposte.

Anche se oggi l’ex stabilimento Alenia - già sede della Zecca - è in abbandono dopo il sisma del 2009, sarebbe importante riprendere a coltivare la memoria davanti a quella lapide apposta nel piazzale antistante allo stabilimento abbandonato.

Una memoria che ognuno può coltivare spontaneamente, in qualsiasi giorno dell’anno, oltre ovviamente a una doverosa commemorazione istituzionale nella giornata dell’08 dicembre.

 

Poi non dimentichiamo che viviamo in un’epoca digitale: perché non iniziamo a creare dei Muri della Memoria “virtuali”? Un “semplice” pannello con un codice QR collegato a una “banca dati” della memoria collettiva: un clic con il telefono e qualsiasi persona potrebbe fare questo viaggio immediato nella Memoria.

E magari perché non iniziare proprio da Piazzale Caduti 8 dicembre 1943 (il piazzale della Stazione) e dal piazzale ex Alenia?

E poi si potrebbe estendere l’iniziativa ai tanti luoghi della nostra Città che sono intitolati alle commemorazioni collettive (es.: Viale delle Medaglie d’Oro; Piazzale Caduti del Soccorso; Piazza IX Martiri; Largo Italiani Martiri delle Foibe e degli Esuli Istriani, Giuliano-Dalmati; Via Caduti Traforo del Gran Sasso; e tanti altri esempi).

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«Leda»


Torniamo sempre a quell’8 dicembre 1943, e sempre allo stabilimento della Zecca.


Quella mattina al lavoro c’era un’altra giovane donna, poco più grande di Giovanna: Leda Santilli - classe 1921-, appunto una collega di Giovanna.

Leda fortunatamente si è salvata.

Ce lo ricorda sua figlia Maria Rita.


«Anche per me è un ricordo di famiglia anche se non tragico come quello di Giovanna.  Mia madre lavorava lì ed è riuscita a salvarsi. Da bambina nel giorno dei morti mi conduceva sempre a visitare le tombe delle sue colleghe.»

 

(Testimonianza indiretta di Maria Rita Acone, 08/12/2020; riportata integralmente)


 

Proprio da questa testimonianze “incrociate”, Giovanna e Maria Rita hanno scoperto - 77 anni dopo - che rispettivamente la zia diciannovenne di Giovanna e la madre ventiduenne di Maria Rita, in quel 1943 lavoravano insieme e probabilmente – chi lo sa? – si conoscevano anche.

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«Antonietta»


Adesso spostiamoci a Borgo Rivera, (la “Riviera” degli Aquilani) a poca distanza dallo stabilimento della Zecca, e ancora meno dalla Stazione ferroviaria dell’Aquila.

Ricordate la giovane Lisa - futura moglie del signor Spartaco - e sua sorella Maria, entrambe alle Novantanove Cannelle al momento del bombardamento?

Con loro c’era anche un’altra giovanissima donna, la diciassettenne Antonietta Costantini - classe 1926 -, madre di Loredana.


E qui il racconto contiene alcuni dettagli “crudi” che purtroppo rendono l’idea dell’orrore vissuto da chi era presente a quella tragedia.

 

 

«Buona sera Mauro ho letto il tuo articolo sui ricordi dell’8 dicembre, mi ha fatto piacere 'sentire' zia Maria e zio Spartaco.

 

Infatti mia madre era con zia Maria e Lisa. Mia madre mi raccontava che era davanti alle 99 cannelle e con una bomba lo spostamento d’aria la trascinò fin dentro il negozio di vino e alimentari della signora Crocetta, moglie di Rossi Ermanno. Mia madre ebbe sangue dalle orecchie per i timpani rotti.

 

Mia madre mi ha raccontato che i prigionieri inglesi erano volutamente messi in vagoni alternati a vagoni con munizioni.


La carneficina avvenne e i soldati che sopravvissero avevano arti amputati e mentre risalivano la Rivera prendevano i panni del bucato stesi per coprire le ferite.

 

Mi ha detto anche che le rotaie del treno saltarono e arrivarono fino a via XX Settembre


Mi ha sempre raccontato di quel giorno.
Ciao grazie»

 

(Testimonianza indiretta di Loredana Mariani, 08/12/2020; riportata integralmente)

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«Anna»


Ora, sempre in quegli stessi momenti del bombardamento della Stazione, risaliamo la Città verso la Caserma “Edmondo De Amicis”, accanto alla Basilica di San Bernardino.

Se avete letto il primo articolo, ricorderete che qui avevamo lasciato il signor Spartaco (allora diciottenne) che vedeva le bombe cadere da lontano e poi, sicuramente, la colonna di fumo che si alzava dal lato del fiume Aterno, verso la Rivera e la Stazione ferroviaria.

 

In quegli stessi istanti - a poche centinaia di metri dal giovane Spartaco - nel vicino Quartiere di Santa Maria a Forfona (“di Farfa”) si svolgeva un altro frammento di storia familiare. Il Quartiere era stato costruito proprio negli anni a ridosso dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale; nato come il “Quartiere Costanzo Ciano” era poi divenuto Santa Maria “di Farfa”, dal nome dello storico locale di “Forfona” (Furfo) e della chiesa di Santa Maria a Forfona dentro le mura – quest’ultima letteralmente “spostata” per la costruzione del nuovo quartiere popolare.

Santa Maria Sforfo’ nella parlata aquilana; Santa Maria a Forfona, appunto.

 

Ce ne parla Beatrice.

 

«Mia madre mi raccontava che fuggirono dalla loro casa a Santa Maria di Farfa per tornare al paese e mentre erano per strada vedevano gli aerei gettare le bombe sull'Aquila. Ancora potevo leggere la paura nei suoi occhi».


(Testimonianza indiretta di Beatrice Sabatini, 08/12/2020; riportata integralmente)

 

 

Anna Arista - la madre di Beatrice - era una ragazzina di quindici anni, fuggiva insieme ai suoi genitori Luigi Arista (classe 1878) e Francesca Sturba (classe 1897) - i nonni di Beatrice. Fuggivano verso le campagne a sud-est dell’Aquila per raggiungere la loro casa a San Giovanni di San Demetrio ne’ Vestini.

 

«Tra l’altro» - aggiunge Beatrice - «la casa dei miei nonni a San Giovanni di San Demetrio fu occupata un periodo dai nazisti. Nonna [la signora Francesca; n.d.R.]  diceva che erano tutti giovani, forse austriaci, e nazisti non troppo convinti…».

 

(Testimonianza indiretta di Beatrice Sabatini, 20/12/2020; riportata integralmente)

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Ringraziamenti e breve riflessione

 

Innanzitutto ringrazio le quattro persone che hanno reso possibile la “tessitura” di questo secondo racconto: Giovanna Vespaziani, Maria Rita Acone, Loredana Mariani, Beatrice Sabatini. Un ringraziamento per aver condiviso le loro importantissime e private testimonianze - anche fotografiche -, particolarmente sentite perché raccolte dai loro familiari più stretti, questi ultimi “voce diretta” che ha vissuto quel periodo "bruttissimo" ("bruttissimo" è un eufemismo)!



Vorrei quindi aggiungere una riflessione conclusiva, che spiega anche il motivo di questo mio "post", così come di quello precedente («L’8 dicembre del signor Spartaco»).


Sono passati poco più di 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quindi siamo alla terza generazione dopo il conflitto.

Ciò vuol dire che già tre generazioni non hanno idea - per fortuna - di che cosa sia la Guerra, almeno qui in Italia.

Questo però ci porta a dare per scontata la Pace. Mantenere viva la Memoria di queste vicende, invece, ci può aiutare a capire meglio che abbiamo un "privilegio" in questo senso, e che dobbiamo coltivarlo quotidianamente.
Credo che questo valga per tutti coloro che abbiano meno di 76-77 anni.


Personalmente, appartengo alla seconda generazione dopo la Seconda Guerra Mondiale; i miei nonni, invece, l'hanno vissuta in pieno: erano ragazzini, o al massimo ventenni.


La loro generazione, che ha vissuto due Guerre paurose in meno di 30 anni, aveva il terrore della Terza Guerra Mondiale.

E questa paura del Terzo conflitto non era così infondata. Secondo molti storici, c’è stato un momento del Novecento in cui il rischio di una Terza Guerra Mondiale è stato particolarmente alto: nell’ottobre del 1962, a poco più di 17 anni dalla fine ufficiale della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta della vicenda passata alla storia come la “Crisi dei missili di Cuba”.

 

Principalmente per questa giustificata paura di un terzo conflitto, soprattutto nei paesi, chi nasceva verso fine anno veniva registrato all'anagrafe nell'anno successivo; così, si diceva, «non si sa mai!», nel caso fosse scoppiata una terza guerra, magari per un anno di differenza non avrebbero chiamato alle armi i propri figli. Di questo ho ascoltato racconti da molte persone - allora bambini - nate negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Tanto era forte il trauma per quelle generazioni, e comprensibile.



Sembra forse retorico ricordarlo, ma è necessario:

la guerra non è un fenomeno naturale; per cui è esclusivamente una scelta umana, il volerla o il non volerla.


 

 

Mauro Rosati