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giovedì 18 dicembre 2025

LA 《FLÈCHE》

 



《Fluctuat nec mergitur》 - La 《Flèche》!


Un gradito e inatteso omaggio giunto direttamente da Parigi!

Un semplice ma elegante segnalibro, finemente disegnato, che celebra la 《Flèche》, la grande guglia della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, ricostruita fedelmente tra il 2023 e il 2024 dopo il crollo provocato dal grave incendio del 15/04/2019, il quale distrusse gran parte della copertura dell'edificio e danneggiò alcune delle volte interne alla chiesa.


- 《Le coq》🐓 

Sulla punta del segnalibro, non visibile in foto, si vede un volatile in bassorilievo: si tratta del gallo (《le coq》), uccello dai diversi simbolismi, che venne posto in punta alla 《Flèche》nel progetto ottocentesco della guglia poi crollata durante l'incendio del 2019. Il gallo è stato ritrovato tra le macerie della 《Flèche》 ottocentesca, poi riprodotto fedelmente e infine ricollocato in copia sulla 《Flèche》 ricostruita.

Il gallo precedente verrà invece musealizzato.


- L'apostolo Tommaso

Alla base del segnalibro si vede inoltre una figura che guarda verso l'alto: si tratta della statua dell'apostolo Tommaso che volge lo sguardo verso la guglia e, pare, somigliante all'architetto Eugène Viollet-le Duc, progettista della 《Flèche》ottocentesca. L'opera fa parte del gruppo di statue degli apostoli che si sono salvate dal crollo in quanto erano state rimosse durante il cantiere di restauro che era in corso quando scoppiò l'incendio del 15/04/2019.


- Un segnàcolo urbano ⛪ 

La grande guglia di Notre-Dame rappresenta uno dei principali punti di riferimento visivi nel profilo urbano di Parigi e, inoltre, conferisce un notevole slancio verticale a un grande edificio che si sviluppa ampiamente in orizzontale, bilanciando quindi le due componenti (orizzontalità e verticalità).

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Come da programma, la Cattedrale parigina di Notre-Dame è stata riaperta al pubblico verso la fine del 2024, restituendo a Parigi, alla Francia, all'Europa e al Mondo un monumento di grande spessore storico e architettonico che appartiene all'intera Umanità.


Tutta la mia costante riconoscenza ai Vigili del Fuoco, alle maestranze, ai progettisti, e a tutti gli altri attori che hanno prima salvato e poi ci hanno ridonato questa inestimabile opera architettonica.



Mauro Rosati

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👉 Qui di seguito un po' di storia delle tre guglie che si sono succedute dal Settecento ad oggi (URL consultato in data 18/12/2025): 🌐

https://www.paris.fr/pages/l-histoire-en-images-de-la-fleche-de-notre-dame-6716

(📰《Paris》, 28/11/2024)

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giovedì 21 gennaio 2021

Capitale Italiana della Cultura 2022 - Auguri e ringraziamenti

(Fonte: «Corriere della Sera», 20/01/2021)
Per una migliore lettura, cliccare sull'immagine.


Come cittadino aquilano voglio innanzitutto esprimere le mie congratulazioni alla comunità dell'isola di Procida per la vittoria nella "gara" per «Capitale Italiana della Cultura 2022», che vedeva anche noi aquilani in corsa tra i finalisti.

Lo faccio ancor più sentitamente dopo aver letto questo editoriale del giornalista Antonio Polito - "napoletano" di Castellammare di Stabia - che, con obiettività e "sportività", ha pensato alla nostra Città-Territorio e ha riconosciuto il nostro impegno collettivo (cittadini, associazioni, imprese, istituzioni) e i nostri risultati "conquistati" nel percorso di ricostruzione di questi 11 anni e mezzo. 

Per cui: auguri alla comunità di Procida per il risultato raggiunto e un ringraziamento ad Antonio Polito che, in modo obiettivo e riconoscente, ha espresso questo gradito pensiero per noi Aquilani. Un ringraziamento anche per aver ricordato le tante comunità, a noi vicine, che hanno anch'esse subito il dramma del terremoto in anni più recenti.

 


Mauro Rosati


mercoledì 13 marzo 2019

LA «SAPIENZA» DEI BORGHI (CITTÀ E PAESI)

LA SAPIENZA DEI BORGHI (CITTÀ E PAESI)
(3° aggiornamento; articolo pubblicato sulla stampa locale aquilana nel mese di marzo 2019)


Il disegno sapiente delle vie, dettato da esperienza, senso pratico e anche valori simbolici e gerarchici.
La chiesa-madre (o la Cattedrale in città) in posizione dominante, per altitudine o per centralità. 
Due gruppi di case (o due gruppi di palazzi) che inquadrano «a cannocchiale» una veduta particolare: per esempio una chiesa, una torre, una piazza, un palazzo monumentale.
Le strade che assecondano la forma del terreno: un monte, un colle, una costa, un piano rialzato al riparo da un fiume. Strade ad anelli concentrici, ad ellissi, oppure strade perpendicolari e perfettamente «incrociate» fra loro; mai per caso però. Strade apparentemente «storte»; volutamente «storte», invece, per assecondare una certa direzione dei venti o del sole; il riparo «da tramontana» e così via. 
I tetti «a spiovente», e non a terrazzo, per resistere meglio a pioggia e neve, mai per caso però.
Più in generale: un mosaico organizzato di piazze, piazzette, case, orti (orti urbani in città), aie e fontanili (o fontane). Un equilibrio di pieni e di vuoti, studiato e non casuale.

Questo sono i borghi storici, innanzitutto! E questo sono i centri storici in generale, nei paesi e nelle città!

Per questo è importantissimo recuperare e preservare i disegni e le volumetrie originali quando si riparano o si ricostruiscono i borghi; per questo è importantissimo rispettare i materiali e i colori locali, i colori naturali di un territorio. Per questo è importantissimo rispettare la forma e le dimensioni delle vie storiche (vicoli, archi, e simili); rispettare la «maglia urbana», che non è nata per caso ma per precise esigenze di adattamento, frutto di un ragionamento più o meno consapevole.

Le strutture dei borghi (città comprese) testimoniano la sapienza tecnica e pratica dei nostri antenati (contadini, allevatori, pescatori, o altro che fossero); scelte mai casuali ma sempre dettate da una profonda conoscenza del territorio e del contesto ambientale. Una capacità di analisi acquisita grazie a quel sapere pratico che si imparava «sul campo», nel rapporto quotidiano con l'ambiente circostante.
Una sapienza e una capacità di dialogo con il territorio che la nostra società ha perso, soprattutto nel Secondo Dopoguerra, a seguito di una certa omologazione edilizia. Un'omologazione edilizia che è nata dall'introduzione di nuovi materiali da costruzione (ad esempio il cemento armato) e a seguito dei cambiamenti socio-economici del nostro Paese durante l'«esplosione» industriale e demografica del XX secolo.
La nostra società, che da agricola è diventata prevalentemente industriale e terziaria, ha perso quel rapporto diretto e quotidiano con l'ambiente naturale in cui vive e quindi ha dimenticato anche quella memoria di conoscenze pratiche che portavano a costruire in certi modi e in certi posti ma sempre in maniera «ragionata».

Oggi pertanto abbiamo il dovere di salvare e/o ricostruire i nostri borghi, unendo le nostre conoscenze tecnologiche alla sapienza dei nostri nonni, rinnovando la sostanza ma rispettando la tradizione locale. Non deve guidarci la presunzione di cancellare il passato perché ci riteniamo migliori di chi ci ha preceduto; ci devono invece guidare l'umiltà e l'intelligenza di saper recuperare le conoscenze pratiche del nostro passato, migliorandole grazie alle nostre nuove conoscenze. Insomma il meglio di ieri con il meglio di oggi!
Essere «moderni» non significa rinnegare il passato ma vuol dire farne tesoro migliorandolo lì dove è necessario; se serve, fare «piccoli innesti e piccole potature» lì dove è necessario, ma evitando i «disboscamenti».

Il concetto di «centro storico» (borghi e città) è diventato forte proprio nell'ultimo secolo, quando la «globalizzazione» dei modi di costruire ha interrotto secoli di tradizioni locali, diverse da un paese all'altro, da una città all'altra. Ecco perché, a differenza del passato, il «centro storico» (di una città o di un paese) è diventato qualcosa da proteggere e recuperare gelosamente: proprio perché rappresenta un modo di costruire (materiali, tecniche, colori) e un modo di pensare che oggi non sono più in uso. Per questo non possiamo fare paragoni con il passato: il concetto di «centro storico», molto «recente», ha creato una zona alla quale bisogna avvicinarsi «chirurgicamente», con il massimo rispetto e con la massima attenzione; una zona da considerare non solo per i singoli edifici vincolati, ma come un insieme completo di case e di strade, di edifici «minori» e di edifici monumentali, che soltanto se conservati insieme ci danno un'immagine completa di una città o di un paese. Anche, e soprattutto, se quel centro storico è da riparare o da ricostruire; città o borgo che sia.

E allora: salviamo gli orti urbani e riqualifichiamoli; salviamo le aie dei nostri borghi in modo che anche i bambini di oggi e di domani vi possano tornare a giocare, come facevano i loro nonni e i loro bisnonni (nelle aie si faceva anche questo, oltre ovviamente alle attività agricole). E lì dove gli orti non sono più coltivati, salviamo quegli spazi «vuoti» e ridiamogli nuova vita come piccoli giardini, ma sempre lasciandoli liberi.

Insomma, riallacciamo quei fili tra la nostra società e quella dei nostri nonni e bisnonni! Soltanto così potremo definirci veramente «moderni»!

Mauro Rosati
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Di seguito propongo una galleria di immagini che evidenziano la persistenza dei nuclei più antichi tra le case e le vie dei borghi! La galleria verrà aggiornata costantemente sempre sotto questo articolo!
Restate sintonizzati! :-)

Esempio n. 1: Coppito (L'Aquila); dall'immagine aerea è facilmente riconoscibile il disegno del nucleo più antico, la «rocca» (o castello) del borgo. Le case intorno seguono la linea di una probabile cinta muraria più antica; la via principale circoscrive ad anello tutto il poggio e si allaccia alle vie «ritte» del nucleo centrale. La parte più alta finisce su uno sperone di roccia, difficilmente espugnabile, che affaccia verso il fiume Aterno, dal lato della piccola chiesa di Madonna della Neve.
A sinistra, fuori dall'immagine, si estende l'espansione orto-novecentesca, più in piano ma sempre secondo un criterio di «difesa» rispetto agli straripamenti del fiume, lontano dalle terre coltivabili e in continuità con la «rocca»!


Esempio n. 2: Pagliare di Sassa (L'Aquila); il toponimo «pagliare» è ricorrente in molti centri abitati di origine rurale ed è testimone linguistico del passato agricolo della nostra società. In questo caso ci  troviamo di fronte a un borgo non difensivo ma adeguato (funzionale) a un'economia fortemente rurale; anche in questo caso però vediamo che il centro abitato è ben distinguibile e si "aggrappa" al colle salendo con "dolcezza" e costanza verso la parte più alta. L'andamento sinuoso dei gruppi di case e delle strade, asseconda in maniera sapiente il dislivello altimetrico. Il borgo si posiziona in modo da lasciare liberi i terreni coltivabili e in modo da essere saggiamente al riparo dai corsi d'acqua che corrono più a valle.


Esempio n. 3: Preturo (L'Aquila). Nell'immagine è ben visibile l'abitato più antico, la parte più arroccata, oggi identificata come «parte alta» del paese.
Anche in questo caso gli aggregati di case sono ben distinguibili secondo una logica legata alla conformazione del terreno, alle pendici del monte; l'abitato è attraversato da due vie principali che si incrociano in una piazza formando approssimativamente una «croce di Sant'Andrea». Uno dei due rami porta da un lato (verso l'alto) alla chiesa della Madonnella di Preturo mentre dal lato opposto si giunge alla chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo, situata più a valle rispetto alla "rocca" del borgo.
Preturo è riparato "a Tramontana" dal versante del monte ed è abbastanza in alto rispetto alla piana agricola sottostante.


Esempio n. 4: Colle di Preturo (L'Aquila). L'abitato del borgo è ben distinguibile, caratterizzato da aggregati compatti ben raccolti, disposti in costa fino allo "svettamento" sul colle, da cui il nome del borgo, "seduto" tra due crinali della montagna che lo pongono in posizione riparata nonostante sia esposto a nord-nord-est. Il paese è attraversato da una strada principale (strada maestra) che attraversa il borgo assecondando l'andamento del pendio. 
Il borgo è sufficientemente in quota rispetto alla piana sottostante, sia per antichi motivi difensivi sia per la tutela dei terreni agricoli in piano, risorsa fondamentale in ogni epoca e soprattutto in un'economia agro-pastorale.


Esempio n. 5: Cese di Preturo (L'Aquila). Il borgo storico è disposto linearmente, "in costa", alla base del monte e lungo un'antica via "di costa" che porta da Preturo a Scoppito.
La conformazione è simile a quella di molti aggregati rurali vicino a terreni coltivabili e allo stesso tempo lungo le locali vie di comunicazione.
Il toponimo «Cese» molto diffuso nella toponomastica dell'Italia centrale e centro-meridionale, può indicare una località adibita al taglio del bosco, anche al taglio di porzioni di bosco da destinare all'agricoltura, o ancora, per estensione, può indicare le siepi di recinzione che separavano i singoli poderi agricoli.
Il borgo di Cese di Preturo si presenta riparato "a Tramontana".


giovedì 5 aprile 2018

IMMOTA MANET - Memoria, Presente e Futuro


Riflessioni personali sulla tempesta, e sul dopo la tempesta, di nove anni fa.



Umberto Boccioni, La città che sale (Fonte: arte.it)

Quante volte ho sentito, e sento  dire, che il latino non serve a niente, e la cosa non mi ha mai trovato e non mi trova d'accordo! 
Prima di tutto, perché oggi parliamo una lingua nazionale e le nostre lingue locali (dialetti) che altro non sono, semplificando, se non il latino volgare (quello del popolo) evoluto e amalgamatosi con apporti linguistici di origine diverse! Quindi una lingua viva a tutti gli effetti!
Poi c'è il latino dei classici, apparentemente "cristallizzato" nella forma tramandataci dai grandi autori romani e poi ripreso dagli Umanisti, ma in realtà anch'esso attualissimo: il latino è nei motti di nazioni, città, squadre sportive e così via!

Ed è proprio a tre motti latini che mi sono ancorato, più o meno consapevolmente, per affrontare e poi ripartire dalla tempesta che in questi giorni di nove anni fa si era abbattuta sulla mia città e sul suo contado. Non una tempesta d'acqua e/o di vento, ma quella tempesta dal sottosuolo che per alcuni secondi o decine di secondi trasforma la terra in un mare infuriato e rende le opere umane come tante imbarcazioni in preda a quel mare con i loro passeggeri a bordo!
Passata la paura immediata dell'evento, subentrano sentimenti umani come lo shock, il dolore e lo sconforto: dolore e sconforto per coloro che sono rimasti vittime delle navi affondate durante la tempesta, dolore e sconforto nel vedere la propria città sfregiata e, a tratti, poco riconoscibile, e poi un sentimento di rabbia non si sa bene contro chi e contro cosa, e tante altre sensazioni!
Poi subentra un sentimento di rivalsa, la volontà di rimboccarsi le maniche e cominciare, prima con la mente e con i simboli, poi con i fatti, a riprendersi quello che la tempesta ha stravolto. Un assedio al contrario per rientrare tra le mura della città e riconquistarla, riconquistare quel legame materiale con i nostri antenati. Forza di volontà alternata a momenti di sconforto e poi di nuovo tanta volontà! Volontà di non darla vinta agli eventi: non una sfida alla natura ma semplicemente orgoglio di volersi rimettere in piedi, di risollevare il proprio territorio anche in memoria e nel rispetto di quelle vittime innocenti della tempesta, volontà di ridare dignità e splendore ai propri luoghi!

E qui torna il latino!

Come ho scritto sopra, a tre motti in particolare mi sono ancorato nell'affrontare il "dopo la tempesta"!

L'emblema civico aquilano.
L'Aquila: chiesa del Cristo Re (1934), pavimento della navata centrale (particolare).


IMMOTA MANET (rimane salda):
è il motto della mia città, quello che ci ricorda le sue traversie, soprattutto contro le forze della natura ma, nonostante queste, la sua capacità di risollevarsi e rigenerarsi dopo i rovesci subiti; l'orgoglio, anche inconsapevole di riannodare la propria vita a questi luoghi, a queste strade, a queste piazze. 
Un motto che tante volte è stato ed è dissacrato, interpretato e utilizzato in maniera sarcastica per indicare immobilismo. Non ho mai condiviso e non condivido questa lettura: per me personalmente e per i tanti aquilani, di origine e di adozione, che lavorano tutti i giorni per la nostra città, era e rimane un motto dall'accezione positiva, la spinta e il dovere a essere protagonisti attivi della nostra ricostruzione, come in questi anni sta avvenendo; in primis per noi e poi anche per i nostri posteri!

NEC RECISA RECEDIT (neanche spezzata arretra, neanche colpita arretra): motto dannunziano, motto del corpo della Guardia di Finanza, ma anche parole che ben si prestavano a motivare gli animi in quei brutti giorni di nove anni fa! Tra l'altro proprio la Guardia di Finanza, con la sua scuola Allievi Sottoufficiali, rimasta pressoché integra dopo il sisma, fu l'epicentro del dramma nei giorni immediatamente seguenti e poi dei primi nuovi passi: luogo delle esequie solenni della maggior parte delle vittime del sisma, base operativa dell'emergenza e poi base per la primissima ripartenza delle funzioni fondamentali della città, ospitando tanti uffici strategici!
«Nec recisa recedit», neanche la mia città colpita voleva arretrare.
La mia laurea, insieme a tanti altri ragazzi, cadeva proprio in quel mese di aprile; discutemmo la tesi in una tenda organizzata per l'occasione: «che tristezza» si potrebbe pensare su due piedi; invece no! Ricordo ancora con orgoglio quel momento, l'orgoglio di essere tra i primi studenti a laurearci nella città che, anche se non ce ne accorgevamo, aveva già ricominciato a camminare, seppure a piccoli passi e con le ossa ancora rotte!

FLUCTUAT NEC MERGITUR (oscilla tra i flutti ma non affonda): è il motto della città di Parigi, nata su un'isola tra le acque di un fiume; me ne sono ricordato in questi giorni leggendo un saggio che parla proprio dell'attualità del latino! Ho riflettuto su queste parole e anch'esse calzavano bene alla situazione; nel caso della mia città i flutti, le mareggiate, vengono dal sottosuolo e, ogni volta, superata la tempesta, dobbiamo riprendere la rotta! «O navis referent in mare te novi / fluctus (o nave, altre onde ti riporteranno in mare)»: i versi sono tratti dalle «Odi» di Orazio ma il concetto, in versioni diverse, lo ritroviamo dall'antica Grecia fino (leggevo in questo saggio) al vescovo Beato di Liébana: «tempestat mare et fluctuat, sed navicula non mergitur, quia fides non dubitatur (il mare è in preda alla tempesta e ai flutti, ma la navicella non affonda, perché la fede non viene messa in dubbio)» [Ivano Dionigi, Il presente non basta]!
Dopo le onde che hanno portato la nave alla deriva, nuove onde, quelle buone, riportano la nave sulla giusta rotta dopo la tempesta;  queste onde buone sono le energie positive, l'orgoglio e la volontà! Ovviamente servono buoni comandanti, buoni timonieri ma anche buoni rematori! La fede di cui parla Beato di Liébana deve essere per noi la fiducia attiva nella rinascita della nostra città (e quando parlo di città intendo sia il Capoluogo sia i Borghi del Contado)!
Queste onde buone le ho iniziate a vedere un paio d'anni dopo la tempesta e rafforzavano la mia fiducia; ogni gru in movimento, ogni ponteggio nuovo, ogni palazzo che torna alla mia comunità, ogni negozio che riapre lì dove prima c'erano silenzio, calcinacci e muffa, rafforzano questa corrente favorevole che ci sospinge verso la buona rotta.
Riportare la nave sulla rotta giusta è un dovere anche verso la memoria di coloro che sono caduti durante la tempesta di nove anni fa!
E quando la terra, come accaduto due anni fa e l'anno scorso, e poi anche pochi giorni fa, torna a far sentire le sue mareggiate, lo sconforto e la paura tornano a farsi largo nel nostro animo! Meno di due anni fa il centro del nuovo dramma era tra i 20 e i 70 km dalla nostra città e abbiamo vissuto quelle nuove tempeste come fossero anche nostre, sia per la paura che tornava a svegliarsi sia per la compassione umana e fraterna verso dei nostri vicini che stavano vivendo, a pochi passi da noi, una tempesta del suolo i cui flutti giungevano fino a noi a risvegliare i sentimenti di nove anni fa!
In momenti come quelli, dopo la umana e normale paura, proviamo a fare nostri quei versi e, nel quotidiano, facciamo in modo che le nostre navicelle siano sempre più sicure e affidabili durante queste tempeste!
Scacciamo lo sconforto e come bravi rematori riprendiamo in mano la nostra nave comune!
Lo stiamo già facendo, continuiamo!

Mauro Rosati

L'Aquila: Piazza del Mercato; sullo sfondo la rinata chiesa di Santa Maria del Suffragio, detta "delle Anime Sante" (Foto: Mauro Rosati, 2018).



martedì 12 settembre 2017

Una cupola per la Cattedrale aquilana! Perché no? Pensiamoci su!

Personalmente condivido l'idea proposta da Mons. Antonini sulla cupola del Duomo, risalente ad alcuni anni fa e pubblicata nuovamente in questi giorni sulla stampa .

Esiste un disegno/progetto pubblicato nel 1887 che prevedeva questa cupola, non realizzata; e la facciata è stata ideata in funzione di questa cupola. Potete consultare il mio articolo anche in questo blog sotto il 'tag' Cattedrale.
Secondo quanto dichiarato alla stampa dal Segretario Regionale ai Beni Culturali per l'Abruzzo, arch. Stefano Gizzi, non è stato possibile recuperare per intero la finta cupola dipinta di Venanzio Mascitelli, molto bella, e quindi ricollocandola al suo posto probabilmente non darebbe più a pieno lo stesso effetto realistico/illusionistico.
A questo punto perché, per esempio, non ricostruire fedelmente la zona absidale e poi realizzare una cupola vera che arricchirebbe sia la chiesa sia il profilo della città.
Oggi abbiamo materiali leggeri (legno, policarbonato, acciaio, ecc.) che ci permetterebbero di realizzarla leggera, snella, senza appesantire le murature e allo stesso tempo, volendo, secondo il disegno da progetto o doveraamente!
In fase progettuale si potrebbe poi discutere come farla stilisticamente e nelle dimensioni ma, di base, non vedo nulla di sbagliato nel completare una chiesa con più slancio verticale.
La proposta merita di essere studiata e adattata al caso, anche sulla base di altri esempi che abbiamo in Europa e adattandola alle caratteristiche architettoniche della nostra città.
Guardate, per esempio, il caso di questa chiesa di Lorca (Chiesa di Santiago), città spagnola colpita dal terremoto l'11 maggio 2011: questa è l'esperienza della ricostruzione della cupola della chiesa completamente crollata con il sisma ; notate nelle foto soprattutto i materiali leggeri e la forma fedele all'originale dell'opera finale. Perché non pensare a qualcosa di simile per il nostro Duomo? Intendo i materiali ovviamente.
Certo, a Lorca la cupola c'era ed era crollata, nel Duomo aquilano va invece costruita ex novo. Ma teniamo comunque conto che la facciata del nostro Duomo, che già esiste, è nata con l'idea della cupola; poi per motivi finanziari e per motivi strutturali dovuti ai pesanti materiali dell'epoca non è stata realizzata.
Oggi abbiamo l'occasione, trovando i fondi extra, magari con delle sponsorizzazioni, di rendere più slanciato il profilo di quella zona della nostra città.

Un particolare del disegno con la cupola pubblicato nel 1887
L'impatto da lontano ed entrando da piazza Duomo sarebbe diverso, in positivo.
La cosiddetta 'ricostruzione' sociale ha bisogno anche di simboli materiali che ridiano entusiasmo e fiducia ai nostri concittadini.
Non bocciamo subito l'idea, riflettiamoci su!

Mauro Rosati

mercoledì 26 luglio 2017

Senso pratico: anastilosi contro 'effetto vetrina'


Scrivo questo post pensando soprattutto alle troppe proposte, a volte anche un po' troppo sopra le righe, per la chiesa Capoquarto di Santa Maria Paganica e alcune parrocchiali di paesi del territorio!
Una riflessione personale che voglio condividere con gli altri anche sulla base di esperienze passate, esempi in positivo e negativo!


La chiesa Capoquarto di Santa Maria Paganica a L'Aquila durante i lavori di messa in sicurezza successivi al terremoto del 2009 (Fonte: pinterest.com)

L'abside della chiesa Capoquarto di Santa Maria Paganica a L'Aquila durante i lavori di messa in sicurezza successivi al sisma del 2009! (Fonte: «Fuori dal giro»)

La basilica di San Benedetto a Norcia dopo il crollo provocato dal sisma del 30/10/2016 (Fonte: lapresse.it)


Parto da questa dichiarazione dell'imprenditore Bruno Cucinelli che personalmente condivido:

A mio avviso si tratta di semplice buonsenso e forte senso realistico e pratico!
Non stravolgere i luoghi simbolo di comunità già pesantemente colpite dal punto di vista psicologico, riconsegnare luoghi simbolo riconoscibili in cui la gente possa riconoscersi e superare il trauma!
Ridare le forme originali non per mancanza di fantasia ma per superare questo tipo di traumi!
Magari qualche piccola miglioria o innesto ma non stravolgimenti urbanistici e architettonici che traumatizzino ulteriormente le comunità!
L'anastilosi di monumenti e scorci simbolo è un valido supporto psicologico!
Tanti i tanti esempi nella storia: il campanile di San Marco a Venezia, il Duomo di Venzone, la Frauenkirche di Dresda, la Cattedrale di Noto, il Teatro "La Fenice" di Venezia, la parrocchiale di Onna e, in parte, la parrocchiale di San Gregorio (quanto meno nella volumetria e negli spazi)!
Ricostruire uno scorcio urbano e/o un edificio simbolo non è semplicemente ricostruire un'opera d'arte, come una tela o una statua, ma è anche ricostruire una parte di serenità e di equilibrio psicologico di una comunità colpita da un evento traumatico repentino, calamità naturale o causato dall'uomo.
Gli eccessivi stravolgimenti invece appesantirebbero il trauma e con il tempo non verrebbero compresi da nessuno, a parte il temporaneo effetto 'vetrina'!

Mauro Rosati