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venerdì 3 novembre 2023

ARCHITETTURE 《(?)MINORI》...MA NON PER L'INGEGNO!

Fig. 1 - Porta con soluzione ad arco ligneo.


Fig. 2 - Cantonale del fabbricato.

Fig. 3 - Prospetto lungo del fabbricato: si osservano le linee dei 《conguagli》 regolari lungo i filari della muratura.


ARCHITETTURE 《(?)MINORI》 ... MA NON PER L'INGEGNO! 

Ottobre 2023

➡️ Penso da molti anni che la definizione di 《architetture minori》 per questo tipo di manufatti sia riduttiva, e non renda pieno merito alle soluzioni ingegnose che vi possiamo osservare. Forse saranno anche 《minori》 per la destinazione d'uso (e neanche troppo) ma certo non per le capacità costruttive di allevatori e contadini, spesso colòni, che ne erano gli autori, essendo molte volte (per necessità) anche 《mastri》 costruttori.

➡️ L'ingegno pratico di saper trovare le migliori soluzioni costruttive con i pochi materiali talora a disposizione.
Come in questo caso: un piccolo fabbricato rurale incastonato e basato sulle rocce calcaree delle contrade immediatamente a nord delle mura cittadine, oggi divenute quartieri residenziali nati nel corso del Novecento.

📍 Particolarmente meritevole di attenzione, è l'architettura composita della porta del fabbricato: 
- gli stìpiti sono realizzati utilizzando solidi blocchi squadrati, magari appena sbozzati dove necessario; nei blocchi osserviamo anche le diverse tipologie di roccia calcarea che troviamo nel nostro territorio;
- in capo ai due stipiti, ecco due 《zeppe》 per mettere a livello (《in bolla》) le imposte dell'arco; una pietra più piccola e piatta sulla destra, un paio di mattoni cotti piani (《pianelle》) sulla sinistra;
- l'arco-piattabanda (fig. 1) è il pezzo forte di questo piccolo portale, capolavoro di un'efficace arte dell'arrangiamento; un grande legno ricurvo, probabilmente un grosso ramo o un fusto d'albero, rifinito quanto basta e collocato in opera sfruttando la sua curvatura naturale.

➡️ Chi realizzava questi piccoli capolavori di architettura rurale non aveva ovviamente a disposizione conci in pietra lavorati da scalpellini, men che meno per l'arco, così come non disponeva di grosse quantità di mattoni per potervi realizzare una piattabanda o un arco tradizionali, e allora ecco che la mente dei costruttori si è affinata con queste soluzioni pratiche ed efficaci.

📍 La muratura del fabbricato è realizzata con semplice soluzione a pietre e calce ma, nei punti in cui è richiesta particolare resistenza, i costruttori non si sono risparmiati:
- e allora, ecco grosse pietre squadrate, pietre d'angolo, a realizzare un robusto cantonale tra il muro laterale corto e il prospetto lungo su strada; il cantonale, ossia lì dove gli sforzi della muratura sono maggiori (fig. 2).
📍I filari della muratura, invece, presentano ad altezze regolari i cosiddetti 《conguagli》(fig. 3):
man mano che si tirava su il muro, ogni tanto veniva realizzato un filare di 《zeppe》 fatto di mattoni, di pietre piatte e più piccole, coppi e altro, per ri-allineare l'andamento orizzontale del muro ed evitare pericolose pendenze che avrebbero destabilizzato l'equilibrio complessivo.

➡️ Le pietre impiegate in queste costruzioni erano generalmente le stesse che venivano estratte durante la lavorazione dei terreni che venivano 《spretati》(liberati dalle pietre) per essere meglio coltivati. Le pietre migliori, più regolari, venivano subito reimpiegate in modo utile mentre il pietrame irregolare veniva accumulato in monticelli detti 《macerine》(da cui il diffuso topònimo 《macerine》). 
E proprio da queste riserve di 《macerine》 si estraevano i materiali per i muretti a secco di contenimento, per i cosiddetti 《tholos》 dei pastori (le 《camere》 o 《locce》), e per la realizzazione di opere murarie come quella che si vede in queste immagini; opere murarie funzionali a usi molteplici, sempre attinenti alle attività agrarie.

➡️ Sul lato posteriore, la costruzione in queste immagini poggia probabilmente sulla roccia naturale, trovandosi a mezza costa lungo un leggero pendìo. Altro espediente efficace: utilizzare il più possibile ciò che già esiste per ridurre al minimo il tempo e la quantità di materiali necessari alla costruzione.
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➡️ In diversi quartieri della nostra città si trovano spesso queste preziose testimonianze delle origini rurali di quelle contrade e dell'ingegno pratico dei nostri nonni, bisnonni e trisavoli.
Veri e propri manuali di architettura rurale, di soluzioni pratiche e valide, gioiellini grezzi che - purtroppo - ancora oggi non vengono apprezzati a pieno e rivalutati.

📍 Costruzioni come queste meriterebbero un bel censimento generale e piani complessivi per il loro recupero strutturale e funzionale, e per la loro valorizzazione.


Mauro Rosati
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martedì 16 agosto 2022

IL PENNERONE - Vocaboli e toponimi agrari

La nostra storia agraria, vocaboli e toponimi - Il PENNERONE


🟢 Il PENNERONE / Il PINNERONE / Ju PINNERO'


📌 Si tratta di una pietra cilindrica, più o meno grande, che serviva per la spremitura (torcitura) dell'uva/vinacce o delle olive, a seconda dei casi e delle zone.
Al centro di questa pietra veniva fissato un asse verticale, spesso in legno, dotato di 《manici》 sporgenti che servivano per far ruotare il palo insieme al pinnerone.
La rotazione poteva essere a trazione umana o animale (ad esempio un asino).


➡️ Talora, per estensione, questo vocabolo può essere anche topònimo indicante il luogo/località in cui si trovava il 《pennerone》.
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📌 Una nuova parola, quindi, dalla nostra storia agraria, sempre da un post pubblicato nel gruppo Facebook 《Paganica de 'na vote》:


Nel post è citato un passo estratto da un documento d'archivio del 1807: 

《[...] dove posa la pietra del torcitore, o sia il pennerone [...]》.
Nello stesso post è presente anche una foto, del signor Francesco de Paulis, che ritrae un pennerone ancorato all'asse verticale di legno, sito a Paganica nelle campagne del Contado a est di L'Aquila.


📌 Un'altra attestazione del 《pennerone》, è testimoniata dalla signora Antonella Pezzopane che racconta del 《PINNERONE》 di Onna, a poca distanza da Paganica, sempre nella campagna aquilana:
《A Onna  c'era il pinnerone!   Era il posto di ritrovo per  fare due chiacchiere. Sempre pieno di  giovani  la sera.》.

📌 《Ju PINNERO'》 di Onna, di cui parla anche la signora Marzia Masiello in questo post del 2020 su "Radio L'Aquila 1":

Nel caso di Onna sarebbe bello e importante ricollocarne un esemplare nel luogo in cui si trovava, per coltivarne attivamente il significato sociale negli usi e nella memoria storica del paese.
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📌 Un'altra testimonianza dei 《pinneroni》 si ritrova, ad esempio, anche nella Bassa Valle dell'Aterno, come ad Acciano (L'Aquila):
《[...] Acciano è famosa per le sue cantine scavate nella roccia calcarea, dove, non in tutte, si trova una grossa pietra cilindrica chiamata “pinnerone” che serviva a spremere le vinacce [...]》
(Da:
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📌 Il pinnerone per la spremitura delle olive è invece narrato in questo post del 2005:

Il meccanismo descritto è sostanzialmente sempre lo stesso, come abbiamo visto, a prescindere che si tratti di uva/vinacce o di olive:
《[...] Quanta fatica per farlo,per trasportarlo al "montano"dove veniva appeso ad un asse come pressa e dove un asino paziente e rassegnato iniziava,come un rito,a girare intorno al palo,muovendo le grosse pietre circolari [...]》.
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Un ringraziamento, per gli spunti, alla signora Antonella Pezzopane per la sua testimonianza diretta del 《pinnerone》 di Onna e al signor Fernando Rossi, studioso e amministratore del gruppo Facebook 《Paganica de 'na vote》, autore dell'interessante post.


Mauro



mercoledì 10 agosto 2022

LA NOSTRA STORIA AGRARIA - TOPONIMI E VOCABOLI

La nostra Storia - Toponimi e vocaboli agrari


🟢 le MASSALE, lo CANNO, SPAONA'


Partendo da un post pubblicato nel gruppo Facebook 《Paganica de na vote》 :

https://www.facebook.com/groups/509542385852575/permalink/2447546365385491/


📌 《Le MASSALE》: località con pozzo o fosso per la purgatura della canapa. 

Toponimo attestato in alcune aree delle campagne intorno a L'Aquila, dove le caratteristiche dei terreni erano più favorevoli alla coltivazione della Canapa comune (Cannabis sativa) - 《lo CANNO》 - fibra vegetale molto utilizzata in passato e talora, più sporadicamente, ancor oggi, ad esempio nella impermeabilizzazione dei giunti delle tubature idrauliche, anche se generalmente sostituita da fibre artificiali.


📌 In particolare nella campagna ad est dell'Aquila è presente una 《Via delle Massale》- importante odonimo agrario - nella frazione di Onna e la località 《le Massale》 nella vicina frazione di Tempèra, entrambe situate in aree dove la maggior presenza d'acqua favoriva la coltivazione della Canapa comune.


📌 Come riferisce il signor Vincenzo Rossi, riguardo alla frazione aquilana di Tèmpera, 《le MASSALE》 è la località dove si metteva 《a cura' lo CANNO》 (a curare la canapa) dentro dei fossi appositi.


📌 Sempre il signor Vincenzo Rossi:

《[...] ricordo da ragazzo che i vecchi agricoltori, dopo aver seminato la canapa, prima di raccoglierla, dicevano che dovevano andare a "SPAONA' ". Significava  di estirpare le piante infestanti, questo lavoro si faceva rigorosamente al mattino, altrimenti se scaldava il sole, un odore strano ti dava fastidio. Dopo anni mi sono reso conto di quel fastidio, era il fiore e che oggi é droga, mentre con lo stelo si faceva la rinomata canapa, che lavorata particolarmente, si usava in tanti modi.》


Ringrazio il signor Vincenzo Rossi per la testimonianza toponomastica e dialettale, e il signor Fernando Rossi, studioso e amministratore del gruppo 《Paganica de na vote》, per il post da cui ho tratto spunto per questo brevissimo excursus.

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📌 Nota. Nel dialetto aquilano, e sue varianti, è presente il genere neutro che al maschile è distinguibile dall'uso dell'articolo 《lo》 al posto di 《ju / lu》. Entrambi si traducono come 《il》 con la differenza che 《lo》 indica sostanze, oggetti, concetti astratti, espressi appunto nel genere neutro (lo cacio = il cacio, il formaggio; lo stupidu = il futile; lo canno = la canapa).


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📌 Sulla canapa, più in generale.

I vari passaggi della Canapa coltivata (Cannabis sativa):

da quella grezza a quella lavorata, fino a quella tinta:

- Canapa in erba;

- Canapa greggia, ossia macerata e battuta;

- Canapa graffiata o spinata;

graffiata o spinata in gargiolo;

- Canapa, e stoppa di canapa filata greggia;

imbiancata;

filata e tinta.


📖 ( Fonte《Tariffa generale per l'esazione dei dazj d'introduzione, uscita e transito nel territorio degli Stati Estensi》, 1816.

https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.icar.beniculturali.it/biblio/pdf/LexEsten/vIIIc33/02_T3_1816c33.pdf&ved=2ahUKEwikkfvtubz5AhXTXfEDHZjHBeoQFnoECC8QAQ&usg=AOvVaw1U24iL2DYw6EceqwmqYG8Z )

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📖 Il lemma 《Canapa》 nel Grande dizionario della lingua italiana UTET:

pag. 614

https://www.gdli.it/pdf_viewer/Scripts/pdf.js/web/viewer.asp?file=/PDF/GDLI02/GDLI_02_ocr_619.pdf&parola=c%C3%A0napa


pag. 615

https://www.gdli.it/pdf_viewer/Scripts/pdf.js/web/viewer.asp?file=/PDF/GDLI02/GDLI_02_ocr_620.pdf&parola=canapa

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📖 A. Buonopane,《La Canapa nel Veneto romano: testimonianze epigrafiche》:

https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.academia.edu/2110317/La_canapa_nel_Veneto_romano&ved=2ahUKEwikkfvtubz5AhXTXfEDHZjHBeoQFnoECDcQAQ&usg=AOvVaw30OaGB_KA2kwZJVSPaVBWl

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Mauro



martedì 9 novembre 2021

Si scrive CULTURA, si legge AGRI-COLTURA

Fonte immagine: https://www.facebook.com/293715641813/posts/10158592286891814/



Prendo spunto da un post e dall'immagine in alto - pubblicati sulla pagina Facebook 《La campagna appena ieri》- per una breve personale riflessione.

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Si scrive CULTURA, si legge AGRI-COLTURA


L’aratro e la penna...la semina e lo studio...il raccolto e il pensiero...il campo e la mente...il concime e lo studio!

Lo Studio: non solo lavoro di mente ma anche lavoro di mano.

La Campagna: non solo lavoro di mano ma anche lavoro di mente.

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Cultura e Agricoltura, due facce della stessa medaglia – metaforicamente parlando – poiché non c’è quasi nulla che più della Cultura – in tutte le sue forme – si avvicini all’Agri-coltura.

Il tratto in comune ce lo suggerisce già l’etimologia stessa delle parole Cultura e Coltura: entrambe derivano dal latino cultura, a sua volta derivato dal verbo colĕre, ossia coltivare – appunto -.


 

E fin qui niente di nuovo, potremmo dire.


 

Se dall’etimologia, però, passiamo anche al confronto concreto, ci accorgiamo che questi due mondi non hanno in comune solo il significato di «coltivare».

La Cultura è effettivamente un procedimento paragonabile metaforicamente a quello agricolo, sotto molteplici aspetti; qualcosa di vitale e vivace.


 

Quando impariamo a leggere e a scrivere, e iniziamo poi a frequentare la Scuola, gli insegnanti – proprio come un buon contadino - iniziano a dissodare un «terreno fertile» e lo preparano alla semina, che si svolge gradualmente e pazientemente nel corso degli anni scolastici.


All’esterno della Scuola, altri stimoli «piovono» contemporaneamente sul terreno fertile della mente umana, e ne favoriscono la crescita intellettuale.

Il «raccolto» è continuo, e sempre potenzialmente promettente: i frutti di questo raccolto sono proprio le capacità intellettive e di interrelazione culturale, non solo tramite la voce ma anche con la parola scritta e con altri mezzi. Un raccolto che si svolge in maniera «multimediale» (multi-media, ossia «con molti mezzi», letteralmente).


 

Queste «piante» metaforiche che seminiamo e coltiviamo fin dalla tenera età, proprio come tutte le piante necessitano però di attenzioni, di concimazioni regolari, di nuovi dissodamenti e anche di ampliare l’«appezzamento di terra» del nostro pensiero.

Così come il lavoro del contadino non si esaurisce con l’aratura e con la semina, allo stesso modo l’intelletto umano deve continuare la sua coltivazione, anche quando finisce il ciclo della Scuola – ossia della prima parte di questo lungo e continuo lavoro -. Solo così il «terreno» può mantenersi regolarmente fertile e produttivo.

Il «lavoro agricolo» del Pensiero prosegue sempre, anche in età adulta e matura, e deve alimentarsi di costanti «piogge» e «concimazioni» benefiche: in metafora, bisogna sempre continuare a coltivare e a irrobustire le proprie conoscenze con il «concime» della curiosità, della lettura, dello studio, dell’ascolto e di tanti altri stimoli intellettivi, compresi quelli che ci derivano dall’osservazione diretta della Natura, nella sua quotidianità.


 

Insomma, dopo la prima «semina», diventiamo «contadini di noi stessi» e dobbiamo impegnarci costantemente se vogliamo raccogliere buoni frutti, senza sosta, mantenendo sempre morbido e fertile quel terreno che è stato dissodato nella prima infanzia e poi arato e seminato negli anni scolastici.

E, come un buon contadino impara sempre qualcosa dai suoi «colleghi», così anche la nostra Cultura si accresce nel confronto reciproco – diretto o indiretto che sia -: ad esempio, chi sa leggere e scrivere può insegnarlo anche a chi non lo sa fare, ma - allo stesso tempo - anche chi non sa né leggere né scrivere può essere a sua volta maestro di conoscenze che si apprendono sul campo («campo» è un’altra parola che lega il mondo intellettuale al mondo agricolo). In questo modo l’uno arricchirà il proprio bagaglio di esperienza pratica, l’altro imparerà a leggere e a scrivere.


 

E il «campo» coltivato si estenderà costantemente con nuove specie da coltivare (ossia, nuovi interessi).

 

 

Mauro

 

 

P.s.. Chiudendo il cerchio della riflessione: l’Agricoltura stessa è a sua volta Cultura. È cultura materiale, appresa sul grande libro della terra, osservando e sperimentando.




lunedì 1 novembre 2021

《ÙNIASANTA, SCAPPA FÒRE DALLA MONTAGNA!》



《ÙNIASANTA, SCAPPA FÒRE DALLA MONTAGNA!》

(OGNISSANTI, SCAPPA VIA DALLA MONTAGNA!)



Detto popolare che ho ascoltato e appreso - in questa versione - nell'Alto Cicolano, sub-regione storico-geografica ai confini amministrativi tra le regioni Lazio e Abruzzi.

La locuzione, diffusa anche oggi e in uso corrente fino ancora a mezzo secolo fa, era un invito a concludere entro la fine di ottobre tutte le attività agricole legate alla media e alta montagna, e a riportarsi ad altitudini di bassa montagna o collinari poiché,  con l'arrivo di novembre si faceva più concreta la possibilità delle prime gelate e nevicate, anticipate già dalle prime spruzzate di neve ottobrine (le 《'ncaciate》=spolverate di cacio, poiché la neve più tenue ricorda il cacio grattugiato).
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Linguisticamente, siamo nel raggruppamento di dialetti 《reatino-aquilano》, ossia in quella fascia geografica dell'Appennino centrale compresa tra le città di Rieti e L'Aquila (il confine orientale di questa fascia corre approssimativamente lungo il margine est del Comune dell'Aquila).

Trattandosi di un'area montuosa, dove quindi in passato le comunicazioni tra un paese e l'altro erano più rare e difficoltose, esistono numerose varianti lessicali anche tra borghi e villaggi molto vicini. Complessivamente però, c'è un'omogeneità di fondo nella struttura linguistica di quest'area che personalmente sono solito definire come 《Sabina montana》, ossia la parte di Sabina più interna e più orientale (《Sabina》 intesa nell'accezione storica più grande rispetto a quella attuale).

Questo raggruppamento dialettale 《reatino-aquilano》 rientra nella più ampia area linguistica della 《lingua italiana mediana》, la quale si sviluppa dall'Adriatico fino alle soglie del Tirreno, attraversando l'Appennino attorno alla direttrice Ancona-Roma e toccando le odierne regioni amministrative di Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi.
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È molto probabile che espressioni simili esistano anche in altri Dialetti d'Italia, così come le feste legate alla fine della stagione agricola: se le conoscete, segnalatele nel gruppo Facebook 《Lessico delle Lingue e Dialetti d'Italia 》.


Mauro



venerdì 29 ottobre 2021

AMITERNUM - SUGGESTIONI 《AGRO-POETICHE》

Uno scorcio dell'agro amiternino, pochi chilometri a ovest della città dell'Aquila
(Foto: Mauro Rosati, 2016)


Anche una visita di gruppo a un'area archeologica, può suscitare suggestioni letterarie e poetiche, offerte dal paesaggio circostante. Non fa eccezione la bellezza del contesto nel quale è immersa l'area archeologica di Amiternum, antico insediamento sabino e poi romano e medievale, insieme al vicino borgo di San Vittorino Amiterno, nel Contado occidentale dell'Aquila.

Ci suggerisce queste suggestioni, ad esempio, Gabriele D'Annunzio, che in prosa e in versi riesce a nobilitare l'arte della semina.

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《Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. 

Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. 

Un sàccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. 

Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. 

Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.》

(dal romanzo 《L'innocente》 di G. D'Annunzio, 1892)


Con queste parole, Gabriele D'Annunzio, nobilita e celebra il seminatore, elevandolo a una figura quasi sacra ed epica.


Nota 1. Nel testo troviamo anche un termine tecnico agrario: le 《pòrche》, plurale di 《pòrca》.  

Semplificando, la pòrca (o pròsa) è quella striscia di terra rialzata che si alterna al solco e serve per favorire lo scolo e il drenaggio delle acque. Le pòrche alternate ai solchi danno quell'effetto caratteristico ondulato che vediamo in molti campi arati.


Nota 2. Il berretto 《di foggia frigia》, semplificando, è un copricapo caratteristico formato da un pennacchio in alto che ricade in avanti. L'aggettivo 《frigio》 deriva dai Frigi, un'antica popolazione che, tra il II e il I millennio a.C. si era stanziata e aveva fondato un regno pressappoco al centro dell'Anatolia, nell'odierna Turchia.

Il berretto frigio fu adottato dai Persiani quando conquistarono il Regno di Frigia.

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E sempre per rimanere in tema agricolo e dannunziano, ecco di seguito anche 《I seminatori》, un noto sonetto - appunto - di Gabriele D'Annunzio.

Nota 3. Il sonetto è un breve componimento in versi formato da due quartine (strofe di quattro versi) e due terzine (strofe di tre versi).


《Van per il campo i validi garzoni

guidando i buoi da la pacata faccia;

e, dietro quelli, fumiga la traccia

del ferro aperta alle seminagioni.


Poi, con un largo gesto delle braccia,

spargon gli adulti la semenza; e i buoni

vecchi, levando al ciel le orazioni,

pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.


Quasi una pia riconoscenza umana

oggi onora la Terra. Nel modesto

lume del sole, al vespero, il nivale


tempio dei monti innalzasi: una piana

canzon levano gli uomini, e nel gesto

hanno una maestà sacerdotale.》.


In pochi versi, l'evocazione dell'atmosfera autunnale, quando già si vanno preparando i nuovi frutti del lavoro agricolo, con l'auspicio e la preghiera di un buon raccolto.


Mauro



venerdì 22 ottobre 2021

QUANDO L'AUTUNNO DIVENTA ARTE

 

Albero di noce


Albicocco 



22-23 ottobre 2021

Lì dove la Città e la Campagna si incontrano e si intessono reciprocamente: il giallo vivace di un noce e il rosso-arancio di un albicocco, in una giornata tipicamente autunnale diventano quasi delle fonti di luce propria, risaltando tra le abitazioni e i terreni di contrade un tempo coltivate da coloni. Oggi orti o giardini tra le case. 🌱🌱
Un tempo che arriva fin ancora a 50 anni fa.

La bellezza dell'Autunno: quando i colori delle piante sembrano brillare tanto più vivaci sulla tela dallo sfondo grigio di una normale nuvolosità di stagione. 🎨

Tramite l'Autunno la Natura si fa artista. 🍁🍁


Mauro



venerdì 1 ottobre 2021

IERI E OGGI - Cosa è migliorato. Cosa si potrebbe migliorare.

IERI E OGGI - Cosa è migliorato. Cosa si potrebbe migliorare.

Parto da un post con immagine - all'indirizzo che segue - pubblicato sulla pagina Facebook «LA CAMPAGNA APPENA IERI», per una breve riflessione personale sulle differenze nella Società e negli stili di vita tra Ieri e Oggi:

https://www.facebook.com/293715641813/photos/a.389755411813/10158560882376814
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➤ Una società sicuramente più dura, più stentata, più sacrificata, quella di una volta, e non solo nelle campagne.

Allo stesso tempo, però, una società che sapeva rasserenarsi nell'animo con l'essenziale, apprezzando anche il più piccolo momento di «svago» della giornata: una chiacchierata davanti a un camino, un libro, una giornata appena «fuori porta» per chi poteva.


 

➤ La nostra società contemporanea, invece, - seppur ancora tra moltissime disparità - gode complessivamente di un benessere materiale forse senza precedenti: e questo di per sé non sarebbe un danno, anzi.


Il problema è che questo benessere materiale ci ha trascinato verso una specie di contagiosa «dipendenza dal superfluo» che ci trascina verso un'insoddisfazione e una frenesia sempre più diffuse. Tutto deve essere programmato e calendarizzato, persino i momenti di svago: abbiamo perso il piacere di godere dell'attimo, dell'improvvisazione dello svago stesso.


Sotto la logica esclusiva del PIL e della crescita economica permanente, misuriamo il nostro benessere solo in termini di beni materiali: così facendo abbiamo trascurato il benessere dell'animo e persino lo svago è diventato un «lavoro».


Normalmente «si lavora per vivere» - questa era la logica prevalente nelle vecchie società -; oggi «si vive per lavorare», nella continua rincorsa al superfluo della pura logica commerciale.

 



➤ Se con il benessere materiale di oggi riuscissimo a riappropriarci anche della serenità dell'essenziale, forse potremmo vivere davvero nella quasi migliore delle Società.

 

 


Mauro Rosati

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P.s.: tanto per fare un esempio; già da un paio di settimane ho cominciato a imbattermi in promozioni per gli acquisti di Natale. 

E con questo...non credo ci sia da aggiungere altro.




domenica 30 maggio 2021

La MADONNA DELLE GRAZIE in Pettino (L’Aquila)

La facciata (particolare).
(Foto: Mauro Rosati, 2018)

 
La Madonna di Pettino; l'icona dipinta.
(Foto: Mauro Rosati, 2018)

Veduta verso l'altare.
(Foto: Mauro Rosati, 2018)



Altare. Ai lati i Santi Pietro (a sinistra) e Paolo (a destra) Apostoli.
(Foto: Mauro Rosati, 2018)


La volta centrale.
(Foto: Mauro Rosati, 2018)


La chiesa della Madonna delle Grazie in Pettino, uno dei nostri gioiellini rurali appena fuori le mura della città! 😊

Insieme ad alcuni piccoli casali e case coloniche, che sarebbero da recuperare, ci racconta la storia agricola di Pettino; quando l'odierno quartiere era la campagna della vicina Coppito, tra mandorli, vigne, grano, fino alle porte di San Sisto.

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13 maggio 2018

Immagini da Pettino, già zona rurale appena ad ovest della città dell'Aquila, nell'area amiternina, e oggi quartiere residenziale nato dall'urbanizzazione successiva agli anni '70.

Nonostante l'espansione di fine Novecento, Pettino conserva tra le sue strade i segni del suo passato rurale, talora ruderi, talora edifici ben conservati (villini, casali e case coloniche), le antiche strade di campagna oggi integrate alla viabilità più recente, tracce toponomastiche; e gioiellini come l'antica chiesa parrocchiale di Madonna delle Grazie, edificio semplice ma elegante con il suo bel giardino antistante, in passato un'aia nei terreni un tempo di proprietà dei nobili Alfieri-Ossorio, baroni di Arischia.
Dentro la chiesa, risalente nella forma attuale alla ricostruzione settecentesca, si conserva l'affresco popolare della Madonna delle Grazie, la cui devozione risale almeno al XVI secolo.



Pettino, un quartiere da riqualificare e valorizzare partendo dalla sua storia:

recuperando le belle strutture rurali ancora esistenti e riscoprendo e tutelando la toponomastica storico-agricola dei luoghi.




Mauro Rosati



mercoledì 23 dicembre 2020

Festività Natalizie 2020-2021

 



Un'immagine che ritrae uno dei simboli della storia, delle tradizioni e della ricchezza delle nostre terre aquilane. Una delle ricchezze da promuovere e valorizzare anche per il presente.

Lo "Zafferano", fiore-simbolo che unisce la nostra Città al nostro Contado in una ricchezza comune: storico-economica e culturale.

Allo stesso tempo un'immagine nella quale leggere un messaggio di Serenità e di Speranza.

Questo vuole essere l’Augurio per queste Festività Natalizie, e non solo!


Mauro

domenica 3 dicembre 2017

Il Museo del Carro agricolo a Paganica (L'Aquila)














03 dicembre 2017
Bella mattinata con Archeoclub L'Aquila nel Museo del Carro agricolo di Paganica ( Carri D'epoca L'Aquila ), 7 km a est di L'Aquila!

Una ricca collezione di carri agricoli di vario tipo provenienti da Abruzzi, Reatino, Umbria, Toscana, Emilia recuperati e restaurati personalmente da Concezio Cacio che con passione e risorse proprie ha messo su l'intera esposizione!
Un museo che tramanda la tradizione del 'Facocchio' aquilano un tempo custodita dalla famiglia Fossi in via dei Giardini a L'Aquila, dove oggi sorge l'Hotel San Michele.

Il museo più grande d'Italia nel suo genere, un'eccellenza aquilana che merita molta più notorietà e visitatori!


Mauro Rosati