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| Fig. 1 - Porta con soluzione ad arco ligneo. |
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| Fig. 2 - Cantonale del fabbricato. |
A cura di MAURO ROSATI. Uno spazio dedicato soprattutto alla scoperta (o riscoperta) delle curiosità storiche e artistiche sulla città di L'AQUILA e dintorni! E poi le novità e gli appuntamenti offerti dalla nostra città! E - perchè no? - ogni tanto qualche riflessione sul quotidiano in generale!
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| Fig. 1 - Porta con soluzione ad arco ligneo. |
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| Fig. 2 - Cantonale del fabbricato. |
La nostra storia agraria, vocaboli e toponimi - Il PENNERONE
🟢 Il PENNERONE / Il PINNERONE / Ju PINNERO'
Nel post è citato un passo estratto da un documento d'archivio del 1807:
Un ringraziamento, per gli spunti, alla signora Antonella Pezzopane per la sua testimonianza diretta del 《pinnerone》 di Onna e al signor Fernando Rossi, studioso e amministratore del gruppo Facebook 《Paganica de 'na vote》, autore dell'interessante post.
Mauro
La nostra Storia - Toponimi e vocaboli agrari
🟢 le MASSALE, lo CANNO, SPAONA'
Partendo da un post pubblicato nel gruppo Facebook 《Paganica de na vote》 :
https://www.facebook.com/groups/509542385852575/permalink/2447546365385491/
📌 《Le MASSALE》: località con pozzo o fosso per la purgatura della canapa.
Toponimo attestato in alcune aree delle campagne intorno a L'Aquila, dove le caratteristiche dei terreni erano più favorevoli alla coltivazione della Canapa comune (Cannabis sativa) - 《lo CANNO》 - fibra vegetale molto utilizzata in passato e talora, più sporadicamente, ancor oggi, ad esempio nella impermeabilizzazione dei giunti delle tubature idrauliche, anche se generalmente sostituita da fibre artificiali.
📌 In particolare nella campagna ad est dell'Aquila è presente una 《Via delle Massale》- importante odonimo agrario - nella frazione di Onna e la località 《le Massale》 nella vicina frazione di Tempèra, entrambe situate in aree dove la maggior presenza d'acqua favoriva la coltivazione della Canapa comune.
📌 Come riferisce il signor Vincenzo Rossi, riguardo alla frazione aquilana di Tèmpera, 《le MASSALE》 è la località dove si metteva 《a cura' lo CANNO》 (a curare la canapa) dentro dei fossi appositi.
📌 Sempre il signor Vincenzo Rossi:
《[...] ricordo da ragazzo che i vecchi agricoltori, dopo aver seminato la canapa, prima di raccoglierla, dicevano che dovevano andare a "SPAONA' ". Significava di estirpare le piante infestanti, questo lavoro si faceva rigorosamente al mattino, altrimenti se scaldava il sole, un odore strano ti dava fastidio. Dopo anni mi sono reso conto di quel fastidio, era il fiore e che oggi é droga, mentre con lo stelo si faceva la rinomata canapa, che lavorata particolarmente, si usava in tanti modi.》
Ringrazio il signor Vincenzo Rossi per la testimonianza toponomastica e dialettale, e il signor Fernando Rossi, studioso e amministratore del gruppo 《Paganica de na vote》, per il post da cui ho tratto spunto per questo brevissimo excursus.
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📌 Nota. Nel dialetto aquilano, e sue varianti, è presente il genere neutro che al maschile è distinguibile dall'uso dell'articolo 《lo》 al posto di 《ju / lu》. Entrambi si traducono come 《il》 con la differenza che 《lo》 indica sostanze, oggetti, concetti astratti, espressi appunto nel genere neutro (lo cacio = il cacio, il formaggio; lo stupidu = il futile; lo canno = la canapa).
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📌 Sulla canapa, più in generale.
I vari passaggi della Canapa coltivata (Cannabis sativa):
da quella grezza a quella lavorata, fino a quella tinta:
- Canapa in erba;
- Canapa greggia, ossia macerata e battuta;
- Canapa graffiata o spinata;
graffiata o spinata in gargiolo;
- Canapa, e stoppa di canapa filata greggia;
imbiancata;
filata e tinta.
📖 ( Fonte《Tariffa generale per l'esazione dei dazj d'introduzione, uscita e transito nel territorio degli Stati Estensi》, 1816.
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📖 Il lemma 《Canapa》 nel Grande dizionario della lingua italiana UTET:
pag. 614
pag. 615
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📖 A. Buonopane,《La Canapa nel Veneto romano: testimonianze epigrafiche》:
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Mauro
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| Fonte immagine: https://www.facebook.com/293715641813/posts/10158592286891814/ |
Prendo spunto da un post e dall'immagine in alto - pubblicati sulla pagina Facebook 《La campagna appena ieri》- per una breve personale riflessione.
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Si scrive CULTURA, si legge AGRI-COLTURA
L’aratro
e la penna...la semina e lo studio...il raccolto e il pensiero...il campo e la
mente...il concime e lo studio!
Lo Studio: non solo lavoro di mente ma anche lavoro di mano.
La Campagna: non solo lavoro di mano ma anche lavoro di mente.
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Cultura e Agricoltura, due facce della stessa medaglia – metaforicamente parlando – poiché non c’è quasi nulla che più della Cultura – in tutte le sue forme – si avvicini all’Agri-coltura.
Il tratto in comune ce lo suggerisce
già l’etimologia stessa delle parole Cultura e Coltura: entrambe derivano dal
latino cultura, a sua volta derivato dal verbo colĕre, ossia
coltivare – appunto -.
E fin qui niente di nuovo, potremmo
dire.
Se dall’etimologia, però, passiamo
anche al confronto concreto, ci accorgiamo che questi due mondi non hanno in
comune solo il significato di «coltivare».
La Cultura è effettivamente un
procedimento paragonabile metaforicamente a quello agricolo, sotto molteplici
aspetti; qualcosa di vitale e vivace.
Quando impariamo a leggere e a
scrivere, e iniziamo poi a frequentare la Scuola, gli insegnanti – proprio come
un buon contadino - iniziano a dissodare un «terreno fertile» e lo preparano
alla semina, che si svolge gradualmente e pazientemente nel corso degli anni
scolastici.
All’esterno della Scuola, altri
stimoli «piovono» contemporaneamente sul terreno fertile della mente umana, e
ne favoriscono la crescita intellettuale.
Il «raccolto» è continuo, e sempre
potenzialmente promettente: i frutti di questo raccolto sono proprio le
capacità intellettive e di interrelazione culturale, non solo tramite la voce
ma anche con la parola scritta e con altri mezzi. Un raccolto che si svolge in maniera «multimediale»
(multi-media, ossia «con molti mezzi», letteralmente).
Queste «piante» metaforiche che seminiamo
e coltiviamo fin dalla tenera età, proprio come tutte le piante necessitano
però di attenzioni, di concimazioni regolari, di nuovi dissodamenti e anche di
ampliare l’«appezzamento di terra» del nostro pensiero.
Così come il lavoro del contadino non
si esaurisce con l’aratura e con la semina, allo stesso modo l’intelletto umano
deve continuare la sua coltivazione, anche quando finisce il ciclo della Scuola
– ossia della prima parte di questo lungo e continuo lavoro -. Solo così il
«terreno» può mantenersi regolarmente fertile e produttivo.
Il «lavoro agricolo» del Pensiero prosegue
sempre, anche in età adulta e matura, e deve alimentarsi di costanti «piogge» e
«concimazioni» benefiche: in metafora, bisogna sempre continuare a coltivare e a
irrobustire le proprie conoscenze con il «concime» della curiosità, della
lettura, dello studio, dell’ascolto e di tanti altri stimoli intellettivi,
compresi quelli che ci derivano dall’osservazione diretta della Natura, nella
sua quotidianità.
Insomma, dopo la prima «semina»,
diventiamo «contadini di noi stessi» e dobbiamo impegnarci costantemente se
vogliamo raccogliere buoni frutti, senza sosta, mantenendo sempre morbido e
fertile quel terreno che è stato dissodato nella prima infanzia e poi arato e
seminato negli anni scolastici.
E, come un buon contadino impara
sempre qualcosa dai suoi «colleghi», così anche la nostra Cultura si accresce
nel confronto reciproco – diretto o indiretto che sia -: ad esempio, chi sa
leggere e scrivere può insegnarlo anche a chi non lo sa fare, ma - allo stesso
tempo - anche chi non sa né leggere né scrivere può essere a sua volta maestro
di conoscenze che si apprendono sul campo («campo» è un’altra parola che lega
il mondo intellettuale al mondo agricolo). In questo modo l’uno arricchirà il
proprio bagaglio di esperienza pratica, l’altro imparerà a leggere e a
scrivere.
E il «campo» coltivato si estenderà
costantemente con nuove specie da coltivare (ossia, nuovi interessi).
Mauro
P.s.. Chiudendo il cerchio della
riflessione: l’Agricoltura stessa è a sua volta Cultura. È cultura materiale,
appresa sul grande libro della terra, osservando e sperimentando.
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| Uno scorcio dell'agro amiternino, pochi chilometri a ovest della città dell'Aquila (Foto: Mauro Rosati, 2016) |
Anche una visita di gruppo a un'area archeologica, può suscitare suggestioni letterarie e poetiche, offerte dal paesaggio circostante. Non fa eccezione la bellezza del contesto nel quale è immersa l'area archeologica di Amiternum, antico insediamento sabino e poi romano e medievale, insieme al vicino borgo di San Vittorino Amiterno, nel Contado occidentale dell'Aquila.
Ci suggerisce queste suggestioni, ad esempio, Gabriele D'Annunzio, che in prosa e in versi riesce a nobilitare l'arte della semina.
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《Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata.
Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia.
Un sàccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva.
Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito.
Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.》
(dal romanzo 《L'innocente》 di G. D'Annunzio, 1892)
Con queste parole, Gabriele D'Annunzio, nobilita e celebra il seminatore, elevandolo a una figura quasi sacra ed epica.
Nota 1. Nel testo troviamo anche un termine tecnico agrario: le 《pòrche》, plurale di 《pòrca》.
Semplificando, la pòrca (o pròsa) è quella striscia di terra rialzata che si alterna al solco e serve per favorire lo scolo e il drenaggio delle acque. Le pòrche alternate ai solchi danno quell'effetto caratteristico ondulato che vediamo in molti campi arati.
Nota 2. Il berretto 《di foggia frigia》, semplificando, è un copricapo caratteristico formato da un pennacchio in alto che ricade in avanti. L'aggettivo 《frigio》 deriva dai Frigi, un'antica popolazione che, tra il II e il I millennio a.C. si era stanziata e aveva fondato un regno pressappoco al centro dell'Anatolia, nell'odierna Turchia.
Il berretto frigio fu adottato dai Persiani quando conquistarono il Regno di Frigia.
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E sempre per rimanere in tema agricolo e dannunziano, ecco di seguito anche 《I seminatori》, un noto sonetto - appunto - di Gabriele D'Annunzio.
Nota 3. Il sonetto è un breve componimento in versi formato da due quartine (strofe di quattro versi) e due terzine (strofe di tre versi).
《Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.
Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazioni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.
Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la Terra. Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale
tempio dei monti innalzasi: una piana
canzon levano gli uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.》.
In pochi versi, l'evocazione dell'atmosfera autunnale, quando già si vanno preparando i nuovi frutti del lavoro agricolo, con l'auspicio e la preghiera di un buon raccolto.
Mauro
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| Albero di noce |
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| Albicocco |
IERI E OGGI - Cosa è migliorato. Cosa si potrebbe migliorare.
Parto da un post con immagine - all'indirizzo che segue - pubblicato sulla pagina Facebook «LA CAMPAGNA APPENA IERI», per una breve riflessione personale sulle differenze nella Società e negli stili di vita tra Ieri e Oggi:
https://www.facebook.com/293715641813/photos/a.389755411813/10158560882376814
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➤ Una società sicuramente più dura, più stentata, più sacrificata, quella di una volta, e non solo nelle campagne.
Allo stesso tempo, però, una società
che sapeva rasserenarsi nell'animo con l'essenziale, apprezzando anche il più
piccolo momento di «svago» della giornata: una chiacchierata davanti a un
camino, un libro, una giornata appena «fuori porta» per chi poteva.
➤ La nostra società contemporanea, invece, -
seppur ancora tra moltissime disparità - gode complessivamente di un benessere
materiale forse senza precedenti: e questo di per sé non sarebbe un danno,
anzi.
Il problema è che questo benessere
materiale ci ha trascinato verso una specie di contagiosa «dipendenza dal
superfluo» che ci trascina verso un'insoddisfazione e una frenesia sempre più
diffuse. Tutto deve essere programmato e calendarizzato, persino i momenti di
svago: abbiamo perso il piacere di godere dell'attimo, dell'improvvisazione
dello svago stesso.
Sotto la logica esclusiva del PIL e
della crescita economica permanente, misuriamo il nostro benessere solo in
termini di beni materiali: così facendo abbiamo trascurato il benessere
dell'animo e persino lo svago è diventato un «lavoro».
Normalmente «si lavora per vivere» -
questa era la logica prevalente nelle vecchie società -; oggi «si vive per
lavorare», nella continua rincorsa al superfluo della pura logica commerciale.
➤ Se con il benessere materiale di oggi riuscissimo
a riappropriarci anche della serenità dell'essenziale, forse potremmo vivere
davvero nella quasi migliore delle Società.
Mauro Rosati
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P.s.: tanto per fare un esempio; già da un paio di settimane ho cominciato a imbattermi in promozioni per gli acquisti di Natale.
E con questo...non credo ci sia da aggiungere altro.
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| La facciata (particolare). (Foto: Mauro Rosati, 2018) |
| La Madonna di Pettino; l'icona dipinta. (Foto: Mauro Rosati, 2018) |
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| Veduta verso l'altare. (Foto: Mauro Rosati, 2018) |
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| Altare. Ai lati i Santi Pietro (a sinistra) e Paolo (a destra) Apostoli. (Foto: Mauro Rosati, 2018) |
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| La volta centrale. (Foto: Mauro Rosati, 2018) |
La chiesa della Madonna delle Grazie in Pettino, uno dei nostri gioiellini rurali appena fuori le mura della città! 😊
Insieme ad alcuni piccoli
casali e case coloniche, che sarebbero da recuperare, ci racconta la storia
agricola di Pettino; quando l'odierno quartiere era la campagna della vicina
Coppito, tra mandorli, vigne, grano, fino alle porte di San Sisto.
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13
maggio 2018
Immagini da Pettino, già zona rurale
appena ad ovest della città dell'Aquila, nell'area amiternina, e oggi quartiere
residenziale nato dall'urbanizzazione successiva agli anni '70.
Nonostante l'espansione di fine
Novecento, Pettino conserva tra le sue strade i segni del suo passato rurale,
talora ruderi, talora edifici ben conservati (villini, casali e case
coloniche), le antiche strade di campagna oggi integrate alla viabilità più
recente, tracce toponomastiche; e gioiellini come l'antica chiesa
parrocchiale di Madonna delle Grazie, edificio semplice ma elegante con il suo
bel giardino antistante, in passato un'aia nei terreni un tempo di proprietà
dei nobili Alfieri-Ossorio, baroni di Arischia.
Dentro la chiesa, risalente nella forma attuale alla ricostruzione
settecentesca, si conserva l'affresco popolare della Madonna delle Grazie, la
cui devozione risale almeno al XVI secolo.
Pettino, un quartiere da riqualificare e valorizzare partendo dalla sua storia:
recuperando le belle strutture rurali ancora esistenti e riscoprendo e tutelando la toponomastica storico-agricola dei luoghi.
Mauro Rosati