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mercoledì 25 maggio 2022

CASTELVECCHIO CALVISIO, PICCOLÒMINI E NON SOLO

 
Castelvecchio Calvisio: arme Piccolòmini.
(Foto: Francesca Sacco, 2022)



CASTELVECCHIO CALVISIO, PICCOLÒMINI E NON SOLO


Sfogliando le immagini di una nuova uscita di Archeoclub L'Aquila ecco che spuntano fuori nuovi interessanti spunti di approfondimento.

Una mattinata di apprendimento, con i partecipanti ospitati e guidati dalla prof.ssa Luigina Antonacci, sindaco di Castelvecchio Calvisio, e dall'arch. Corrrado Marsili, con la collaborazione del Comune di Castelvecchio Calvisio.

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Siamo a Castelvecchio Calvisio, borgo fortificato a est-sud-est di L'Aquila, nella Baronìa di Carapelle, ai confini orientali del Contado aquilano ma sempre nel Circondario dell'Aquila.

Il borgo si caratterizza per la sua conformazione urbanistica a pianta ortogonale con vie strette e dritte che si intersecano perpendicolarmente fra loro se le osserviamo dall'alto. L'intero nucleo fortificato si caratterizza per una forma complessiva che ricorda uno scudo ovale, una sorta di carapace di una tartaruga.

Intorno al centro fortificato, costituito da stupendi vicoli caratterizzati da un susseguirsi di archi e 《cavalcavia》 tra un caseggiato e l'altro, osserviamo il perimetro delle antiche mura, inglobate dalle abitazioni dei secoli più recenti (le case-mura), quando le mura persero gradualmente la loro funzione difensiva (fenomeno ricorrente in molti nuclei storici fortificati, in Italia e non solo).

Osservando queste mura, però, distinguiamo bene i profili dei bastioni, la loro struttura, poiché le case-mura tendevano a utilizzare la muratura difensiva già esistente e che spesso rimane ben individuabile.

(Sulla sapienza ìnsita nei centri antichi di borghi e città, vedi:

https://pianetalaquila.blogspot.com/2019/03/la-sapienza-dei-borghi-citta-e-paesi.html?m=1 )

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Lungo il circuito difensivo svetta la meravigliosa torre, porta civica bastionata, con l'orologio pubblico sopra la porta che accede all'abitato antico; orologio della tipologia a 《ore francesi》 con il quadrante 《a 12 ore》.

(Vedi: https://pianetalaquila.blogspot.com/2022/05/gli-orologicontadinie-il-quadrante-6-ore.html?m=1 )

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Tra le vie del borgo, infilate prospettiche di archi tra una casa e l'altra, materiali antichi reimpiegati nelle case medievali e post-medievali, a testimoniare l'antichità degli insediamenti abitativi a Castelvecchio e dintorni, come ci suggerisce anche il toponimo: 

《Castel-vecchio》 appunto, indicante la vetustà del luogo come sito fortificato.

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E poi che dire della chiesa parrocchiale di San Giovanni il Battista con la sua facciata-campanile, il portale rinascimentale, la vela campanaria a quattro fòrnici (aperture) che svetta sulla cima della facciata, ricordandoci un po' la tipologia di Madonna d'Appari a Paganica (L'Aquila) e simili. Entrando ci accoglie l'ampio e monumentale interno a due navate dalle volte a crociera, le bugne a diamante dipinte sotto gli archi con effetto ottico tridimensionale (trompe-l'œil); molteplici gli altari lungo la navata dalle grandi e varie spazialità prospettiche, fino all'altar maggiore ligneo, vera e propria struttura architettonica barocca che ricorda l'impostazione di un 《retablo》.

Una costruzione architettonica a due ordini, questo altare, dominato nell'asse centrale dalla Madonna con il Bambino e, nella nicchia superiore dal Cristo risorto che con un gesto sembra protendersi verso fedeli e visitatori nella navata. Tra le due nicchie sui due livelli, domina come perno centrale, sacro e figurativo, la rappresentazione del calice con l'Eucarestia, metafora del sacrificio di Cristo che si ripete ad ogni celebrazione: morte e rinascita di Cristo, morte e rinascita dell'Umanità dal peccato.


Le altre nicchie di questa grande costruzione ci richiamano alle figure dei Santi che certamente devono essere legate storicamente alla Comunità di Castelvecchio Calvisio:

e così in basso a sinistra vediamo San Giovanni il Battista, titolare della chiesa parrocchiale, vestito con una semplice pelle di cammello, secondo diffusa tradizione iconografica;

sul lato opposto, sempre in basso, vediamo San Lorenzo martire, anch'egli vestito secondo l'iconografia più tradizionale;

in alto a destra, accanto al Cristo risorto, ci osserva San Martino di Tours, vestito con gli attributi vescovili, in quanto vescovo di Tours, appunto;

infine, in alto a sinistra, San Cipriano vescovo e martire; esistono diverse figure di San Cipriano nelle agiografie (biografie di Santi) ma quello di Castelvecchio Calvisio farebbe pensare a San Cipriano di Antiochia, vescovo e martire, poiché nella chiesa omonima fuori dal paese lo vediamo affrescato nell'abside di fronte a una giovane Santa: e ciò farebbe pensare a Cipriano d'Antiochia, mago pagano poi convertitosi al Cristianesimo, divenuto vescovo e martirizzato insieme alla giovane Giustina, vergine, all'inizio del IV secolo (da non confondere, sembra, con Santa Giustina di Padova).

Torniamo all'altare della parrocchiale.

In corrispondenza di ogni Santo, una scena narra il suo martirio o una scena simbolo della sua vita: e così vediamo San Cipriano d'Antiochia che, con Santa Giustina vergine, viene martirizzato per decapitazione, allo stesso modo di San Giovanni il Battista; sul lato destro, invece, San Martino a cavallo è raffigurato nel celebre episodio della divisione del mantello con il viandante, mentre in basso è ritratto San Lorenzo martirizzato sulla graticola.

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Parlando di San Cipriano, facciamo un salto fuori dal borgo e, tra splendide vedute paesaggistiche, raggiungiamo l'antica chiesa alto-medievale ad egli intitolata e sorta sui resti di un tempio romano dedicato a Venere.

La chiesa campestre di San Cipriano ci accoglie con una particolare facciata-campanile dalla torre campanaria che si staglia in alto leggera con un secondo arco esattamente sovrastante al portale d'ingresso. Rimaneggiata e integrata nel corso della sua storia, come tutte le chiese alto-medievali sorte su siti pagani, San Cipriano ci mostra la sua varietà architettonica fatta di materiali antichi reimpiegati nella muratura portante della chiesa, dall'aspetto sobrio e rustico.

Ci attirano alcuni dipinti ad affresco, di secoli tardo-medievali se non protorinascimentali: ed ecco un arco laterale con pilastri dipinti da motivi fito-floreali (foglie e fiori), per poi alzare lo sguardo e vedere un angelo annunciante in alto a sinistra sull'arco (l'arcangelo Gabriele) e la Vergine Maria, sul lato opposto. Una scena di Annunciazione, quindi, che vede una piccola figura e una scritta su un pilastro, probabilmente riferimento a un devoto committente del dipinto.

Raggiungiamo la nicchia del catino dell'abside, superato il ciborio, e ci troviamo davanti alle due figure affrescate di cui parlavamo più sopra: il Santo vescovo (probabilmente il San Cipriano d'Antiochia, vescovo e martire), e la giovane Santa con un libro aperto nella mano (probabilmente la Santa Giustina vergine e martire). Sulle agiografie di questi due Santi non ci sono certezze assolute, tuttavia questa coppia affescata che vediamo nella chiesa di San Cipriano e il martirio di San Cipriano raffigurato nella chiesa parrocchiale, ci farebbero ipotizzare - con il beneficio del 《forse》- che si tratti dei Santi martiri Cipriano e Giustina di Antiochia.

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Tanto altro ci sarebbe da dire e da osservare ma questo post vuole essere soltanto un invito a visitare e ad osservare le tante notizie che questo borgo del Circondario aquilano ci sa narrare.


E torniamo proprio nel borgo, dove il Palazzo del Capitano ci narra della presenza della signoria Piccolòmini, noto casato storico presente con i suoi tanti rami ereditari in molte aree d'Italia.

Anche qui a Castelvecchio troviamo la loro arme (immagine in alto), o blasone (stemma), reso famoso anche dal papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolòmini.

Ecco la blasonatura dei Piccolòmini così come descritta da Giovan Battista di Crollalanza (Dizionario storico-blasonico) negli anni '80 dell'Ottocento:

《D'argento, alla croce piena d'azzurro, caricata di cinque crescenti montanti d'oro [...]》

Ho lasciato i puntini di sospensione poiché, in alcune varianti, l'arme presenta anche l'aquila imperiale in capo alla croce. 

Ovviamente dipende dai singoli rami del casato.

In questi caso (immagine in alto), al piede della croce, una 《 F 》 incisa.

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Desidero concludere con una breve nota estetica.

Tra le molte foto realizzate dai partecipanti alla visita, ve n'è una che ritrae una graziosa piazzetta (immagine in basso): una fontana circolare al centro, con vasca in pietra, un anello selciato in porfido, delle panchine semplici e un bell'anello a prato ed alberi che conclude lo spazio circolare di questa piazzetta.

《La bellezza della semplicità》, così ho spontaneamente definito quest'immagine: la bellezza non richiede grandi interventi quanto piuttosto pochi semplici ritocchi e aggiustamenti, nei paesi come nelle città.

E il 《verde》(prati, siepi, alberi), elemento fondamentale, è immancabile, ancor più nell'urbanistica odierna.


Mauro


Castelvecchio Calvisio, piazzetta.
(Foto: Paola Cinque, 2022)


venerdì 14 maggio 2021

UN CASTELLO PER OGNI CHIESA? - PENSIAMOCI SU!

L'Aquila, chiesa di San Silvestro: arme civica ("stemma") del Castello di Collebrincioni. 
(Foto: Mauro Rosati)

 

Un «Castello» per ogni Chiesa? – Pensiamoci su!

Articolo-proposta pubblicato sulla stampa locale aquilana nel mese di maggio 2021


https://news-town.it/cultura-e-societa/35464-l%E2%80%99aquila,-nuova-pavimentazione-del-centro-storico-la-proposta-dell%E2%80%99archeoclub.html 


https://www.laquilablog.it/pavimentazione-centro-lo-spunto-di-rosati-archeoclub-un-castello-per-ogni-chiesa/


https://www.ilcapoluogo.it/2021/05/13/laquila-un-castello-per-ogni-chiesa-la-proposta-dellarcheoclub-per-la-nuova-pavimentazione/

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Già da diversi anni, nella nostra Città-Territorio si avverte con piacere un graduale e rinnovato interesse verso una maggiore riscoperta della storia locale e, quasi di riflesso spontaneo, anche un rinnovato interesse verso i Quarti e verso i legami reciproci che legano la nostra Città (dentro le Mura) al nostro Territorio (i borghi fuori le Mura).

Quasi inevitabilmente, e fortunatamente, questo nuovo interesse sta «rispolverando» anche una nuova attenzione per i simboli: in particolare per i simboli dell’Araldica Civica (Quarti e Castelli, appunto).

A partire dai Quarti, sui quali ormai è aperto un interessante dibattito da anni, ma anche sugli stemmi (le «arme») dei singoli Castelli e Ville fondatori della nostra Città.

Sempre in questi anni passati, così come altri miei concittadini, ho avuto l’opportunità di poter esprimere delle idee attraverso la stampa e, più di recente, anche attraverso strumenti di partecipazione sempre più attivi - penso per esempio alla recente esperienza di Urban Center L’Aquila -.

E così, come già negli anni scorsi, anche oggi mi fa piacere condividere ulteriori e nuove idee con i miei concittadini (di dentro e di fuori le Mura).


 

Si fa sempre più stringente l’argomento della ripavimentazione delle vie e delle piazze della nostra Città: come tanti miei concittadini avrei molte idee sulla materia (di base si intende), alcune già espresse pubblicamente negli scorsi anni e nei recenti percorsi di partecipazione di Urban Center L’Aquila, altre confrontandomi “a distanza” con studenti tesisti che mi chiedevano opinioni in merito.


 

In questo caso ne vorrei esprimere una in particolare, una recentissima riflessione.


 

Come sappiamo da molte fonti storiche e da molte evidenze materiali, tante chiese (ed ex chiese) della nostra Città sono state fondate dai Castellani del Contado che qui si trasferirono, «riproducendo» la loro parrocchia dentro le Mura. Altre chiese, invece, vennero fondate da Ordini religiosi, maschili e femminili: San Basilio, Sant’Agostino, la scomparsa San Francesco a Palazzo (di cui rimane una porzione), San Bernardino, San Filippo, e così via.

Le chiese parrocchiali (alcune anche Collegiate) fondate dai Castellani hanno conservato a lungo uno stretto rapporto con le loro «corrispondenti» fuori le Mura: poi, con il passar dei secoli, alcune hanno «cambiato gestione» passando a Confraternite/Congregazioni o a Ordini religiosi, altre sono purtroppo scomparse per cause diverse.

Questo però non cancella il loro antico legame con i Castelli di origine e, alcune, mostrano ancora questo legame sulle loro facciate o al loro interno: pensiamo alla chiesa di San Vito alla Rivera che, in alto sulla facciata, raffigura lo stemma che richiama Tornimparte; Santa Maria di Rojo che riporta in facciata le «due spighe» roiane; San Silvestro, al cui interno troviamo i tre monti con tre spighe che simboleggiano Collebrincioni; Santa Giusta, a ridosso della quale è raffigurato lo stemma di Bazzano. E non sappiamo se altre ancora - come probabile - riportassero in facciata gli stemmi dei loro rispettivi Castelli fondatori, e scomparsi forse con i rifacimenti delle facciate (parziali o totali) nel corso dei secoli.


Perché uno stemma civico sulla facciata di una chiesa? Perché, come ci spiegano molti grandi nomi di studiosi storici aquilani citando le fonti, le chiese dei Castelli dentro le Mura avevano due funzioni: una funzione religiosa, ovviamente, e anche una funzione civile; in queste chiese si rogavano molti atti di Notai, in queste chiese si tenevano assemblee pubbliche degli abitanti dei Castelli di origine che vivevano in Città (una specie di piccoli «parlamenti»).



E così, per concludere e venire al dunque, mi chiedevo in questi giorni: perché, nella nuova pavimentazione della nostra Città, non riprodurre gli stemmi dei Castelli davanti alle loro chiese corrispondenti, comprese quelle che nel tempo hanno cambiato destinazione d’uso?

Ovviamente, nulla di «mastodontico»: è la presenza del simbolo che è importante, non la dimensione. E ovviamente «sotto stretta sorveglianza» di professionisti esperti in Araldica.

Conosciamo tutti l’importanza dei simboli nel rafforzare legami e senso di appartenenza, a prescindere dalle origini di ciascuno di noi: nel nostro caso, quel senso di appartenenza di chiunque si identifichi con la nostra Città-Territorio, di chiunque si senta aquilano, chi per origini chi per «adozione» - indifferentemente -.


 

E allora: sarebbe così «brutto» uno stemma di Tornimparte davanti a San Vito? Sarebbe così «brutto» il Moro di Paganica nella piazza Capoquarto di Santa Maria? E l’albero (?pioppo) di Coppito davanti a San Pietro? Assergi davanti al Carmine (in origine parrocchiale di Assergi) insieme al simbolo carmelitano? Picenze davanti alla Trinità di Picenze (in origine Santa Maria di Picenze, non lontano da Porta Bazzano)? Collebrincioni davanti a San Silvestro?


E così via discorrendo!



Perché non farci un «pensierino»? Pensiamoci su, esprimiamo ciascuno le nostre opinioni, le nostre idee, avviamo un percorso partecipato: dai social, alla stampa, agli «strumenti» istituzionali; sono tanti i canali attraverso i quali noi Cittadini possiamo esprimere le nostre idee.

 

 

Mauro Rosati



mercoledì 14 aprile 2021

DA SULMONA A TERNI…IN CARROZZA! E VICEVERSA!

(Fonte immagine: gruppo Facebook «Antrodoco e dintorni»; post di Piero Stocchi)


La prima pagina di questo scritto (inizi Novecento), pubblicato sul gruppo Facebook “Antrodoco e dintorni”, mi ha ispirato una breve e spontanea riflessione – di getto -, buttando lì i pensieri dell’istante.


Per questo il post è breve ma serrato, tante punteggiature intermedie ma quasi nessuna pausa. Ho riportato per iscritto il "treno di sensazioni" che mi ha attraversato la mente pensando alla stupenda ferrovia Sulmona-L’Aquila-Rieti-Terni.


Quindi mi scuso fin d’ora se la lettura dovesse apparire faticosa! 😊

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Veramente una linea ferroviaria bellissima la Sulmona-L'Aquila-Rieti-Terni!


 

Lo posso confermare da utente, almeno per quanto riguarda il tratto che conosco meglio, quello tra L'Aquila e la piana di Rieti.


 

Una ferrovia "ardita" in certi valichi, dove il treno elettrodiesel sembra quasi fermarsi, e allo stesso tempo una grande risorsa turistica se la si riuscisse a valorizzare in tal senso, come già accade in molte zone d'Italia - da nord a sud -.


 

Pensate soltanto ad alcune località che tocca:

visitate Sulmona e poi salite a bordo, attraversando le bellezze paesaggistiche e ambientali della Valle dell'Aterno, toccando le stazioni minori di stupendi borghi; salendo in altimetria arrivate a L'Aquila dove, a due passi dalla stazione ci sono le mura medievali (e anche più antiche) ad accogliervi e a condurvi fino alla celebre Fontana delle "99 cannelle" (Fontana della Rivera) e, a piedi o a motore, potete raggiungere il cuore storico della nostra città; da L'Aquila poi si prosegue verso ovest-nord-ovest toccando altre stazioni che possono condurre verso tanti possibili itinerari culturali e/o naturalistici; quindi, arriva un altro paesaggio bellissimo quando si sale verso il valico "di Rocca di Corno" (insieme alla molto più recente Sella di Corno) e si scende nelle Gole di Antrodoco, attorniati da montagne boscose verdeggianti; poi ecco nuove piccole stazioni e nuovi borghi, Antrodoco, Borgovelino, Castel Sant'Angelo e terme di Cotilia, Cittaducale - tutti meritevoli di menzione -; poi arrivate a Rieti, antica città che vi accoglie con un tratto delle sue mura medievali e vi abbraccia nel suo delizioso centro storico su una collina a ridosso del fiume Velino; e, ancora, di nuovo in viaggio toccando altri borghi notevoli lungo la Valle Santa, Contigliano, Greccio; giungiamo quindi alla celeberrima Cascata delle Marmore, opera di ingegneria idraulica romana dove il Velino si tuffa nel Nera, la cascata "intermittente" che si apre e si chiude artificialmente, una cascata più piccola come portata ma molto più alta di quelle del Niagara; siamo entrati in Umbria e arriviamo infine a Terni, più nota ai molti come città industriale e che invece riserva anche bei viali alberati e un centro storico di tutto rispetto.


 

Ovviamente possiamo percorrere il tragitto anche al contrario!


 

Tutto questo in soli 164 km circa di ferrovia!


164 km che uniscono tre Regioni (Abruzzi, Lazio, Umbria), tre Province (L'Aquila, Rieti, Terni), tre valli fluviali (Aterno, Velino, Nera), decine di Comuni dagli splendidi borghi, quattro deliziose Città ognuna caratterizzata da una sua bellezza caratteristica e peculiare; colline, monti e pianure.

 

 

Mauro Rosati

 


mercoledì 13 marzo 2019

LA «SAPIENZA» DEI BORGHI (CITTÀ E PAESI)

LA SAPIENZA DEI BORGHI (CITTÀ E PAESI)
(3° aggiornamento; articolo pubblicato sulla stampa locale aquilana nel mese di marzo 2019)


Il disegno sapiente delle vie, dettato da esperienza, senso pratico e anche valori simbolici e gerarchici.
La chiesa-madre (o la Cattedrale in città) in posizione dominante, per altitudine o per centralità. 
Due gruppi di case (o due gruppi di palazzi) che inquadrano «a cannocchiale» una veduta particolare: per esempio una chiesa, una torre, una piazza, un palazzo monumentale.
Le strade che assecondano la forma del terreno: un monte, un colle, una costa, un piano rialzato al riparo da un fiume. Strade ad anelli concentrici, ad ellissi, oppure strade perpendicolari e perfettamente «incrociate» fra loro; mai per caso però. Strade apparentemente «storte»; volutamente «storte», invece, per assecondare una certa direzione dei venti o del sole; il riparo «da tramontana» e così via. 
I tetti «a spiovente», e non a terrazzo, per resistere meglio a pioggia e neve, mai per caso però.
Più in generale: un mosaico organizzato di piazze, piazzette, case, orti (orti urbani in città), aie e fontanili (o fontane). Un equilibrio di pieni e di vuoti, studiato e non casuale.

Questo sono i borghi storici, innanzitutto! E questo sono i centri storici in generale, nei paesi e nelle città!

Per questo è importantissimo recuperare e preservare i disegni e le volumetrie originali quando si riparano o si ricostruiscono i borghi; per questo è importantissimo rispettare i materiali e i colori locali, i colori naturali di un territorio. Per questo è importantissimo rispettare la forma e le dimensioni delle vie storiche (vicoli, archi, e simili); rispettare la «maglia urbana», che non è nata per caso ma per precise esigenze di adattamento, frutto di un ragionamento più o meno consapevole.

Le strutture dei borghi (città comprese) testimoniano la sapienza tecnica e pratica dei nostri antenati (contadini, allevatori, pescatori, o altro che fossero); scelte mai casuali ma sempre dettate da una profonda conoscenza del territorio e del contesto ambientale. Una capacità di analisi acquisita grazie a quel sapere pratico che si imparava «sul campo», nel rapporto quotidiano con l'ambiente circostante.
Una sapienza e una capacità di dialogo con il territorio che la nostra società ha perso, soprattutto nel Secondo Dopoguerra, a seguito di una certa omologazione edilizia. Un'omologazione edilizia che è nata dall'introduzione di nuovi materiali da costruzione (ad esempio il cemento armato) e a seguito dei cambiamenti socio-economici del nostro Paese durante l'«esplosione» industriale e demografica del XX secolo.
La nostra società, che da agricola è diventata prevalentemente industriale e terziaria, ha perso quel rapporto diretto e quotidiano con l'ambiente naturale in cui vive e quindi ha dimenticato anche quella memoria di conoscenze pratiche che portavano a costruire in certi modi e in certi posti ma sempre in maniera «ragionata».

Oggi pertanto abbiamo il dovere di salvare e/o ricostruire i nostri borghi, unendo le nostre conoscenze tecnologiche alla sapienza dei nostri nonni, rinnovando la sostanza ma rispettando la tradizione locale. Non deve guidarci la presunzione di cancellare il passato perché ci riteniamo migliori di chi ci ha preceduto; ci devono invece guidare l'umiltà e l'intelligenza di saper recuperare le conoscenze pratiche del nostro passato, migliorandole grazie alle nostre nuove conoscenze. Insomma il meglio di ieri con il meglio di oggi!
Essere «moderni» non significa rinnegare il passato ma vuol dire farne tesoro migliorandolo lì dove è necessario; se serve, fare «piccoli innesti e piccole potature» lì dove è necessario, ma evitando i «disboscamenti».

Il concetto di «centro storico» (borghi e città) è diventato forte proprio nell'ultimo secolo, quando la «globalizzazione» dei modi di costruire ha interrotto secoli di tradizioni locali, diverse da un paese all'altro, da una città all'altra. Ecco perché, a differenza del passato, il «centro storico» (di una città o di un paese) è diventato qualcosa da proteggere e recuperare gelosamente: proprio perché rappresenta un modo di costruire (materiali, tecniche, colori) e un modo di pensare che oggi non sono più in uso. Per questo non possiamo fare paragoni con il passato: il concetto di «centro storico», molto «recente», ha creato una zona alla quale bisogna avvicinarsi «chirurgicamente», con il massimo rispetto e con la massima attenzione; una zona da considerare non solo per i singoli edifici vincolati, ma come un insieme completo di case e di strade, di edifici «minori» e di edifici monumentali, che soltanto se conservati insieme ci danno un'immagine completa di una città o di un paese. Anche, e soprattutto, se quel centro storico è da riparare o da ricostruire; città o borgo che sia.

E allora: salviamo gli orti urbani e riqualifichiamoli; salviamo le aie dei nostri borghi in modo che anche i bambini di oggi e di domani vi possano tornare a giocare, come facevano i loro nonni e i loro bisnonni (nelle aie si faceva anche questo, oltre ovviamente alle attività agricole). E lì dove gli orti non sono più coltivati, salviamo quegli spazi «vuoti» e ridiamogli nuova vita come piccoli giardini, ma sempre lasciandoli liberi.

Insomma, riallacciamo quei fili tra la nostra società e quella dei nostri nonni e bisnonni! Soltanto così potremo definirci veramente «moderni»!

Mauro Rosati
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Di seguito propongo una galleria di immagini che evidenziano la persistenza dei nuclei più antichi tra le case e le vie dei borghi! La galleria verrà aggiornata costantemente sempre sotto questo articolo!
Restate sintonizzati! :-)

Esempio n. 1: Coppito (L'Aquila); dall'immagine aerea è facilmente riconoscibile il disegno del nucleo più antico, la «rocca» (o castello) del borgo. Le case intorno seguono la linea di una probabile cinta muraria più antica; la via principale circoscrive ad anello tutto il poggio e si allaccia alle vie «ritte» del nucleo centrale. La parte più alta finisce su uno sperone di roccia, difficilmente espugnabile, che affaccia verso il fiume Aterno, dal lato della piccola chiesa di Madonna della Neve.
A sinistra, fuori dall'immagine, si estende l'espansione orto-novecentesca, più in piano ma sempre secondo un criterio di «difesa» rispetto agli straripamenti del fiume, lontano dalle terre coltivabili e in continuità con la «rocca»!


Esempio n. 2: Pagliare di Sassa (L'Aquila); il toponimo «pagliare» è ricorrente in molti centri abitati di origine rurale ed è testimone linguistico del passato agricolo della nostra società. In questo caso ci  troviamo di fronte a un borgo non difensivo ma adeguato (funzionale) a un'economia fortemente rurale; anche in questo caso però vediamo che il centro abitato è ben distinguibile e si "aggrappa" al colle salendo con "dolcezza" e costanza verso la parte più alta. L'andamento sinuoso dei gruppi di case e delle strade, asseconda in maniera sapiente il dislivello altimetrico. Il borgo si posiziona in modo da lasciare liberi i terreni coltivabili e in modo da essere saggiamente al riparo dai corsi d'acqua che corrono più a valle.


Esempio n. 3: Preturo (L'Aquila). Nell'immagine è ben visibile l'abitato più antico, la parte più arroccata, oggi identificata come «parte alta» del paese.
Anche in questo caso gli aggregati di case sono ben distinguibili secondo una logica legata alla conformazione del terreno, alle pendici del monte; l'abitato è attraversato da due vie principali che si incrociano in una piazza formando approssimativamente una «croce di Sant'Andrea». Uno dei due rami porta da un lato (verso l'alto) alla chiesa della Madonnella di Preturo mentre dal lato opposto si giunge alla chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo, situata più a valle rispetto alla "rocca" del borgo.
Preturo è riparato "a Tramontana" dal versante del monte ed è abbastanza in alto rispetto alla piana agricola sottostante.


Esempio n. 4: Colle di Preturo (L'Aquila). L'abitato del borgo è ben distinguibile, caratterizzato da aggregati compatti ben raccolti, disposti in costa fino allo "svettamento" sul colle, da cui il nome del borgo, "seduto" tra due crinali della montagna che lo pongono in posizione riparata nonostante sia esposto a nord-nord-est. Il paese è attraversato da una strada principale (strada maestra) che attraversa il borgo assecondando l'andamento del pendio. 
Il borgo è sufficientemente in quota rispetto alla piana sottostante, sia per antichi motivi difensivi sia per la tutela dei terreni agricoli in piano, risorsa fondamentale in ogni epoca e soprattutto in un'economia agro-pastorale.


Esempio n. 5: Cese di Preturo (L'Aquila). Il borgo storico è disposto linearmente, "in costa", alla base del monte e lungo un'antica via "di costa" che porta da Preturo a Scoppito.
La conformazione è simile a quella di molti aggregati rurali vicino a terreni coltivabili e allo stesso tempo lungo le locali vie di comunicazione.
Il toponimo «Cese» molto diffuso nella toponomastica dell'Italia centrale e centro-meridionale, può indicare una località adibita al taglio del bosco, anche al taglio di porzioni di bosco da destinare all'agricoltura, o ancora, per estensione, può indicare le siepi di recinzione che separavano i singoli poderi agricoli.
Il borgo di Cese di Preturo si presenta riparato "a Tramontana".