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martedì 4 agosto 2026

L'ARTE RACCONTA... LA NEVE D'AGOSTO

 

Assergi (L'Aquila), chiesa parrocchiale
di Santa Maria Assunta,
particolare

(foto: Mauro Rosati, 2025)


✍《 La neve che fece oggi sul Colle Esquilino /

non la previde il Frate Indovino! (F. B.) 》

(cit.; fonte: almanacco 《Frate Indovino》)


Un proverbio del 5 agosto che introduce quanto segue.

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🎨 L'Arte racconta...

🌨 Il miracolo della neve d'agosto! ❄


🚩 Assergi (L'Aquila), chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta:

particolare della lunetta in capo a un affresco raffigurante la Crocifissione (vedi immagine).


↪ A sinistra e a destra due folle di laici e di prelati, due dei quali recanti sul capo il classico galero rosso cardinalizio.

Al centro un papa, riconoscibile dal triregno, ossìa la tiara, il copricapo a cono con aggiunte tre corone, indossato dai pontefici sin da tempi lontani e fino al pontificato di Paolo VI (regnante 1963-1978) che ne abolì l'uso. Il pontefice ritratto indossa anche una 《cappa magna》.

↪ Il papa nel dipinto traccia un solco con una zappa intorno a una superficie a forma di croce, mentre dai Cieli la Madonna con il Bambino, fra due Angeli, fa cadere fiocchi di neve.


📍 È il miracolo della neve d'agosto, leggenda di fondazione dell'odierna Basilica papale di Santa Maria Maggiore in Roma.

↪ La tradizione, con varianti, narra che la notte tra il 4 e il 5 agosto del 358 la Madonna apparve in sogno a un ricco patrizio romano di nome Giovanni e, nella stessa notte, anche a papa Liberio (regnante 352-366) chiedendo a entrambi di erigere una chiesa ad Ella intitolata nel luogo che avrebbe indicato prodigiosamente.

↪ La mattina del 05 agosto Roma si svegliò con il colle Esquilino coperto di neve: quello era il segnale prodigioso che indicava il luogo di fondazione della basilica.  Alcune versioni narrano che la neve si era già depositata secondo la forma della pianta della chiesa, mentre altre varianti raccontano che fu lo stesso papa Liberio a dare forma alla coltre di neve che ricopriva l'Esquilino.

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📍 In questa immagina affrescata nella parrocchiale di Assergi extra moenia vediamo la neve cadere e papa Liberio che, con una zappa, traccia il perimetro della chiesa; con l'aiuto economico del ricco patrizio Giovanni sarebbe stata quindi edificata la futura basilica.

📍 L'edificio sacro venne quindi inizialmente intitolato proprio alla Madonna della Neve (Sancta Maria ad Nives), un culto così popolare che nei secoli furono tante le chiese, piccole e grandi, edificate in onore della Madonna della Neve, tanto nelle città quanto nei piccoli centri abitati nonché nelle zone rurali, così come tante sono le immagini sacre raffiguranti la Madonna della Neve, espressioni di una devozione fortemente sentita tanto da lasciare il segno anche nell'onomastica dei luoghi.


↪ Nel territorio comunale della nostra Città dell'Aquila abbiamo ad esempio una Via Madonna della Neve a Rojo Piano, nel Quarto di San Giovanni fuori le Mura;

↪ abbiamo una Via Madonna delle Nevi (o 《della Neve》) anche dentro la Città dell'Aquila, traversa fra il tratto inferiore di Via Roma e la parallela Via Emidio Lopardi (già Via Barete), a probabile memoria di una diruta chiesa nelle vicinanze intitolata proprio alla Madonna della Neve (il plurale 《delle Nevi》 nella via aquilana potrebbe essere riconducibile alla forma latina plurale 《ad Nives》= alle Nevi, presso le Nevi, ai fiocchi di neve).

↪ C'è poi - un esempio fra i molti - la graziosa storica chiesina della Madonna della Neve in prossimità del borgo di Coppito, lungo Via Paolo Borsellino, a ridosso del fiume Aterno e ai piedi del colle sul quale sorge arroccato il nucleo più antico del castello di Coppito, nel Quarto di San Pietro extra moenia.

Sono diverse, già soltanto nel nostro Contado Aquilano, le chiese dedicate alla Madonna della Neve, o 《Sancta Maria ad Nives》(Santa Maria presso le Nevi).

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📍 Nel racconto tradizionale del miracolo della neve ritroviamo almeno due punti fermi, due 《tópoi》 , di carattere sia sacro sia storico:

↪ • la figura divina che appare in sogno; 

fin da tempi molto antichi, il sogno è considerato uno dei luoghi di confine e d'incontro fra il mondo terreno e il mondo divino, in quanto luogo immateriale al margine tra la vita terrena e la vita eterna, e quindi luogo di passaggio e di scambio di messaggi fra i due mondi; nella mitologia greca antica il Sonno è fratello della Morte, in quanto considerato uno stato di 《morte temporanea》 quotidiana;

↪ • altro aspetto rilevante è il rito dello scavo che traccia il perimetro della futura città o del futuro tempio; anche in questo caso un rito che fin da tempi antichissimi è collegato agli atti di fondazione, pensiamo alla leggenda di Romolo che traccia la linea del pomerio definendo lo spazio entro il quale dovrà essere edificata Roma, così come appunto ai riti di consacrazione propedeutici alla costruzione di templi pagani e poi di chiese cristiane, nonché delle città di fondazione; un rito che in un certo senso possiamo oggi ritrovare nella cerimonia della 《posa della prima pietra》 quando s'inaugura un cantiere.

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📖 Tornando alla narrazione delle origini di Santa Maria Maggiore, per chi fosse curioso di approfondire si segnala questo articolo tra i molti: 🌐

https://www.aboutartonline.com/5-agosto-358-fondazione-di-santa-maria-maggiore-il-sogno-della-neve-di-papa-liberio-e-del-patrizio-giovanni/

( 📰 di: Nica Fiori, in:《 aboutArt online 》, agosto 2019)


📍 Oggi Santa Maria Maggiore a Roma è basilica papale ed extra-territoriale rispetto al suolo italiano, e in essa vi è ora - com'è noto - anche la sepoltura di papa Francesco (regnante 2013-2025), lì deposto su sua espressa volontà.


🛡 Proprio in virtù delle origini fatte risalire a papa Liberio, nel《logo》 della Basilica così come si presenta sul sito ufficiale leggiamo 《SACROSANCTA PAPALIS BASILICA LIBERIANA》, quindi Basica Liberiana per l'appunto.

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❓❗ La tradizione della miracolosa neve d'agosto può essere anche un potenziale interessante argomento di studio nella ricostruzione storica delle mutazioni climatiche. Le leggende nascono generalmente da fatti realmente accaduti che poi vengono idealizzati e adattati, volontariamente o involontariamente, quando si tramandano nel corso delle generazioni.

Chissà che magari non vi sia stato un periodo in cui variazioni climatiche, anche temporanee, possano aver generato delle inaspettate nevicate d'agosto a quote basse?!



Mauro Rosati

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giovedì 1 gennaio 2026

SAN BERNARDINO - IL PRESEPE IN CARTAPESTA

 

Fig. 1 - L'Aquila, basilica di
San Bernardino da Siena:
il nuovo presepe nella
《Cappella Gotica》.

(Foto: Mauro Rosati, 2026)


Fig. 2 - L'Aquila, basilica di
San Bernardino da Siena:
il nuovo presepe nel contesto
della 《Cappella Gotica》.

(Foto: Mauro Rosati, 2026)


Fig. 3 - Pannello descrittivo.



1° gennaio - Ottava del Natale

(In Octava Nativitatis Domini)

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L'Aquila, basilica di San Bernardino da Siena (Quarto di Santa Maria): la《Cappella Gotica》.

Nuovo allestimento presepiale.

Questa volta la Natività, con il suo apparato iconografico, arriva dal Salento, la storica Provincia di Terra d'Otranto, e più specificamente da Lecce.

L'opera, creazione del maestro Francesco Invidia, nasce dall'antica tradizione dei cartapestai leccesi (dettagli sull'opera sono disponibili nel pannello in fig. 3).



Mauro Rosati

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domenica 22 giugno 2025

ONNA: 《MEMORIA, CULTURA, RINASCITA》

 

Onna (L'Aquila),
chiesa parrocchiale di San Pietro l'Apostolo.

(Foto: Mauro Rosati, 2025)


(Mauro Rosati, 《Il Centro》, 21/06/2025;
pp. 38-39).



Onna:《Memoria, Cultura, Rinascita》


15 giugno 2025

《Memoria, Cultura, Rinascita》- Ho scelto queste tre parole per sintetizzare i miei sentimenti e le mie impressioni durante e dopo la bellissima visita di questa mattina ad Onna (L'Aquila), accompagnati dalla guida turistica dottoressa Loredana Eusanio, sempre preparata e professionale.

Un evento a cura di Archeoclub L'Aquila in collaborazione con Onna ONLUS e con la Parrocchia di San Pietro Apostolo in Onna, in occasione delle GEA-Giornate Europee dell'Archeologia 2025.

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Rispetto e delicatezza:

è questo innanzitutto l'approccio doveroso con il quale bisogna entrare ad Onna e con cui relazionarsi con i suoi cittadini.


Sono stato ad Onna per la prima volta nel 2013-2014, per un incontro a Casa Onna: fu un impatto forte perché ero consapevole di entrare in un luogo 《delicato》, nel centro abitato che durante il sisma del 06/04/2009 ha subito il più alto numero di perdite umane in proporzione alla popolazione, 40 vittime su circa 350 abitanti, più del 10% della popolazione di questo antico paese al centro della Piana di Bazzano, pochissimi chilometri a est della Città dell'Aquila.

All'epoca (2013-2014), quando entrai ad Onna, si vedevano soltanto monconi di muri sopravvissuti ai crolli: solo la bella chiesa parrocchiale e Casa Onna erano lì a ricordare che in quel luogo c'era un paese, e che doveva tornare ad esserci.


Poi sono tornato ad Onna nel maggio del 2017, con la studiosa dottoressa Loredana Mariani e le allieve del Liceo Linguistico dell'Aquila impegnate nel progetto scuola-lavoro con Archeoclub L'Aquila, per Chiese aperte 2017. In quell'occasione coglievo finalmente i primi segni materiali della rinascita: la chiesa parrocchiale ricostruita e riaperta al culto e una casa appena riedificata sulla stessa piazza, oltre alla Casa della Cultura, con il suo vario e cospicuo patrimonio di archeologia del territorio e di memoria del paese, a partire dalla campana all'ingresso, recuperata dal crollo del campanile della chiesa parrocchiale, una campana che a sua volta commemorava le vittime dell'eccidio nazista dell'11/06/1944.


Oggi sono tornato e ho provato forti emozioni.


Da un lato la commozione per i dolorosi racconti personali dei paesani che ci hanno accolto, con la ferita viva di una tragedia che non si può dimenticare, 40 vittime, alle quali è dedicata un'opera efficacemente comunicativa proprio per la sua immediata semplicità: davanti alla Casa della Cultura un cuore disegnato nel prato con 40 cubetti in pietra calcarea, e al centro del cuore un orologio appositamente realizzato con le lancette fissate sulle ore 3.32, orario del sisma del 06/04/2009; un'opera per la Memoria creata dal signor Paolo Paolucci.

A pochi metri di distanza un'altra installazione, 《la Coperta》, di Lorenzo Guzzini, commemora le 309 vittime del terremoto del 2009.

Osservando le due realizzazioni si comprende pienamente l'entità dell'impatto del terremoto sulle comunità colpite.


Dall'altro lato, contemporaneamente, ho provato un senso di sollievo, di entusiasmo, nel vedere il paese che rinasce, le case che hanno ripreso forma e altre che la stanno riprendendo, i panni stesi a un balcone, l'attenzione e la sensibilità dei cittadini di Onna nella conservazione del loro patrimonio materiale e immateriale: il rispetto dell'impianto urbanistico storico, il recupero e la ricollocazione di pietre e di oggetti-simbolo di una comunità come le tradizionali croci in ferro, una nicchietta votiva nel muro di una casa, il restauro e la ricollocazione dell'epigrafe che ricorda le vittime della strage nazista dell'11/06/1944, la biblioteca e la sala della Memoria nella Casa della Cultura, il museo degli oggetti della Civiltà contadina (gioghi per i buoi, aratri, lanterne a olio, le bici del lattaio, del barbiere, dell'arrotino, munite di cassettine e accessori necessari ai rispettivi mestieri) curato con passione dal signor Paolo Paolucci.


In tutto ciò, fin dalla prima volta che sono entrato ad Onna più di undici anni fa, ho percepito una comunità accogliente, orgogliosa, che non si è sfaldata davanti all'urto pesante del 2009: una comunità che proprio ripartendo dalla cultura del territorio e del suo passato ha gettato da subito i semi che ora stanno diventando alberi.

La ricostruzione di Onna, inoltre, è stata anche un patto di riappacificazione tra la Germania e la Comunità onnese dopo la strage del 1944, con la Repubblica Federale di Germania che si è posta attivamente come capofila in una serie di progetti che hanno avviato e affiancato la ricostruzione sociale e materiale di Onna, iniziando con Casa Onna, primo luogo di aggregazione nel paese distrutto, subito dopo il terremoto del 2009.

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Desidero tornare nuovamente ad Onna e studiarla ulteriormente, desidero vedere 《ju pinnero'》(=il pennerone), grande pietra cilindrica che in passato, attaccata a un braccio verticale di legno veniva utilizzata per pressare e torcere l'uva, le vinacce e/o le olive, a seconda delle zone, affinché se ne ricavasse il maggior estratto possibile; quando non venne più usata, questa pietra fu collocata nel cuore di Onna, accanto alla cantina da cui proveniva, e per generazioni è stata punto di riferimento e di ritrovo per la comunità onnese, come mi ha raccontato il giornalista Giustino Parisse. 《Ju pinnero'》 è stato recuperato per essere riportato a nuova vita, nella nuova Onna che sta rinascendo.

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Un invito.

Ve lo suggerisco con entusiasmo ed emozione, dopo essere andato via con un groppo in gola da un lato, e con il cuore risollevato dall'altro:

portate ad Onna i vostri figli e nipoti, portate i vostri amici e parenti che vengono a trovarvi, portate le scolaresche!

Onna sta diventando sempre più l'esempio di un luogo che dalla distruzione di vite umane e di case è riuscita a riprendere un suo percorso, ripartendo dalla sua storia e dall'ammirevole, commovente e tenace volontà e compattezza dei suoi abitanti.

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Ringraziamenti.

Desidero ringraziare la nostra guida Loredana Eusanio, la signora Margherita Nardecchia Marzolo (presidente Onna ONLUS), la signora Piera Nardecchia Marzolo, i signori Paolo Paolucci e Giustino Parisse per i loro racconti e aneddoti sul paese, e tutti gli Onnesi che oggi, come le volte precedenti, ci hanno accolto con la consueta gentilezza e con vivo orgoglio.

Un grazie al prof. Giulio Pacifico, consigliere Archeoclub L'Aquila, coordinatore e referente Archeoclub per questa intensa mattinata ad Onna.



Mauro Rosati

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mercoledì 3 gennaio 2024

BENINO, IL PASTORELLO "DORMIENTE"

 


《BENINO, IL PASTORELLO "DORMIENTE"》


Tra i personaggi immancabili nel repertorio tradizionale dei protagonisti del presepe, troviamo la figura di Benino.


Benino è facilmente riconoscibile, e probabilmente gran parte di noi lo avrà già nel presepe o quantomeno lo avrà visto in qualche rappresentazione, statuaria o vivente.

Benino è un pastore, generalmente raffigurato con sembianze molto giovanili, che dorme beato disteso su un giaciglio di fortuna: con le braccia dietro la testa, le gambe incrociate, oppure in altre posizioni, lo riconosciamo tanto nelle statuine artigianali più pregiate, quanto in quelle più semplici e commerciali.
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Benino sembra essere l'unico personaggio che si estranea dalla rappresentazione presepiale, dormendo "a pieno sonno" in mezzo al "viavai" di tutti gli altri protagonisti: zampognari, Re Magi, lavandaie, pescatori, salumieri, contadini, ecc.

Un'estraneità solo apparente, però.

Benino è infatti un personaggio che reca con sé diversi aspetti simbolici che ciascuno di noi può approfondire già partendo dalla ricca sitografia che si trova in rete
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Tuttavia vi sono alcuni aspetti, in particolare, che vale la pena citare, tutti legati al sonno.

Tradizionalmente, fin dalle culture antiche, il sonno è legato a un mondo di mezzo in cui si incontrano la realtà e la fantasia ma anche il Sacro con il profano, il Divino con l'umano.
Benino è il pastore che dorme, inconsapevole della grandezza di ciò che sta per accadere, poco prima che gli Angeli lo dèstino per il grande annuncio della nascita di Gesù, il compimento dell'incarnazione divina.
Il giovane Benino è quindi anche una metàfora del passaggio dal sonno dell'incoscienza, dell'inconsapevolezza infantile, alla veglia della coscienza e della razionalità matura dell'età adulta: un momento della vita tipico della fase adolescenziale, non più infanzia ma non ancora età pienamente adulta (risalendo all'etimologia latina, 《adulto》 deriva dal participio passato del verbo 《adolescere》=crescere; 《adolescente》, participio presente, è l'atto della crescita in corso mentre 《adulto》 è atto compiuto del medesimo verbo).

E infatti l'adolescenza è frequentemente protagonista delle tradizioni popolari legate alle apparizioni sovrannaturali, in quanto mondo di passaggio, di connessione tra due dimensioni differenti; così come lo è il sonno, e il sogno in particolare, fin dagli antichi riti della 《incubatio》(il sonno sacro) ancor oggi praticati in diverse manifestazioni cultuali e devozionali.
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Vi è poi un aspetto più leggero e quasi fiabesco, non meno affascinante, legato alla rasserenante figura di questo pastore dormiente: Benino dorme, e nel sonno sogna la rappresentazione del presepe nel quale è collocato; nel sogno vede ciò che noi abbiamo "creato" e che vediamo da svegli.
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Curiosità a parte.
Infine c'è anche un aspetto più ironico, frutto di epoche relativamente più recenti e che si lega al mondo più prosaico della politica, così come vissuta dal popolo:
ai tempi del regime fascista, ma anche successivamente, per ironia o per goliardìa, Benino diventava 《Benito》 per alcuni, giocando sulla facile assonanza tra i due nomi. Questa, però, è una parentesi, il frutto di una 《dissacrazione》 popolare più vicina alle vicende e alla sensibilità politiche di epoca contemporanea.
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Cercate Benino nel vostro presepe, che sia quello domestico o quello esposto a un pubblico più ampio: se lo trovate, sicuramente quel presepe sarà ancor più ricco di significati simbolici e affascinanti.
Se invece non lo trovate... magari - perché no?! - aggiungetelo.

Mauro Rosati
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mercoledì 1 febbraio 2023

PURIFICAZIONE E PRESENTAZIONE: LA CANDELORA, FESTA DI METÀ INVERNO


《PURIFICAZIONE E PRESENTAZIONE: 
LA CANDELORA, 
FESTA DI METÀ INVERNO》


✒《[...] Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore,

come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore;

e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. [...]》

📖 (Vangelo di Luca 2,22-24)
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📌 Con la presentazione di Gesù al Tempio (Presentazione del Signore), a quaranta giorni dal Natale, si conclude il Tempo del Natale.
Questa ricorrenza, comunemente nota come 《Candelora》, si celebra il 02 febbraio, ossia a quaranta giorni dal Natale (il giorno di Natale va incluso nel conteggio).

📌 Quaranta giorni (oggi convenzionalmente sei settimane) è anche il tempo del puerpèrio alla fine del quale, secondo la Legge ebraica, la donna si recava al tempio per la 《purificazione》 dal parto, offrendo un sacrificio animale (il Vangelo parla di tortore e colombi). 
Nel caso della Vergine Maria ovviamente, in quanto Madre di Dio, non vi era necessità di purificazione che, tuttavia, ella osserva ritualmente al pari di ogni altra donna compiendo il sacrificio prescritto.
Allo stesso modo anche Gesù, teoricamente, non sarebbe stato tenuto al rito della Presentazione.
Tuttavia, sia Maria, Madre di Dio, sia Gesù, Dio divenuto Uomo, osservano i rispettivi rituali previsti dalla Legge di Mosè, in coerenza con il senso e la missione dell'Incarnazione di Dio, venuto al Mondo tramite Gesù e per questo fattosi uomo tra gli uomini.

📌 La festa della Candelora, quindi, ricorda contemporaneamente la Purificazione di Maria e la Presentazione di Gesù al Tempio (Presentazione del Signore), nel corso delle quali avviene anche l'incontro con l'anziano Simeone che aveva atteso il Messìa per tutta la sua vita, e con l'anziana profetessa Anna, ottantaquattrenne e vedova fin da giovane età, che da tempo aveva consacrato la sua vita al digiuno e alla preghiera non allontanandosi mai dal tempio.
Simeone ed Anna sono menzionati nel Vangelo di Luca sempre nella narrazione della Presentazione (Luca 2,25-39).

📌 Per tali motivi questa importante festa, che segna un giro di boa della stagione invernale, è stata a lungo indicata come 《Purificazione di Maria》, titolo con cui compare nei Calendari liturgici, nei documenti e nelle cronache storiche fino alla riforma dello stesso Calendario liturgico nel 1960, quando per la ricorrenza venne ripristinato il titolo di 《Presentazione del Signore》.

Nota. Ad esempio, nelle drammatiche cronache del terremoto di Aquila del 1703, avvenuto proprio il 2 febbraio di quell'anno, i cronisti dell'epoca fanno spesso riferimento alla ricorrenza della Purificazione, ossia alla Candelora.

📌 Tornando al legame con il Natale, inizio della rinascita annuale dopo il Solstizio d'Inverno, la festa della Candelora si pone come conclusione del Tempo di Natale e della prima parte d'Inverno, e inizio della seconda metà stagionale che conduce verso il risveglio primaverile, il quale, liturgicamente, si celebra nella Festa della Pasqua, la 《festa del passaggio》 sotto vari aspetti (naturali e simbolico-liturgici). 
Si tratta della 《Pasqua grande》, che cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di Primavera, inizio del nuovo anno secondo molti antichi calendari lunari, che fa seguito alla Pasqua Epifanìa del 06 gennaio.

Nota. La Candelora e il Natale.
Come raccontato da milanesi o da persone vissute in area milanese, nel giorno della Candelora a Milano era d'uso consumare una fetta di panettone che veniva messa da parte durante il cuore delle Festività natalizie.
È molto probabile che anche in molte altre località d'Italia e d'Europa, piccole o grandi, vi fosse qualche rituale che legava questa ricorrenza alla conclusione del tempo natalizio.


Mauro
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P.S. La Candelora e Febbraio, un paio di detti.
Come abbiamo visto sopra, con la Candelora e l'inizio di Febbraio siamo alla metà dell'Inverno, e nella cultura popolare questa fase dell'anno era tempo di 《previsioni meteo》 a lungo termine e di attesa per il risveglio della terra.

👉 《Cannelora / 
se pioviccica o gragnola / 
dell'inverno semo fora /
se fa sole o solicéllo / 
dell'inverno semo 'n mézzo》
(《Candelora,
se pioviggina o gragnuola [grandine]
dall'inverno siamo fuori,
se fa sole o solicello [variabile]
dell'inverno siam nel mezzo》,
🌍 Appennino centrale reatino-aquilano)

👉 《Favrér, la tèra in caldér》(《Febbraio, la terra in calore》,
🌍 Romagna; fonte: Almanacco di Frate Indovino 2023 - Febbraio)
Siamo nel mese in cui la terra appare ancora dormiente ma in realtà inizia già il suo primo risveglio, seppur in maniera graduale e discreta, e in tempi differenti a seconda delle zone climatiche.
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Suggerimenti sitografici di spunto (URL consultati in data 01/02/2023):


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sabato 31 dicembre 2022

LO "STILE DELLA CIRCONCISIONE" E L'"OTTAVA DEL NATALE"

 

Natività
(Foto: Mauro Rosati, 2022)


LO "STILE DELLA CIRCONCISIONE" E  L'"OTTAVA DEL NATALE"


✒《 Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre. 》(Luca 2, 21)


📌 Ogni Calendario di impronta cristiana si basa su uno 《stile》, ossia una ricorrenza particolarmente importante dell'anno cristiano o altra data simbolica (es. inizio di una stagione) che viene presa come riferimento per fissare l'inizio dell'anno.

📌 Nel Medioevo, e anche successivamente, almeno fino all'introduzione e all'adozione del Calendario gregoriano, esistevano molti Calendari, con diversi 《stili》 differenti da luogo a luogo. 
A titolo esemplificativo:
《Stile della Natività》 (inizio anno il 25 dicembre), in uso - ad esempio - anche nella nostra Aquila e nella Repubblica di Genova;
《Stile dell'Incarnazione》, l'Annunciazione (inizio anno il 25 marzo), in uso - ad esempio - a Firenze, Siena, Pisa.

E così via.
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👉 Nota. Sugli 《stili》 del Calendario e sull'antico Capodanno aquilano, vedi:
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📌 Il Calendario gregoriano oggi in uso si basa sullo 《Stile della Circoncisione》 poiché sceglie come inizio dell'anno il giorno della circoncisione di Gesù Bambino (1° gennaio), nell'ottavo giorno del Natale (contando anche il 25 dicembre), come riferito dal versetto del Vangelo di Luca riportato all'inizio di questo post.

Infatti, secondo la tradizione ebraica riportata dall'evangelista Luca, la circoncisione di un bambino avveniva a otto giorni dalla nascita.

➡️ Per questo, il Capodanno contemporaneo fondato sul Calendario gregoriano, basandosi su questo 《stile》,  ricorre il 1° gennaio, Ottava del Natale e quindi giorno della circoncisione di Gesù Bambino.


Mauro Rosati
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Sugli argomenti 《calendari》 e 《stili》, leggi anche, a titolo di suggerimento:
(URL consultato in data 31/12/2022)
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domenica 21 agosto 2022

LA 《CORSA DEI BÀRBERI》

LA 《CORSA DEI BÀRBERI》


Uno spunto di storia romana da una bella foto condivisa da Walter Cavalieri nel gruppo Facebook《Foto Inedite e Rare (2)》, dal gruppo 《Memorie di Roma》.

https://www.facebook.com/groups/142434417351616/permalink/476345137293874/


L'immagine riporta in didascalia: 《Piazza del Popolo, 1870 (Digital Public Library)》.


La celebre Piazza romana è ritratta in una foto scattata dal lato del Pincio, con la visuale rivolta verso l'asse di Via Cola di Rienzo, che conduce oltre il Tevere.

In fondo si vede infatti la Cupola della Basilica di San Pietro Apostolo in Vaticano.

In primo piano si vede una delle due colonne 《rostrate》 ossia con ròstri lungo il fusto, àncore sempre lungo il fusto, e - in cima - una panòplia, ossia un assortimento di armi e corazze disposte a trofeo. La tipologia richiama le colonne rostrate trionfali dell'Antica Roma.


L'inquadratura della foto è stretta sulla piazza, per cui non si vede Porta del Popolo (o Porta Flaminia).

La Porta civica è infatti situata sulla destra, però fuori dal campo dell'immagine.

A sinistra c'è invece via del Corso, sempre fuori dal campo visivo dello scatto.

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Nella foto d'epoca appena descritta, si nota un'arena installata alla sinistra dell'obelisco, sul lato di Via del Corso.


Tra i commenti al post del gruppo 《Memorie di Roma》 si legge che l'arena veniva installata per la 《Corsa dei cavalli bèrberi (o bàrberi)》.


Da articoli/racconti postati in diversi siti a tema, si apprende che questa corsa di cavalli era una tradizione del Carnevale romano, la quale risaliva ai tempi della Roma pontificia, e che si svolse - pare - fino al 1883 quando venne abolita dalle autorità pubbliche.


I cavalli in gara partivano da Piazza del Popolo, come in un palio, percorrevano la Via Lata (oggi Via del Corso, prolungamento urbano della Via Flaminia), e giungevano infine in Piazza San Marco (oggi Piazza Venezia). 

A differenza di altri palii, i cavalli bèrberi - ornati di piumaggi - non erano guidati da un fantino ma venivano pungolati mediante il cosiddetto 《espediente della prescia》, e incitati lungo il percorso attraverso la folla di spettatori che assistevano.

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In un dipinto si vede la partenza da Piazza del Popolo, in un'arena molto simile a quella della foto del 1870.

( Fonte immagine dipinto:

https://www.visitareroma.eu/wp-content/uploads/2018/01/BERBERI.PIAZZADELPOPOLO.jpg )


La prospettiva di questo dipinto è situata a un angolo di circa 90° rispetto alla prospettiva della foto del 1870.

Il dipinto ritrae la partenza della corsa dal lato di Via del Corso, guardando verso l'obelisco e, più in fondo, verso Porta del Popolo (Porta Flaminia); quest'ultima con alcune differenze rispetto all'aspetto odierno.

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Ringrazio Walter Cavalieri per la foto di spunto.


Mauro

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Di seguito, un po' di sitografia di riferimento:


https://www.laziogourmand.com/il-carnevale-romano-e-la-corsa-dei-cavalli-berberi/


https://www.museodiroma.it/it/opera/la-corsa-dei-barberi


https://www.raccontidalvicinato.it/il-carnevale-romano-e-la-corsa-dei-cavalli-barberi/


https://www.visitareroma.eu/la-via-del-corso-la-sua-storia-legata-al-carnevale/


https://www.visitareroma.eu/non-mette-la-prescia-al-culo/


 

martedì 3 maggio 2022

GLI OROLOGI《CONTADINI》E IL QUADRANTE 《A 6 ORE》

Brisighella (Ravenna):
torre dell'orologio con quadrante a sei ore (metà XIX secolo).
(Fonte immagine: Pagina Facebook 《Condifesa Ravenna》
https://www.facebook.com/CondifesaRavenna/ )


Paganica (L'Aquila):
quadrante della tipologia 《a sei ore》
sulla chiesa di Santa Maria al Presepe.

(Foto: Fernando Rossi)


L'Aquila, chiesa di San Francesco in contrada Cianfarano:
campanile con orologio a quadrante di 24 ore (due corone di 12 ore ciascuna).

(Foto: Eleonora Gallo, 2020)




GLI OROLOGI《CONTADINI》E IL QUADRANTE 《A 6 ORE》


Da Paganica a Roma, da Fontecchio a Montereale, a Brisighella, e in tanti altri luoghi: un modo diverso di contare le ore, testimonianza da preservare di una cultura con ritmi differenti rispetto a quelli della nostra età contemporanea; una cultura più sincronizzata, per necessità, con i ritmi naturali.
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Per molti secoli in gran parte d'Italia (dal XIII secolo circa), è stato ampiamente vigente il sistema orario all'italiana (anche 《ora italica》), ossia il conteggio delle ore del giorno basato sull'alternanza naturale tra dì e notte: si trattava sempre di 24 ore ma partendo dal tramonto.

Questo orario all'italiana era l'evoluzione dell'orario utilizzato in età romana e fino appunto al XIII secolo circa. 

L'orario più antico (romano) era basato sulle 《ore ineguali》: ogni ora era più o meno lunga a seconda della stagione e della latitudine, poiché le ore di luce e quelle di buio erano divise per la durata effettiva del dì e della notte.
Per questo, come s'intuisce, nel periodo estivo le ore diurne erano più lunghe dei 60 minuti normali, mentre quelle notturne erano inferiori ai 60 minuti. Ovviamente accadeva il contrario nel periodo invernale.

Nel XIII secolo, appunto, con i primi orologi meccanici, si adottarono le 《ore uguali》, di 60 minuti ciascuna.
Il nuovo giorno, però, iniziava sempre al tramonto: più precisamente con il suono dell'Ave Maria dopo il calar del Sole, e i rintocchi delle campane scandivano lo scorrere della giornata.

E partendo dall'Ave Maria, la giornata era divisa in quattro parti da 6 ore ciascuna.


Con l'arrivo di Napoleone Bonaparte in Italia (fine Settecento e inizio Ottocento), ma in alcuni casi già  prima, l'ora italiana antica fu gradualmente sostituita dall'ora francese (detta anche 《ora oltremontana》), che invece prevedeva la divisione del giorno in due parti, da mezzanotte a mezzogiorno (12 ore antimeridiane - AM) e da mezzogiorno a mezzanotte (12 ore postmeridiane, pomeridiane - PM).
Per questo molti orologi furono sostituiti, e dai quadranti a 6 ore si passò a quelli a 12 ore.


Tuttavia, soprattutto nei paesi, dove prevaleva l'attività contadina, l'uso degli orologi a 6 ore e dell'ora italiana antica proseguì almeno per tutto l'Ottocento poiché rappresentava una scansione della giornata più in sincronia con i ritmi della vita contadina, considerando che il lavoro nei campi doveva necessariamente concludersi con il tramonto e considerato anche che le case non erano ancora illuminate dalle luci elettriche.
Per questo era più utile un conteggio delle ore basato sull'alternanza luce-buio.

Un metodo utile, in ogni caso, anche per gli artigiani delle città, fin quando non iniziò a diffondersi l’illuminazione elettrica interna.

Sulla base di questo sistema 《contadino》, molti orologi meccanici installati su torri civiche o campanili, avevano un quadrante che segnava 6 ore, poiché - come già accennato - il giorno era suddiviso in quattro parti da sei ore ciascuna, partendo appunto dall'Ave Maria dopo il tramonto.
A prescindere dalle stagioni, il punto fermo era il mezzogiorno che, sia d'Estate, sia d'Inverno, giungeva sempre nello stesso momento della giornata (con piccoli scarti di alcuni minuti, in più o in meno), quando il sole culminava in direzione Sud.

Gli orologi andavano ovviamente regolati quasi quotidianamente, per adattarli alle variazioni del tramonto, tanto che esistevano delle persone incaricate stabilmente per svolgere questo compito.

Ad esempio, lo studioso Fernando Rossi riferisce che nell'Ottocento a Paganica il tecnico che regolava l'orologio era dipendente fisso del Comune paganichese, oltre al Segretario Comunale, come risulta dai documenti storici dell'allora Intendenza di Provincia (prima dell'Unità d'Italia). Inoltre, sempre a partire dall'Ottocento, diventò importante anche il conteggio dei quarti d'ora, oltre che dell'ora intera.

Ancora oggi, diverse chiese e torri in tutta Italia, scandiscono le ore diurne con suoni brevi ogni 15 minuti e un suono 《maggiore》 ogni ora.


Un sistema del genere può sembrare complicato a noi contemporanei poiché i nostri ritmi sono diversi e per questo usiamo suddividere il giorno in 24 ore da 60 minuti ciascuna, per tutto l'anno, partendo dalla Mezzanotte.
Nella civiltà contadina, invece, l'altro sistema era molto pratico poiché si trattava di una Società in cui il tempo era basato sul lavoro nei campi e sulle preghiere della giornata, un po' come per le ore che scandivano le attività dei monaci, le cui giornate erano suddivise sulla base dei diversi momenti di preghiera tra un'attività e l'altra.


Nel XX secolo si arrivò infine anche al sistema delle 24 ore, che caratterizza più o meno tutti i dispositivi digitali odierni, anche se rimane in uso contemporaneamente il sistema a 12 ore, diviso in AM e PM.
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A L'Aquila abbiamo un bell'esempio di quadrante a 24 ore sulla torre del campanile di San Francesco in Cianfarano, nota come Cappella Cianfarano, sorta nei primi del Novecento come cappella privata dell'allora villino Camerini: il quadrante di questa bellissima chiesina è formato da una prima corona di 12 ore in numeri romani (da I a XII) e da una seconda corona più esterna in numeri arabi (da 13 a 24).


Sempre a L'Aquila abbiamo anche un esempio dei due sistemi, all'italiana e alla francese.
Sulla bella facciata della chiesa di San Vito alla Rivera, in largo Tornimparte (Borgo Rivera) possiamo distinguere due meridiane: quella a sinistra con il conteggio 《all'italiana》 (o italico), quella a destra con il conteggio 《alla francese》 , basato sull'intervallo mezzanotte-mezzogiorno.
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Tornando al sistema dell'ora italiana antica, ancor oggi troviamo quadranti di orologi che segnano sei ore, principalmente nei borghi, ossia dove l'industrializzazione di massa della Società arrivò pienamente soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale.


Nel comprensorio aquilano abbiamo, per esempio, quadranti a sei ore sulla torre di Montereale, sulla chiesa di Santa Maria al Presepe (del Castello) a Paganica, sulla torre civica di Fontecchio.

Un orologio a sei ore è presente poi sulla 《Torre del Mascherino》 (o Mascarino) nel Palazzo del Quirinale a Roma, residenza estiva pontificia, poi residenza ufficiale dei Re d'Italia e oggi residenza ufficiale dei Presidenti della Repubblica Italiana.
Un altro esempio di quadrante a sei ore, molto bello, si trova sulla torre dell'orologio di Brisighella (Ravenna), installato nel 1850, e quindi molto dopo rispetto all'introduzione napoleonica del quadrante a 12 ore.



Mauro

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Riferimenti sitografici per approfondire (URL consultati in data 03/05/2022):


https://www.imolafaenza.it/luogo/torre-dell-orologio-brisighella/


https://www.treccani.it/enciclopedia/ora_%28Enciclopedia-Italiana%29/


https://www.treccani.it/enciclopedia/ora/


http://www.carnesecchi.eu/tempo.htm


https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/osservatore_romano_giallo_misurazione_ore_passato-573514.html


https://www.gapers.it/2019/10/lantica-ora-italiana-e-i-suoi-vantaggi/


https://www.romasegreta.it/trevi/piazza-del-quirinale.html


https://www.treccani.it/enciclopedia/breviario



lunedì 24 gennaio 2022

IL PRESEPE: «VANGELO IN DIALETTO»

 

L'Aquila; Basilica di San Bernardino da Siena, navata sinistra;
il Presepe allestito nella Cappella del Rosario.
(Foto: Mauro Rosati, 2016)


IL PRESEPE: «VANGELO IN DIALETTO»


Il tempo natalizio si conclude pienamente con la «Candelora», la ricorrenza che cade 40 giorni dopo il Natale e celebra la Presentazione di Gesù al Tempio. Per cui «possiamo» ancora parlare di presepi, fermo restando che il Presepe è anche forma d'arte che va oltre il periodo strettamente natalizio.

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«Il Presepe napoletano è il Vangelo in dialetto partenopeo», è una delle definizioni più belle che abbia letto e ascoltato sul Presepe.

 

E solo a Napoli avrei potuta «sentirla»!


Essa è infatti attribuita al napoletano Michele Cuciniello, architetto, commediografo, collezionista, che nell'Ottocento donò a Napoli e al mondo intero lo stupendo e scenografico presepe (
«Presepe Cuciniello») situato nell'altrettanto stupenda cornice della Certosa di San Martino.


Fatta questa necessaria premessa, possiamo generalizzare la definizione così:
«Il Presepe è Vangelo in dialetto», una versione della Natività che ogni cultura ha fatto propria, rendendola somigliante al proprio mondo e alla propria epoca.



Ha ragione Michele Cuciniello. È proprio così!


 

Un racconto uguale per tutti ma tradotto da ognuno nella propria «lingua» figurativa locale. Una rappresentazione sacra calata e rielaborata nella cultura popolare.


In ogni angolo del Mondo.


La stessa narrazione per tutti ma interpretata e raccontata in modo diverso da culture diverse. Ogni cultura trasferisce in quella rappresentazione ciò che le è più familiare: i propri costumi, i propri paesaggi. Ed ecco un presepe andino, uno africano, un altro dal lontano Oriente asiatico, oppure tra le Alpi, sull'Appennino con i suoi borghi, nell'Italia mediterranea dei litorali dalla Liguria alla Sicilia, in Europa centro-settentrionale, Lapponia, Siberia, e così via.


Ne abbiamo molteplici testimonianze; ad esempio visitando anche la collezione permanente esposta presso il convento francescano della vicina Greccio (Valle Santa, Rieti), appartenente alla Provincia romano-abruzzese di San Bonaventura dei Frati Minori.



Il Presepe: sempre uguale e sempre diverso allo stesso tempo, sempre tradizionale e sempre al passo con i tempi, senza perdere la sua classicità.


E probabilmente non esiste più attualità nell'arte presepiale di quella che vediamo nelle botteghe artigiane di Via San Gregorio Armeno a Napoli, dove personaggi della tradizione presepiale convivono con statuine di personaggi del nostro mondo contemporaneo.

 


Mauro



P.S. A margine di questa riflessione, ci tengo anche a ricordare un bel Presepe nella Basilica di San Bernardino a L’Aquila, allestito nella Cappella del Rosario, navata di sinistra (vedi foto in alto, 2016) .

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Spunti di sitografia sul presepe di San Martino a Napoli (Presepe Cuciniello), sulla figura di Michele Cuciniello e sull’arte presepiale napoletana (URL consultati in data 24/01/2022):

 

https://www.artigianatopresepiale.com/blog/il-presepe-cuciniello/

https://www.facciamoilpresepe.it/presepe-cuciniello/

 

https://www.morosofi.it/il-presepe-napoletano-unarte-tutta-napoletana/




mercoledì 19 gennaio 2022

L'EPIFANÌA, SANT'ANTONIO E... «JU CAIONE»


L'EPIFANÌA, SANT'ANTONIO E... «JU CAIONE»


 

 L'Epifania e Sant'Antonio: un proverbio contadino che accomuna le due feste.


 

«PASQUA BIFANÌA, TUTTE LE FESTI LE PORTA VIA,

PO' VE' SANT'ANTONIU, E NE REPORTA 'NU CAIONE»

 

(Pasqua Epifanìa, tutte le feste porta via; poi arriva Sant'Antonio e ne riporta un «caione» [una sorta di cestone])




L'Epifanìa, secondo tradizione, è la prima Pasqua, la Pasqua piccola (o Pasquetta, o Pasqua «de jennaru»), che anticipa la Pasqua grande di Primavera.


Non a caso, durante la Santa Messa dell'Epifania, il sacerdote proclama l'annuncio del giorno di Pasqua e di tutte le ricorrenze liturgiche ad essa legate.


In Campania, ad esempio, è d'uso consumare la prima pastiera dell'anno proprio nel giorno dell'Epifanìa: la pastiera è un caratteristico dolce tipico della Pasqua nella tradizione napoletana.


Sempre nel giorno dell'Epifanìa, almeno fino a circa mezzo secolo fa, si usava girare per le case - soprattutto i ragazzini - cantando le popolari «Pasquarelle» e chiedendo qualcosa da mangiare (in particolare la salsiccia dal maiale appena macellato, e/o eventuali altri prodotti alimentari di stagione che si potevano trovare presso le case di una volta).


 

Il «CAIONE» (non traducibile con esattezza in italiano) era invece un grande cesto realizzato generalmente intrecciando giovani rami di vimini (dai sàlici) o di avellano (dal nocciòlo).


A differenza dei cesti normali però, era aperto sui lati: si trovava nelle stalle dove venivano ricondotte al chiuso le pecore, si posizionava un po' in alto e si riempiva di foraggio.

Mentre la tradizionale mangiatoia con greppia, per altri animali, si trovava in basso, il «caione» era una sorta di distributore di porzioni: quando la pecora ne aveva bisogno, si alzava verso di esso e ne tirava giù una manciata di foraggio.

Si trattava di un cesto particolare molto capiente.


Da qui il significato del proverbio: l'Epifanìa porta via le festività ma poi Sant'Antonio abate (17 gennaio) ne riporta altre in grande quantità (Carnevale, Candelora, San Biagio e così via fino alla Pasqua).


Nota. Per il Carnevale fa eccezione L’Aquila, dove i festeggiamenti iniziano non prima del 2 febbraio (compreso) anziché il 17 gennaio (o altre date), a memoria del grave terremoto del 1703, verificatosi nel giorno della Candelora e nel pieno del periodo carnascialesco. Per tale motivo, quello aquilano viene considerato il Carnevale più corto del mondo, soprattutto quando la Pasqua cade molto «bassa» (ossia più vicina al giorno dell'Equinozio di Primavera, il quale - al limite - può verificarsi anche il 20 marzo; in ogni caso però, per il calcolo della Pasqua viene adottato convenzionalmente sempre il 21 marzo come giorno dell'Equinozio). Quindi quando la Pasqua cade il 22 marzo di un anno non bisestile, le Ceneri cadono il 4 febbraio, e in quel caso il Carnevale aquilano si festeggia solo il 3 febbraio.

 


Il «caione», molto capiente, metaforicamente indica appunto una gran quantità.

(Area dialettale: Alto Cicolano, Appennino centrale reatino-aquilano)

 


 

Mauro