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venerdì 3 ottobre 2025

《COME L'AQUILA, SI RINNOVERÀ LA TUA GIOVINEZZA》

Università degli Studi dell'Aquila - Stemma
(fonte immagine: Wikipedia).


📜《...RENOVABITUR UT AQUILAE IUVENTUS TUA.》(Nova Vulgata; Liber Psalmorum 103,5);
📃《...si rinnoverà come l'aquila la tua giovinezza》.
📍 In questo passaggio del salmo 103, versetto 5, (uno dei Salmi di Davide) si ritrova l'origine del motto che campeggia nello stemma della nostra Università degli Studi dell'Aquila.
↪ Come ogni citazione letteraria, ovviamente, il senso della frase è da interpretare differentemente in base al contesto, come vedremo più avanti.

✍ Nota.
La 《Nova Vulgata》 è la versione della Bibbia in lingua latina oggi vigente. Il riferimento è all'antica 《Vulgata》, ossìa la prima traduzione della Bibbia in lingua latina, che le agiografie fanno risalire a San Girolamo, uno dei Dottori della Chiesa.
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✍ Simbologia.
📍 Il riferimento biblico all'aquila riflette una diffusa e antica tradizione secondo la quale l'aquila, uccello maestoso che vola molto in alto, quando invecchia attraversa una fase di rigenerazione e infine torna di nuovo giovane: una chiave di lettura che si adatta a molti àmbiti culturali, allacciandosi a un contesto di morte e resurrezione, anche simboliche, e più ampiamente al concetto di rinnovamento.
↪ Un concetto che, seppur in modo differente, ci rammenta la fenìce, animale chimerico (=immaginario) che rinasce dalle sue stesse ceneri, e anche il pavone, il quale è metafora di eternità, di durevolezza, poiché secondo la tradizione leggendaria le sue carni non marciscono, e per questo lo si ritrova spesso in molti contesti iconografici, Araldica compresa (ad esempio nello stemma del casato Carli di Aquila).
↪ Quello dell'aquila "auto-rigenerante" è un simbolismo che si riscontra in molteplici Civiltà, fin dai tempi antichi, e in molte zone del mondo, trasversale quindi rispetto allo spazio e al tempo.
📖 Vale la pena riportare un passo del Physiologus, 《padre dei bestiari medievali》, citato dallo storico Franco Cardini in un suo articolo: l'aquila 《quando invecchia le si appesantiscono gli occhi e le ali, e la vista le si offusca. Che cosa fa allora? Cerca una fonte d'acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende nella fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa giovane.》(F. Cardini,  1987).

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✍ Il contesto specifico.
📍 Veniamo ora al contesto specifico della nostra Università aquilana:
in questo caso il riferimento al ringiovanimento ciclico dell'aquila può essere letto come metafora laica di un'importante Istituzione (l'Università, appunto) che, rinnovandosi costantemente, mantiene il passo con i tempi.
📍È importante sottolineare che 《ringiovanire》, 《rigenerarsi》, non significa 《stravolgersi》 bensì essere capaci di saper cogliere e assimilare il nuovo senza però cambiare i propri connotati fondamentali.
↪ Un concetto, quest'ultimo, che possiamo estendere all'intera nostra Città dell'Aquila, la quale si rigenera e rinasce dagli 《schiaffi》 della sua storia senza però dover abbandonare e perdere le sue radici e le sue peculiarità storico-culturali, materiali e immateriali.
📍《Rigenerarsi》 non significa cambiare volto in modo travisato, bensì 《trarre nuova linfa》dal terreno mediante le proprie radici, come un albero nel suo ciclo stagionale.
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🛡 Lo stemma accademico.
📍Esaminiamo ora lo stemma del nostro Ateneo nello specifico delle sue caratteristiche iconografiche-araldiche; un'arme prestigiosa che troviamo in qualunque contesto collegato all'Università degli Studi dell'Aquila: gonfaloni, timbri, sigilli, carte intestate, frontespizi (incluso quello del sito internet di Ateneo), e così via dicendo.
📍L'arme accademica aquilana è già ben definita nelle sue caratteristiche contemporanee dall'atto che istituisce la 《Libera Università dell'Aquila》, ossìa il Decreto del Presidente della Repubblica n. 921 del 18/08/1964 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 257 del 19/10/1964).
↪ L'art. 90 del Decreto presidenziale è dedicato specificamente allo stemma e recita:
🛡《Lo stemma della Università libera aquilana è quello adottato ed
approvato per l'Istituto universitario di magistero:
un'aquila coronata nera, in campo d'oro, ad ali aperte,  poggiata su tre monti verdi, dai quali discendono tre ruscelli  d'argento, su cui è scritto
Jus, Litterae, Scientiae.
Un festone attraversa semicircolarmente il campo e porta la scritta
"Renovabitur ut Aquilae juventus tua".》.

📍L'arme accademica della nascente Università contemporanea acquisisce quindi quella già in uso per l'Istituto universitario di Magistero (nato nel 1952), ossìa un istituto di formazione che prevedeva corsi di laurea quadriennali in Materie letterarie e Pedagogia, nonché un corso triennale per il diploma di abilitazione alla vigilanza nelle scuole elementari (oggi denominate 《scuole primarie》); sostanzialmente l'antenato delle Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze della Formazione.
↪ Con la nascita della Libera Università dell'Aquila, infatti, l'Istituto di Magistero diventa 《Facoltà di Magistero》che, nell'anno accademico 1992-1993 diverrà poi 《Facoltà di Lettere e Filosofia》, dal cui corso di Pedagogia nascerà a sua volta la 《Facoltà di Scienze della Formazione》nell'anno accademico 1996-1997.
↪ Dopo diverse riforme nazionali succedutesi negli anni, dal 2012 è stato istituito l'odierno 《Dipartimento di Scienze Umane (DSU)》 nel quale sono confluite le due Facoltà umanistiche ricostituendo di fatto sostanzialmente la struttura unitaria (letteraria e pedagogica) dell'originaria 《Facoltà di Magistero》.


✍ Nota.
↪ Per 《Libera Università》 s'intende un ateneo che non è statale ma è legalmente riconosciuto dallo Stato.
Per quanto riguarda L'Aquila, la Libera Università diventerà statale a partire dall'anno accademico 1982-1983, acquisendo la denominazione odierna di 《Università degli Studi dell'Aquila.》.
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🛡 Lo stemma accademico Oggi.
📍L'odierno Statuto dell'Università degli Studi dell'Aquila, in vigore dal 09/03/2017, conferma il consolidato stemma già descritto nell'atto di Istituzione della Libera Università dell'Aquila, includendolo (cosa molto importante) nel "Titolo I - Princìpi Fondamentali".
↪ L'art. 13 dello Statuto oggi vigente recita: 《Lo stemma dell'UAQ raffigura un'aquila coronata nera, in campo d'oro, ad ali aperte, poggiata su tre monti verdi dai quali discendono tre ruscelli su cui è scritto: "Jus", "Litterae", "Scientiae". Un festone attraversa il campo con la scritta "Renovabitur ut Aquilae juventus tua".》.
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🛡 La lettura araldica.
📍Osserviamo ora alcuni dettagli araldici più tecnici contenuti nello stemma.
↪ Lo scudo. La forma dello scudo è classificabile come 《appuntato》, con punta in basso e in alto (A. Cordero Lanza di Montezemolo - A. Pompili, 2016).
↪ L'aquila. L'aquila è una delle figure araldiche più antiche e più diffuse, soprattutto quella di colore nero, che nel corso del tempo si è stilizzata, assumendo un aspetto solenne ed essenziale. Nel caso della nostra Università, l'aquila di colore nero è posta 《in maestà》(ossìa frontalmente) con il 《volo alzato》 (o, anche, 《volo spiegato》) poiché la punta delle ali è orientata verso l'alto, e con la testa vòlta verso la destra dello scudo (la sinistra per noi che guardiamo).
↪ I monti. I tre monti verdi sui quali si appoggia l'aquila hanno un aspetto più "naturalistico", in particolare per il colore verde e per la forma delle cime, appuntita, che tende a una conformazione simile a una piramide: in tal caso la tipologia si può accostare a quella dei 《monti alla tedesca》, storicamente più diffusi in aree di cultura germanica, i quali differiscono dai 《monti all'italiana》che hanno invece una sommità a calotta di forma semisferica (un po' come un panettone).
↪ La legenda. La scritta 《RENOVABITUR UT AQUILAE JUVENTUS TUA》 è riportata su un cartiglio bìfido (estremità a due punte), un nastro che si estende a mo' di festone da un'estremità all'altra dello scudo. Quando un motto si trova all'interno dello scudo, come in questo caso, si definisce tecnicamente 《legenda》; se invece si trova all'esterno sotto lo scudo si chiama propriamente《motto》, mentre se si trova all'esterno al di sopra dello scudo si definisce 《divisa》.
↪ I tre ruscelli. Dai tre monti, come abbiamo visto, partono rispettivamente tre cartigli a mo' di ruscello (uno per ciascun monte), i quali riportano le scritte 《JUS》(=Diritto, Legge), 《LITTERAE》(=Lettere), 《SCIENTIAE》(=Scienze).
La descrizione del 1964 (vedi sopra) specifica che i tre ruscelli sono d'argento: ciò che nell'araldica a colori vediamo come bianco, in realtà è più propriamente argento; il bianco, infatti, non è un colore araldico e viene utlizzato nelle versioni degli stemmi in bianco e nero proprio per indicare l'argento.
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🔎 Una personale osservazione/comparazione integrativa.
📍I tre ruscelli che scendono dalle rispettive cime ricordano lontanamente e in parte l'impostazione di una versione dell'arme nobiliare del casato Rivera dove abbiamo tre cime (all'italiana o alla tedesca) nel 1° campo (in alto), e tre "ruscelli" d'argento nel 2° campo, stilizzati e definiti tecnicamente come 《sbarre ondate》.

↪ A titolo di esempio ecco la blasonatura (descrizione) di una versione dell'arme nobiliare Rivera:
🛡《Spaccato semipartito: nel 1° d’oro al monte di tre cime di verde poste in fascia ; nel 2° di verde a tre sbarre ondate d’argento; nel 3° d’oro a tre sbarre di rosso.》.
↪ In Araldica la 《sbarra》 è una pezza onorevole che si sviluppa da in alto a sinistra a in basso a destra rispetto allo scudo (il contrario per noi che guardiamo); quando la sbarra è 《ondata》 vuol dire che ha una forma curvilinea e sinuosa, anziché in linea retta.

❓ Spunto di riflessione. Questa lontana somiglianza d'impostazione con lo stemma Rivera potrebbe essere una pura similitudine oppure - domanda su cui riflettere - potrebbe interpretarsi come un omaggio magari casuale e/o indiretto al prof. Vincenzo Rivera che, con il suo operato, ha gettato le fondamenta dell'odierno Ateneo aquilano? 

Fin dal 1949, infatti, egli promosse a L'Aquila l'istituzione di corsi universitari estivi per gli studenti abruzzesi iscritti all'Università di Roma, con relativi docenti di fama come, ad esempio, Natalino Sapegno. Nel 1964, poi, Vincenzo Rivera divenne primo Rettore della neo-istituita Libera Università dell'Aquila.

✍ Nota onomastica.
📍A Vincenzo Rivera è oggi intitolata la piazza antistante alla Chiesa dell'Annunziata e a Palazzo Carli all'Annunziata, noto correntemente come Palazzo Carli, sede del Rettorato dell'Ateneo aquilano fino al sisma del 2009.
↪ Palazzo Carli è un fondamentale edificio di riferimento storico-urbanistico lungo l'incrocio tra la Via Romana, ossìa il 《decumano》(est-ovest),  e il 《cardo minore》(nord-sud) tracciato in quel punto da Via Cascina-Via Antonelli. Allo stesso tempo, come sottolinea il prof. Raffaele Colapietra, Palazzo Carli rappresenta un importante esempio di dimora signorile storica dalle rilevanti peculiarità architettoniche, planimetriche e funzionali. Per tali motivi esso richiede un'auspicata e doverosa ricostruzione dopo le devastazioni subite a seguito del terremoto del 2009. La dicitura storica 《Palazzo Carli all'Annunziata》 serve a distinguerlo dai non lontani Palazzo Carli-Porcinari in via Paganica e Palazzo Carli-Benedetti in via Mariangelo Accursio.
↪ Piazza Vincenzo Rivera era precedentemente denominata Piazza dell'Annunziata, anche popolarmente, proprio in virtù della presenza della chiesa dell'Annunziata che, con la sua facciata, definisce il lato sud del caratteristico spazio urbano triangolare dalla cui punta si diramano a bivio Via dell'Annunziata e Via Antonelli.
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In conclusione.
📍Lo stemma dell'Università dell'Aquila, così come ogni stemma araldico, riassume in uno spazio definito e con pochi simboli, una lunga e prestigiosa storia e anche l'indirizzo di una missione, civica e sociale in questo caso.
📍La nostra Città dell'Aquila ha alle sue spalle una lunga storia di istituzioni formative, ancor prima del percorso novecentesco che ha condotto all'odierna Università degli Studi, un'istituzione che appartiene a tutti noi, studenti e semplici cittadini, ricoprendo un ruolo primario rispetto al progresso civico-culturale della nostra Città-Territorio.



Mauro Rosati
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Alcuni riferimenti biblio-sitografici
(URL consultati in data 03/10/2025):


📖 F. DI MONTAUTO, Manuale di Araldica, Firenze, Polistampa 2007.


📖 A. CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO - A. POMPILI, Manuale di Araldica ecclesiastica nella Chiesa cattolica, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 2016.


🌐 《Nova Vulgata: Bibliorum Sacrorum Editio》
https://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_index_lt.html


🌐 Università degli Studi dell'Aquila
《La nostra storia》
https://www.univaq.it/section.php?id=13


🌐 Università degli Studi dell'Aquila - DSU
《Storia del Dipartimento di Scienze Umane》
https://scienzeumane.univaq.it/index.php?id=1686


🌐 Simbologie dell'aquila in un articolo di F. CARDINI pubblicato sulla rivista 《Abstracta》 n° 13 (marzo 1987), pp. 38-43; consultabile in https://www.mondimedievali.net/immaginario/cardini/aquila.htm


🌐 Gallerie Estensi - L'aquila nella mitologia e nell'arte del mondo antico greco e romano
https://gallerie-estensi.beniculturali.it/storia-nei-particolari/aquila/


🌐 《Araldica Civica》, sigillo dell'Università degli Studi dell'Aquila, a cura di Massimo Ghirardi;
in araldicacivica.it


🌐 Blasonario Abruzzese, in
https://www.casadalena.it/


🌐 Decreto del Presidente della Repubblica 18 agosto 1964, n. 921 - Istituzione della libera Università degli Studi dell'Aquila. (GU Serie Generale n. 257 del 19-10-1964)
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1964/10/19/064U0921/sg


🌐 D.P.R. 18 agosto 1964, n. 921.
Istituzione della Libera Università degli Studi dell'Aquila.
https://www.edizionieuropee.it/law/html/31/zn57_11_052.html
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sabato 31 maggio 2025

《TORNEREMO A SOLCARE IL VASTO MARE》

Fontecchio (L'Aquila):
edicola commemorativa dei Caduti
della Prima Guerra Mondiale.

(Foto: Mauro Rosati, 2025)

 


Monumento: dal verbo latino 《monere》(=ammonire, ricordare).

Chissà se esistono una città, un borgo, un villaggio d'Italia che non abbiano un monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.

La 《Grande guerra》 venne chiamata in origine, definita talora anche  come la 《Quarta guerra d'indipendenza》 per quanto riguardò l'Italia. Un conflitto su larga scala durato quattro anni (1914-1918) che viene considerato come l'ultima delle guerre 《antiche》 e la prima delle guerre 《contemporanee》. A memoria dei Caduti nacquero monumenti commemorativi e i 《Parchi della Rimembranza》 (rimembranza=ricordo), nei quali ad ogni albero piantumato corrispondeva la Memoria di un Caduto.

Ventuno anni dopo, nel 1939, iniziò un secondo grande conflitto su scala mondiale: e così la 《Grande guerra》 diventò la 《Prima Guerra Mondiale》(1914-1918), per distinguerla dalla 《Seconda》(1939-1945).

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Anche Fontecchio, borgo del Contado Aquilano sud-orientale (Quarto di San Giorgio fuori le Mura), ha il suo monumento ai Caduti della 《Grande guerra》: si trova al di sopra della Porta civica più esterna che dà accesso da nord al borgo fortificato medievale e guarda verso Piazza del Popolo, dove troviamo un altro monumento ai Caduti, riferibile come tipologia a quelli successivi alla Seconda Guerra Mondiale.


Il monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale di Fontecchio, è una sobria e solenne edicola, di tipo architettonico classicheggiante, datata V[?] maggio MDCCCCXXI (5 maggio 1921).

Nota. L'anno 《1921》 è scritto secondo la numerazione romana dell'uso antico, ossia MDCCCCXXI; nella numerazione romana moderna, di uso ed epoca umanistica, la medesima data verrebbe scritta come MCMXXI.


La lapide, riportante una croce latina tra i nomi dei Caduti, recita nel capo la dedica della comunità di Fontecchio: 《 I FONTECCHIANI AI GIOVANI EROI / CHE DEL SANGUE LORO INFIAMMARONO / LE VIE DELLA PATRIA / DISCHIUSE VERSO I SUOI GRANDI DESTINI 》.


In alto, sotto al timpano triangolare, si legge una citazione epigrafata tratta dalle 《Odi 》 di Orazio (Quinto Orazio Flacco): 《 CRAS INGENS ITERABIMUS AEQUOR 》(=Domani riprenderemo a solcare il vasto mare) ; ORAZIO, 《Odi》; libro I, Ode VII.

Nel contesto originale si tratta dell'ultimo verso dell'Ode VII, Libro I, nella quale Orazio cita il discorso di Teucro a incoraggiamento dei suoi compagni di esilio: Teucro, personaggio mitologico, era il fratellastro di Aiace di Telamone, quest'ultimo morto suicida poiché non aveva ottenuto le armi di Achille, caduto durante l'assedio di Troia; tornato a Salamina, Teucro venne mandato in esilio dal padre Telamone che lo accusava di non aver saputo impedire il suicidio del fratello Aiace. E così, l'esule Teucro incoraggia appunto i suoi compagni di esilio a cercare nuove terre e nuove imprese dopo la partenza da Salamina: 

《[...] Teucro, fuggendo / da Salamina e dal padre, pure si dice che mise / una ghirlanda di pioppo sulle tempie umide / di vino, e parlò in questo modo agli amici tristi: /

"Dovunque ci porterà la fortuna, migliore / di mio padre, andremo, compagni ed amici: / Non disperate, sotto la guida e gli auspici di Teucro; / a Teucro ha promesso Apollo infallibile / un'altra Salamina su terre nuove. / O valorosi che avete sofferto di peggio / al mio fianco, ora scacciate col vino gli affanni: / domani riprenderemo il vasto mare.》 (riferimento bibliografico principale: https://online.scuola.zanichelli.it/perutelliletteratura/files/2010/04/testi-it_orazio_t4.pdf ).

Nel contesto specifico del monumento commemorativo di Fontecchio questo verso di Orazio si può interpretare come allusione alla resurrezione dei Caduti in un'altra terra, nell'eternità, per navigare nuovi mari e affrontare nuove imprese nella vita celeste; l'esilio da Salamina diventa metafora della morte in guerra, esilio e partenza dalla vita terrena, e i nuovi mari e le nuove terre diventano metafora di una nuova vita, la vita eterna dopo aver lasciato la vita terrena.


Alla base dell'edicola commemorativa sono raffigurati due rami di alloro, allegoria della vittoria, posti in decusse (a croce di Sant'Andrea) con i gambi che traforano lo scudo centrale raffigurante l'arme civica di Fontecchio nella versione più moderna: due leoni affrontati e controrampanti, che bevono da una fontana riproducente la vicina Fonte monumentale di Piazza del Popolo.

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Ritroviamo questa tipologia di monumenti, espressione della raffinata cultura umanistica e simbolica dell'epoca, in molti altri borghi e villaggi dell'ampio circondario dell'Aquila: ad Assergi, a Sassa, a San Benedetto in Perillis, a Calascio; giusto per citare alcuni esempi.

Monumenti sobri e comunicativi allo stesso tempo, frutto di una fine sensibilità culturale architettonica e letteraria. Monumenti da studiare e rivalutare: per la Memoria e per la Cultura.



Mauro Rosati

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sabato 30 dicembre 2023

L'ALBA...《...ORA DEL SILENZIO...MOMENTO MAGICO...》

 

L'ALBA...
《...ORA DEL SILENZIO...
MOMENTO MAGICO...》


    L'alba è un momento meraviglioso, forse il più suggestivo di tutta la giornata. 

     La notte che si dissipa gradualmente, 

⭐ le ultime stelle che riluccicano prima di dissolversi apparentemente nei bagliori del sole nascente (l'ultima in assoluto è il pianeta Venere - "finta" stella - "stella della sera" e "stella del mattino", o "stella di giorno"),  

🐓 il canto di un gallo che risuona nel quartiere, da una contrada non lontana.

     Una tranquillità da assaporare pienamente, il silenzio che precede il trambusto antropico che si scatena di lì a poco, mentre il sole spunta all'orizzonte e dà ufficialmente il via al nuovo giorno. ☀️

     I primi raggi che sollevano il velo della bianca brina da terra e dai tetti, come fosse un sottile e fragile lenzuolo notturno che, al risveglio, si dissolve per sublimazione. ❄


Mauro Rosati

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Nota

La riflessione trae spunto dalla seguente citazione pubblicata nel gruppo Facebook "La Campagna appena Ieri":

《...L'alba è il momento in cui nulla respira, l'ora del silenzio, momento magico in ogni stagione...》 

(Leonora Carrington)


🌐 

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02c9aPK1Yb9UVP8d6AtDrKk73QFwFUZUFH5jk3mrz33X9pf76widcSXWrphsmz4GrCl&id=100064845336426

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venerdì 9 dicembre 2022

SULLA STRADA FERRATA - Riflessioni

 

《Sulla strada ferrata》 (I),
sonetto di E. De Amicis

👆 Prendo spunto da questo bel sonetto di Edmondo De Amicis e da un post nel gruppo Facebook 《Storie di Meldola》 per una breve riflessione personale.

(In fondo a questo post cito estratti e riferimenti).


📌 Dal punto di vista dei trasporti, vi è stato un periodo particolarmente felice per l'Italia: tra l'Ottocento (1839, inaugurazione ferrovia Napoli-Portici) e la prima metà del Novecento, quando dalle grandi città ai piccoli centri, anche di montagna, vi fu una capillare diffusione dei mezzi su rotaia e a cremagliera (tram, treni, funicolari), nonché filovie.

🚂 Pensiamo, ad esempio nel nostro territorio, alla ferrovia Aquila-Capitignano (prima metà del Novecento), che in progetto sarebbe dovuta giungere fino a Teramo; ferrovia che, in ogni caso, operò ugualmente, soprattutto nel trasporto merci (torba, patate, ecc.). Una ferrovia che sarebbe stata utilissima anche al giorno d'oggi, a uso passeggeri, per una mobilità pubblica più sostenibile. Ne possiamo ammirare la bella stazione capolinea a L'Aquila, zona stazione centrale, con l'elegante edificio recuperato e rifunzionalizzato, e la bella stazione a Marana di Montereale, recuperata e adibita a uso prevalentemente commerciale. E poi, si vedono diversi caselli ferroviari, purtroppo in abbandono, uno dei quali si trova in via Pasquale Ficara all'incrocio con Via Capitignano (non a caso), alla periferia ovest di L'Aquila, all'altezza della rampa che conduce verso la S.S. 80 e poco prima del sottopassaggio che conduce da un lato verso l'Ospedale "San Salvatore" e dall'altro, proseguendo dritto, su Via Vetojo (zona Polo Universitario Matematico-Fisico-Naturalistico) .

Via Capitignano ricalca infatti un tratto della ferrovia Aquila-Capitignano, nel percorso da Via dei Medici a Via Paolo Borsellino. 


Torniamo alla riflessione generale sull'epoca d'oro delle rotaie e delle filovie.

📌 Le automobili erano ancora poche e per pochi, e il mezzo pubblico garantiva un trasporto sicuro per tutti: 

i tram coprivano le grandi distanze delle città metropolitane, i treni arrivavano fin nei piccoli paesi più recònditi, i quali non rimanevano isolati neanche con la neve (e ne cadeva molta) poiché le locomotive erano dotate di sperone spazzaneve che puliva i binari al loro passaggio.

🚊  Altro esempio, il Santuario di Vicoforte, nei pressi di Mondovì, in passato era servito da un'apposita fermata del tram che ne garantiva il collegamento con la stessa Mondovì. E non dimentichiamo la filovia di Aquila, con i mini-tram su gomma che nel primo ventennio del Novecento garantivano il collegamento tra la stazione centrale e Piazza del Palazzo, cuore civico della nostra Città.


📌 Poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la grande industrializzazione, si diffusero l'automobile su larga scala, e - in generale - i vari mezzi su gomma: 

tante tranvie, ferrovie locali - e non solo - vennero dismesse, fino ad avere strade e autostrade ipertrafficate, città inquinate, strade bloccate e centri isolati dalla minima neve, linee marittime sottoutilizzate e l'assurdità di mezzi su gomma che viaggiano parallelamente alle ferrovie - anch'esse sottoutilizzate - e/o parallelamente alle linee di costa, a poche decine di metri dal mare, dove molte merci e passeggeri potrebbero viaggiare da un porto all'altro su navi, traghetti, battelli, aliscafi e altri mezzi marittimi.


Dall'epoca d'oro Ottocento-Novecento ci possono insomma venire spunti per una nuova mobilità sostenibile.


➡️ Letture collegate. Sulle potenzialità turistiche della linea ferroviaria Sulmona-L'Aquila-Rieti-Terni, vedi: 👇

https://pianetalaquila.blogspot.com/2021/04/da-sulmona-terniin-carrozza-e-viceversa.html?m=1


Mauro

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🚂 🚄 SULLA STRADA FERRATA - I


✒ 📜《Corre il treno sonante in riva al mare.

Entra del monte ne la negra mole,

Esce, e d’un grido risaluta il sole,

E dentro al bosco sibilando spare;


Quindi sul ponte rimbombante appare.

Borghi sorvola, camposanti, aiuole,

E cupe valli taciturne e sole

E quete ville solitarie e care;


E simili a fantasime sui piani

Passano le casupole e le piante

E fuggono gli attoniti villani,


E poi rallenta il corso anzi la mèta,

E grave tra edifici alti l’ansante

Ira dei negri ordigni arsi si cheta.》


📖 E. DE AMICIS, 《Poesie》, IV edizione, Fratelli Treves Editori, Milano 1882; p. 139.

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👉 Quando treni e tram includevano anche i piccoli borghi. 

Il caso di Meldola, borgo romagnolo in provincia di Forlì-Cesena, che per un periodo ebbe il suo "tramway" (il "tranvai"), che lo lo collegava ai centri maggiori del territorio.


《 𝑪𝒂𝒓𝒐 '𝑻𝒓𝒂𝒏𝒗𝒂𝒊'...

🚂 "Un'idea geniale, una realizzazione ancora più geniale, permisero l'attivazione del tramway a vapore che partendo da Meldola, toccando Forlì approdava all'antica capitale dell'Esarcato: Ravenna. 

🚆 Un sogno che divenne realtà e poi...ridivenne sogno. Un'idea felice che permise di collegare la vallata del Bidente al mare, vitalizzando quanto di buono era sopito e quanto di nuovo scaturiva in terra di Romagna. 》 


📖 Paride PINTUS, 《Caro 'Tranvai'》, Ge.Graf Bertinoro, 1995. 

(🌐 continua nel post, corredato da un'immagine d'epoca: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0xohjowRLDNTK7eQCvCZGyTKcJH39baYneswr8Z1QJ4hsQLhEuXth2oKgZyv8Fopbl&id=100081776633010

in 《Storie di Meldola》).

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domenica 20 novembre 2022

《AL PITTORE PAOLO MICHETTI》


 

✒ 🎨《AL PITTORE PAOLO MICHETTI》:

sonetto di Edmondo De Amicis dedicato al pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti (1851-1929) da Tocco (oggi Tocco da Casauria), già provincia di Abruzzo Citeriore (Provincia di Chieti), oggi Provincia di Pescara. 

➡️ Nei quattordici versi di un sonetto (due quartine e due terzine), il De Amicis descrive e rende lo stile naturalista-verista del Michetti - nonché i suoi soggetti predominanti - mediante brevi ed efficaci espressioni.

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✒ 📖《 Chi t’ispira que’ bei volti vermigli

Di donnine e di bimbi, o mio Michetti?

Sono fior del tuo lido o tuoi concetti?

Caro Michetti mio, dove li pigli?


E a che strani ardimenti ti consigli?

Con che arcana magìa côgli e rifletti

Della natura i novi intimi aspetti

Onde il mondo innamori e meravigli?


Chi ti guida il pennello e l’intelletto?

È una bimba gentil per cui sospiri,

una fata, o un demonio, o un angioletto?


Tutta render non so nelle mie rime

La maledetta simpatìa che ispiri....

Ma tu m’intendi, va, matto sublime. 》

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📖 Testo da: 

E. DE AMICIS, Poesie, IV edizione, Fratelli Treves Editori, Milano 1882; p. 131.

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Mauro



venerdì 2 settembre 2022

LA PERDONANZA IN UN DIARIO DI VIAGGIO DEL 1914

 

D. GRILLI-M. LUSI-V. BONANNO, 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978;
p. 134.



D. GRILLI-M. LUSI-V. BONANNO, 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978;
pag. 135.


D. GRILLI-M. LUSI-V. BONANNO, 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978;
pag. 136.


D. GRILLI-M. LUSI-V. BONANNO, 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978;
pag. 137.


D. GRILLI-M. LUSI-V. BONANNO, 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978;
pag. 138.


LA PERDONANZA IN UN DIARIO DI VIAGGIO DEL 1914


🎨 Le scene di alcuni dipinti nella bella carrellata sulla Perdonanza del pittore TEOFILO MASULLI, condivisa da Sonia Masulli sul gruppo Facebook 《L'Aquila: la Storia》, mi hanno richiamato alla mente le atmosfere descritte in questi passi del diario di viaggio 《Through the Appennines and the Lands of the Abruzzi, landscapes and peasant life》 (immagini in alto).

(I dipinti di Teofilo Masulli sulla Perdonanza sono visibili all'indirizzo https://m.facebook.com/groups/292871157446948/permalink/5422834334450579/ )


📌 ✒ L'autrice ESTELLA CANZIANI, scrittrice, pittrice, viaggiatrice britannica, narra in questo diario il suo viaggio del 1914 nell'Abruzzo appenninico. 

In queste pagine, in particolare, descrive l'atmosfera di Collemaggio durante la 《Festa del Perdono》 e la benedizione delle reliquie, con riferimenti anche ai pazienti del vicino ospedale psichiatrico, all'epoca da poco aperto, che da dietro le cancellate reclamavano la loro libertà.


📌 Interessante anche il passaggio in cui si parla del tappeto porpora e oro davanti al campanile e del drappo rosso appeso sulla balaustra dello stesso: dovrebbe trattarsi di quell'antico uso, ancora in essere nel Novecento, per cui le chiese venivano vestite di drappeggi colorati secondo la Solennità in corso, come ancora vediamo oggi sugli abiti dei sacerdoti celebranti.

Molte chiese conservano ancora oggi i ganci lungo i pilastri delle navate, finalizzati proprio a tale uso.


✒ Le pagine che potete leggere nelle immagini in alto sono estratte dalla traduzione italiana del diario, a cura di DIEGO GRILLI, MARIA LUSI, VINCENZO BONANNO: 《Attraverso gli Appennini》di Estella Canziani, De Feo editore, Roma 1978.


Mauro



lunedì 31 gennaio 2022

BUCCIO -《INCIPIT》 AQUILANO

 

L'《incipit》 della Chronica aquilana rimata di Buccio di Ranallo, in una delle sue edizioni
(Fonte immagine: Pagina Facebook 《La casa di Buccio L'Aquila》)


《Lo cunto serra' d'Aquila / magnifica citade,

Et de quilli che la ficero / con grande sagacitate》!


📌 Buccio di Ranallo, nacque ad Aquila alla fine del XIII secolo, precisamente nel borgo di Poppleto (oggi Coppito, frazione dell'Aquila), uno dei castelli fondatori della città, o nel locale di Coppito dentro la città (tutti i castellani fondatori di Aquila, infatti, avevano il medesimo 《diritto di cittadinanza》 sia in città sia nel loro borgo di origine).

Poeta, storico, è autore della prima grande Cronaca sulla storia di Aquila dalla sua fondazione sveva (metà XIII secolo) fino agli anni 1361-1362, a ridosso della sua morte avvenuta nel 1363 a causa di una pestilenza.


📌 La Cronaca rimata di Buccio di Ranallo rappresenta il lavoro più importante della sua produzione poetica: l'autore non si limita a riportare i fatti di Cronaca, intervallati da sonetti satirici o ammonitori di tipo politico, ma realizza uno scritto in versi, creando così un'opera di pregio poetico oltre che di valenza cronicistica.

Buccio di Ranallo è particolarmente rilevante per la narrazione delle origini di Aquila poiché egli nacque alla fine del Duecento e quindi, con molta probabilità, venne in contatto sia con coloro che avevano vissuto in prima persona le vicende della prima (1254, Svevi) e della seconda fondazione di Aquila (1266, Angioini), sia con probabili fonti documentarie di prima mano.


📌 Da alcuni anni, la produzione di Buccio di Ranallo, con in testa l'opera maggiore della Cronaca aquilana rimata, è considerata un'importante testimonianza ed esempio di lingua volgare, tanto da essere citata anche in alcuni testi scolastici di storia della letteratura italiana.


📌 L'opera di Buccio fu il punto di partenza per i numerosi successivi cronisti di storia aquilana che, partendo dala sua Chronica, proseguirono la narrazione delle vicende storiche cittadine nei decenni e nei secoli successivi. Cronache che tutt'oggi, alla luce di nuovi studi, rappresentano importantissime e dettagliate fonti di notizie sulle vicende storiche della Città dell'Aquila.


Mauro


🌐 Sitografia di base.

Per chi fosse interessato a un primo approccio con la biografia di Buccio di Ranallo, suggerisco due lemmi tratti dall'Enciclopedia Italiana (Treccani, 1932) e dal Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani, 1972):


1

https://www.treccani.it/enciclopedia/buccio-di-ranallo_%28Enciclopedia-Italiana%29/


2

https://www.treccani.it/enciclopedia/buccio-di-ranallo_%28Dizionario-Biografico%29/



martedì 4 gennaio 2022

L'AQUILA 《NELLA PENNA》 DI SUSANNA TAMARO


L'AQUILA 《NELLA PENNA》 DI SUSANNA TAMARO


In questi giorni mi è tornato alla mente un passo di uno dei romanzi più noti e di successo della letteratura italiana contemporanea: 《Va' dove ti porta il cuore》(1994), di Susanna Tamaro. Romanzo dal quale, fu tratto l'omonimo film del 1996 con Virna Lisi e Margherita Buy nel ruolo della protagonista Olga, rispettivamente da anziana e da giovane.
Molti di voi probabilmente già conosceranno il racconto ma vale la pena fare un breve cenno: si tratta di un romanzo dalla struttura particolare, una lettera vergata in forma di diario dall'anziana Olga, triestina, che dalla sua casa di Opicina (Trieste) decide di scrivere alla sua giovane nipote. Sono i giorni che vanno dal 16 novembre al 22 dicembre del 1992.
L'anziana Olga, in questa sorta di lettera-testamento ripercorre la sua vita travagliata, sia interiormente sia per gli eventi storici che segnano la sua gioventù, tra i quali la dittatura, la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e il dramma delle popolazioni giuliane del Carso.

E proprio quando racconta gli anni della guerra, nella pagina di diario del 4 dicembre 1992, Olga narra del periodo trascorso a L'Aquila dove, quasi trentenne, si era rifugiata insieme ad Augusto, il suo marito abruzzese sposato pochi giorni prima dell'inizio del conflitto.
Anche se quel periodo rappresenta una fase non felice della sua vita, per ragioni personali e familiari, Olga ci apre una breve finestra e delinea un veloce ritratto materiale e socio-culturale della nostra città e dei suoi dintorni in quei difficili anni del Novecento, anche se 《filtrato》 dal suo punto di vista e dal suo travagliato personale stato d'animo.
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E allora, con qualche estratto di quelle pagine, lascio la parola ad Olga, animata dalla penna di Susanna Tamaro:
《Ci sposammo con una cerimonia sobria il primo giugno del '40. Dieci giorni dopo l'Italia entrò in guerra. Per ragioni di sicurezza, mia madre si rifugiò in un paesino di montagna, in Veneto, mentre io, con mio marito, raggiunsi L'Aquila [...]. A L'Aquila andammo ad abitare nella casa della famiglia di Augusto [nelle vicinanze del Duomo], un grande appartamento al primo piano di un palazzo nobiliare del centro. Era arredato con mobili cupi, pesanti, la luce era scarsa, l'aspetto sinistro. Appena entrata mi sentii stringere il cuore [...]. Mio marito capì subito lo stato di smarrimento in cui mi trovavo e per le prime due settimane fece tutto il possibile per distrarmi. Un giorno sì e un giorno no prendeva la macchina e andavamo a fare delle passeggiate sui monti dei dintorni. Avevamo entrambi una grande passione per le escursioni. Vedendo quelle montagne così belle, quei paesi arroccati sui cocuzzoli come nei presepi mi ero un po' rasserenata, in qualche modo mi sembrava di non aver lasciato il Nord, la mia casa. Continuavamo a parlare molto. Augusto amava la natura, gli insetti in particolare, e camminando mi spiegava un mucchio di cose. Gran parte del mio sapere sulle scienze naturali lo devo proprio a lui [...].
Con me [nella casa] c'era una vecchia domestica, era lei che si occupava delle principali faccende. Come tutte le mogli borghesi dovevo soltanto programmare il pranzo e la cena, per il resto non avevo niente da fare. Presi l'abitudine di uscire ogni giorno da sola a fare delle lunghe passeggiate. Percorrevo le strade avanti e indietro con passo furioso, avevo tanti pensieri in testa e tra tutti questi pensieri non riuscivo a fare chiarezza [...].
Dopo un mese arrivarono le prime chiacchiere alle orecchie di mio marito. - La "tedesca" -, avevano detto delle voci anonime, - "va in giro da sola per le strade a tutte le ore" -. Ero strabiliata. Cresciuta con delle abitudini diverse, non avrei mai potuto immaginare che delle innocenti passeggiate potessero dare scandalo. Augusto era dispiaciuto, capiva che per me la cosa era incomprensibile, tuttavia per la pace cittadina e il suo buon nome mi pregò di interrompere le mie uscite solitarie [...].
Intanto avevo conosciuto le mogli dei colleghi di Augusto e il giovedì mi incontravo con loro in un caffè del centro.
Benché fossimo pressappoco coetanee avevamo veramente poche cose da dirci. Parlavamo la stessa lingua ma questo era l'unico punto in comune [...]》.

Con il passar del tempo, intanto, il legame matrimoniale con Augusto si raffredda. Tuttavia, non esistendo il divorzio, secondo i criteri dell'epoca Olga non trovava motivi specifici per cui si potesse rompere il matrimonio; Augusto era divenuto emotivamente distaccato ma non la maltrattava materialmente.

E qui segue un'altra brevissima 《finestra》; una finestra domenicale:
《Avevo la sensazione che, più di ogni altra cosa, Augusto volesse trovare qualcuno a casa alle ore dei pasti, qualcuno da esibire con orgoglio la domenica in Duomo [proprio lui! Il nostro Duomo dei Santi Massimo e Giorgio!].
[...] Augusto con me non ha mai alzato un dito, ma neanche la voce. Non mi ha mai fatto mancare niente. La domenica, tornando dalla messa, ci fermavamo alla pasticceria dei fratelli Nurzia e mi faceva comprare tutto ciò di cui avevo voglia [...]》.

La lettera-diario prosegue poi con la narrazione degli anni successivi alla fine della guerra.
A Voi, se vorrete, la curiosità di leggere l'intero romanzo!


Mauro
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P.S.: In occasione del Salone del Libro di Torino del 2011, nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia, 《Va' dove ti porta il cuore》 è stato inserito tra i 150 "Grandi Libri" che hanno caratterizzato la storia dell'Italia unita.
(Fonti:
Corriere della Sera, 27/04/2011

La Gazzetta del Mezzogiorno, 23/07/2012

URL consultati in data 04/01/2022)




venerdì 29 ottobre 2021

AMITERNUM - SUGGESTIONI 《AGRO-POETICHE》

Uno scorcio dell'agro amiternino, pochi chilometri a ovest della città dell'Aquila
(Foto: Mauro Rosati, 2016)


Anche una visita di gruppo a un'area archeologica, può suscitare suggestioni letterarie e poetiche, offerte dal paesaggio circostante. Non fa eccezione la bellezza del contesto nel quale è immersa l'area archeologica di Amiternum, antico insediamento sabino e poi romano e medievale, insieme al vicino borgo di San Vittorino Amiterno, nel Contado occidentale dell'Aquila.

Ci suggerisce queste suggestioni, ad esempio, Gabriele D'Annunzio, che in prosa e in versi riesce a nobilitare l'arte della semina.

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《Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. 

Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. 

Un sàccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. 

Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. 

Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.》

(dal romanzo 《L'innocente》 di G. D'Annunzio, 1892)


Con queste parole, Gabriele D'Annunzio, nobilita e celebra il seminatore, elevandolo a una figura quasi sacra ed epica.


Nota 1. Nel testo troviamo anche un termine tecnico agrario: le 《pòrche》, plurale di 《pòrca》.  

Semplificando, la pòrca (o pròsa) è quella striscia di terra rialzata che si alterna al solco e serve per favorire lo scolo e il drenaggio delle acque. Le pòrche alternate ai solchi danno quell'effetto caratteristico ondulato che vediamo in molti campi arati.


Nota 2. Il berretto 《di foggia frigia》, semplificando, è un copricapo caratteristico formato da un pennacchio in alto che ricade in avanti. L'aggettivo 《frigio》 deriva dai Frigi, un'antica popolazione che, tra il II e il I millennio a.C. si era stanziata e aveva fondato un regno pressappoco al centro dell'Anatolia, nell'odierna Turchia.

Il berretto frigio fu adottato dai Persiani quando conquistarono il Regno di Frigia.

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E sempre per rimanere in tema agricolo e dannunziano, ecco di seguito anche 《I seminatori》, un noto sonetto - appunto - di Gabriele D'Annunzio.

Nota 3. Il sonetto è un breve componimento in versi formato da due quartine (strofe di quattro versi) e due terzine (strofe di tre versi).


《Van per il campo i validi garzoni

guidando i buoi da la pacata faccia;

e, dietro quelli, fumiga la traccia

del ferro aperta alle seminagioni.


Poi, con un largo gesto delle braccia,

spargon gli adulti la semenza; e i buoni

vecchi, levando al ciel le orazioni,

pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.


Quasi una pia riconoscenza umana

oggi onora la Terra. Nel modesto

lume del sole, al vespero, il nivale


tempio dei monti innalzasi: una piana

canzon levano gli uomini, e nel gesto

hanno una maestà sacerdotale.》.


In pochi versi, l'evocazione dell'atmosfera autunnale, quando già si vanno preparando i nuovi frutti del lavoro agricolo, con l'auspicio e la preghiera di un buon raccolto.


Mauro



mercoledì 1 settembre 2021

IL FRATE E IL CLIMATOLOGO - ACQUA, SOLE, NUBILO E SERENO

IL FRATE E IL CLIMATOLOGO - ACQUA, SOLE, NUBILO E SERENO


Nei mesi recenti - a distanza di qualche settimana - ho riscontrato le mie stesse riflessioni e convinzioni degli ultimi sei anni, nelle parole di due personalità diverse: 

un frate minore cappuccino e un climatologo.


📌 Il frate cappuccino, commentando brevemente un passo del 《Cantico delle Creature》(o 《Cantico di frate Sole》), scrive di come non sia propriamente corretta l'espressione 《cattivo tempo》 poiché la pioggia e la neve (sorella Acqua) nelle giuste misure sono necessarie tanto quanto la luce solare (fratello Sole). Così come, più in generale, sono utili sia il sereno sia il 《nubilo》: 《 [...] et nubilo et sereno et onne tempo per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.》.

Piuttosto, aggiunge il frate citando Robert Baden-Powell: 《Non esistono buono e cattivo tempo, ma solo buono e cattivo equipaggiamento》. Una frase simile la sentii circa un paio d'anni fa anche da una signora danese intervistata in un breve documentario, e recitava più o meno così: non esiste il freddo ma il mal vestirsi.

E, in effetti, difendersi dal freddo - entro certi limiti - è molto più facile che difendersi invece dal caldo, molto più problematico.

In un altro passaggio il frate cita anche un detto africano (Nigeria): 《L'acqua non ha nemici!》, a sottolinearne la preziosità.

📍 Personalmente, già da un po' di anni, tendo a non usare più l'espressione 《cattivo tempo》 e mi 《acciacco》(mi mordo) la lingua quando mi sfugge.


📌 Il climatologo - a sua volta -, parlando del problema siccità, osservava che quando ci troviamo di fronte a periodi troppo prolungati di alta pressione (anticicloni, il cosiddetto 《tempo buono》), non si può parlare più di 《bel tempo》 poiché un eccesso di giornate serene alla lunga diventa un danno, in primis per le falde acquifere e per le coltivazioni.

📍 E anche su questo, io stesso non riesco a definire 《bella giornata》 quei giorni in cui il cielo è bianco-lattiginoso a causa dell'aria umida sub-tropicale: a mio parere una giornata di sole è bella quando il cielo è limpido e azzurro, e quando l'aria non è 《pesante》 di foschia.

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Sintetizzando e concludendo, è l'equilibrio tra sole, pioggia e neve che ci dà il 《bel tempo》: tutti e tre servono, con misura.

Il problema sempre più serio dei cambiamenti climatici è proprio la mancanza di equilibrio tra questi elementi: da troppo sole e troppo caldo a troppa pioggia e/o troppa neve (le cosiddette 《bombe d'acqua》 e 《bombe di neve》).


Insomma - seppur magrissima soddisfazione - a quanto pare non sono l'unico a pensarla così: vuol dire che la consapevolezza del problema comincia a essere più diffusa.

E oltre alla mia percezione soggettiva, ci sono i dati scientifici oggettivi - costantemente pubblicati dai ricercatori - che confermano questa problematica.


Mauro Rosati



venerdì 11 giugno 2021

QUANDO MARZO AVEVA 30 GIORNI!

 

Allegoria del mese di marzo
(Fonte immagine: 
http://www.evus.it/it/index.php/news/zoom/il-cavaspina-sotto-il-segno-dei-pesci/ )


QUANDO MARZO AVEVA 30 GIORNI

L'Uomo e la Natura


In questi giorni, anche riflettendo sul precario periodo storico che il Mondo sta vivendo, mi è tornato alla mente un racconto d'Infanzia.

«La leggenda di Marzo e del Pastore» 


Si tratta di una breve narrazione popolare - tramandata oralmente - che rimane di stretta attualità, ancor di più - appunto - nell'epoca che stiamo vivendo.


È infatti una leggenda che - apparentemente - vuole raccontare perché Marzo abbia 31 giorni ma, se andiamo a rileggerla con la coscienza degli adulti, troviamo anche una morale più sottile.



Un racconto per piccoli e grandi!
Cerco di riportarlo per iscritto come meglio lo ricordo.
😊

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C'era un tempo immaginario in cui Marzo aveva 30 giorni e Aprile ne aveva 31.

 

Sempre a quel tempo c'era un Pastore che possedeva un grande gregge.


 

Ogni giorno il Pastore portava al pascolo le sue pecore e, conoscendo il clima "pazzo" del mese di Marzo, usciva sempre prudentemente con mantello e ombrello.

Ogni giorno Marzo gli chiedeva dove andasse con le sue pecore, in modo da «colpirlo» e prendersi gioco di lui con qualche scroscione di pioggia o magari con la neve.

Il Pastore, però, ogni giorno mentiva a Marzo, indicandogli sempre un posto diverso da quello dove poi andava effettivamente.

Ogni sera Marzo chiedeva al Pastore come fosse andata la giornata, sperando di avergli fatto uno scherzo con qualche burrasca improvvisa. Il Pastore, soddisfatto, raccontava a Marzo che il tempo era stato ottimo.

 

E così Marzo rimaneva sempre deluso dal fatto che il suo «scherzo» non fosse riuscito.

 

Arrivato il 30 del mese, l'ultimo giorno, il Pastore si rivolse a Marzo, dicendogli più o meno così: « - Oggi è l'ultimo giorno, domani arriva Aprile e tu non potrai farmi più niente! - ». Dopodiché, gli disse anche il luogo in cui avrebbe portato le pecore, questa volta senza mentire, credendo che Marzo fosse ormai finito.


Marzo, indispettito dalla risposta del Pastore decise di tendergli un tranello. Andò da suo fratello Aprile e gli disse pressappoco così: « - Frateju Abrile prestame 'n atru dì, che te faccio le peji pe' mi e pe' ti! (Fratello Aprile, prestami un altro dì e ti procuro le pelli, per me e per te) - ».

 

Aprile accettò lo scambio e regalò il suo «31» a Marzo.

 

Il giorno dopo, il Pastore - troppo sicuro e imprudente - uscì senza ombrello e senza mantello, convinto del fatto che fosse arrivato Aprile.

A quel punto Marzo lo sorprese in piena giornata, scatenandogli contro una forte burrasca che fece disperdere la maggior parte del gregge, con la perdita di molte pecore (le pelli che Marzo aveva promesso ad Aprile erano proprio le pelli di pecora).


Il Pastore, bagnato e sconsolato, tornò a casa, e a quel punto Marzo gli rivelò il suo tranello, chiedendogli beffardamente: « - Com'è andata oggi? - ».


Ovviamente conosceva già la risposta.

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Riflessione
Se adesso pensiamo a Marzo come alla personificazione della Natura, e al Pastore come fosse l'Essere Umano - ecco il perché delle maiuscole - la morale sembra molto chiara:

l'Uomo, imprudente e arrogante, che sfida la Natura «a viso aperto» è destinato ad essere punito dalla Natura stessa.


È lei - la Natura - che «detta le regole» (le «leggi naturali») e l’Uomo - che è parte della Natura - deve adattarsi nel miglior modo possibile (ombrello e mantello), senza mai sfidarla alla pari o, peggio ancora, offenderla.


La Natura non va piegata alle nostre regole e ai nostri ritmi: una morale che dobbiamo sempre aver presente, oggi come in passato.

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Nota 1
Ovviamente, come tutti i racconti popolari, esistono delle varianti locali che magari già conoscete in maniera un po' differente. Ma la sostanza della narrazione è quella che vi ho riportato.

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Nota 2

Parallelamente a questo racconto mi sono tornati alla mente anche il pensiero e l’opera del Leopardi.

Giacomo Leopardi riflette spesso sul rapporto Uomo-Natura: in particolare, se non lo avete già fatto, vi consiglio la lettura del «Dialogo della Natura e di un Islandese» (1824).

Vi sembrerà scritto ai nostri giorni!

https://it.m.wikisource.org/wiki/Operette_morali/Dialogo_della_Natura_e_di_un_Islandese

Vi segnalo anche un brevissimo estratto dal film
«Il giovane favoloso» (2014); si tratta della scena in cui Giacomo Leopardi sogna l’incontro e il dialogo di se stesso - nella parte dell’Islandese - con la personificazione della Natura:

https://youtu.be/onnPG6Psvrk

 

 


Mauro Rosati