14 aprile 2013
L'Aquila, fuori Porta Rivera: l'Aterno dal Ponte per Rojo!
(Foto: Mauro Rosati)
A cura di MAURO ROSATI. Uno spazio dedicato soprattutto alla scoperta (o riscoperta) delle curiosità storiche e artistiche sulla città di L'AQUILA e dintorni! E poi le novità e gli appuntamenti offerti dalla nostra città! E - perchè no? - ogni tanto qualche riflessione sul quotidiano in generale!
The Castle: il libro che fa la differenza. Installazione dell'artista Jorge Méndez Blake (2007):
https://www.facebook.com/artribune/posts/3965059266897120
(Fonte: Pagina Facebook ARTRIBUNE)
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Quando ho visto queste immagini, dal post di una mia amica qualche
giorno fa, mi hanno colpito - come primo impatto - la semplicità e allo stesso
tempo l'efficacia di questa installazione artistica: un libro che fa la
differenza.
Un solo libro che scompagina
l'equilibrio di un muro in mattoni creando una curva vistosa, di forte impatto
visivo.
Poi nei giorni successivi ho
riflettuto - spontaneamente - anche su un altro aspetto metaforico, partendo da
questa installazione: il rapporto libro-mattone.
Con accezione negativa, a volte
diciamo "è un mattone" con riferimento a un testo
particolarmente difficile (ad esempio nello studio) e/o che troviamo pesante e
noioso. Così come "tomo" (volume) è diventato a sua volta sostantivo
usato con la stessa accezione.
Ma nel caso delle immagini
dell'installazione, non era questa l'assonanza metaforica a cui pensavo.
Ho immaginato piuttosto il libro come
l'equivalente volumetrico di un mattone, e come un'increspatura che
smuove qualcosa di statico:
quel libro nell'installazione
artistica deforma il muro, ma allo stesso tempo lo tiene in piedi; se togliamo il
libro quel muro crolla o rimane in piedi in modo precario.
Metaforicamente: da un lato il libro
come fondamento, e dall'altro il libro come qualcosa che smuove il
pensiero contro l'appiattimento del ragionamento. In un muro regolare potremmo
leggere il pensiero omologato e appiattito; in quella deformazione potremmo
leggere qualcosa che smuove quell'appiattimento e risveglia il nostro pensiero
critico.
Altra possibile metafora, sempre da
un punto di vista strettamente personale: tanti libri messi insieme secondo dei
filari, formano anch'essi un muro. Tante volte, scherzando, ho detto che se
nella mia piccola casa non mi dovesse bastare lo spazio per i libri, butterei
giù un tramezzo e lo ricostruirei tamponandolo con dei libri.
E da qui, l'altra riflessione: il
muro non è solo una metafora materiale di divisione, di separazione; il muro
può essere anche metafora di protezione, come le antiche mura delle nostre
città. Qualcosa che ci consente di scrutare lontano ma che allo stesso tempo ci
ripara da un nemico che ci assedia: un baluardo che necessita di
manutenzione costante.
Ecco allora che, se immaginassimo di
mettere insieme idealmente tutti i libri che leggiamo - purché ne facciamo
frutto - costruiremmo un muro immaginario sempre più alto e sempre più robusto
contro gli assedi al pensiero critico: gli assedi degli indottrinamenti, gli
assedi suadenti che vogliono imporci un certo stile di vita - che si pretende
debba essere uguale per tutti -, gli assedi delle tante forme di ignoranza che
possono influenzarci negativamente se non siamo abbastanza
"vaccinati".
Con il termine "libro"
intendo la conoscenza in tutte le sue forme: il libro cartaceo ma anche la
comunicazione multimediale, le riviste e l'informazione comparata, il sapere su
internet ma anche il sapere che apprendiamo dalla testimonianza orale,
da un racconto di vita, e così via.
I mezzi e i canali sono tanti.
L'importante è che la lettura - in senso generale - non ci lasci indifferenti:
la lettura che non porta frutto è come un mattone non ben cotto, il muro
potrebbe cedere o incrinarsi; la lettura che porta frutto, invece, è il mattone
al giusto grado di cottura che - giorno per giorno - ci permette di alzare e di
irrobustire quel muro difensivo e di "contrattaccare".
Prima ancora di "quanto"
leggiamo, penso sia importante "come" leggiamo.
E anche in questo caso non esiste una
ricetta valida per tutti: ognuno di noi matura questa capacità giorno per
giorno, fin da quando inizia l'"età della ragione" - come si usa dire
-.
E non c'è un'età limite, anzi è il
contrario: non si è mai troppo anziani per continuare a essere curiosi e a
imparare, semplicemente può essere diversa la velocità soggettiva; ognuno di
noi ha i suoi tempi tecnici, in questo percorso che inizia fin da quando si
impara ad ascoltare e a leggere, e che prosegue anche - e soprattutto - in età
adulta.
Mauro Rosati
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In tema libri, vedi anche:
https://pianetalaquila.blogspot.com/2021/04/le-salamandre.html
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San Giorgio e il drago (Fonte immagine: iconecristiane.it) |
Oggi, nella ricorrenza di San Giorgio, ripropongo volentieri questo documentato articolo di Sandro Zecca (2018), già pubblicato in passato anche sulla stampa locale.
Un articolo che evidenzia l'importanza della figura di San Giorgio nelle origini della nostra Città! Un «sesto patrono» così come avevamo visto per il «quinto patrono» San Vittorino di Amiterno nel mio articolo del luglio 2018, oltre ai quattro Patroni più noti della nostra Città (San Massimo di Aveja, Sant'Equizio abate, San Celestino V papa, San Bernardino da Siena)!
E, allo stesso tempo: il «primo patrono» dell'Aquila in ordine di apparizione storica, subito dopo la fondazione sveva del 1254; il Santo contitolare della nostra Cattedrale insieme al più «anziano» San Massimo d'Aveja; e il Santo eponimo del Quarto di San Giorgio - appunto -, ossia il «Rione I» della nostra Città, come ci ricordano le numerazioni dei Rioni su molte targhe stradali (odonomastiche) delle nostre strade.
L'odierno stemma del Quarto di San Giorgio riporta tutt'ora il simbolo del Santo, ossia una croce rossa in campo bianco.
Di Sandro Zecca
«San Giorgio, Santo Patrono della città dell’Aquila.
Corrado IV dopo la fondazione della città ordina la costruzione di una
chiesa.
Il Santo più venerato
Nel 1098, durante la prima crociata, l’esercito occidentale composto da cavalieri crociati e condottieri nordeuropei assediava vanamente la città di Antiochia.
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Battaglia di Antiochia. Guglielmo di Tiro, Historia. Miniatura del XV secolo (Fonte immagine: wikipedia.it) |
L’arrivo dei Genovesi, al grido di
battaglia "Genova e San Giorgio", rovesciò l’esito dell’assedio.
Secondo la leggenda, durante la
battaglia San Giorgio sarebbe miracolosamente apparso ai combattenti cristiani,
accompagnato da splendide e sfolgoranti creature celesti con numerose bandiere
bianche sulle quali campeggiavano delle croci rosse.
Dopo questa crociata, San Giorgio divenne
il santo più venerato del mondo cristiano. Il suo combattimento contro il drago
fu scelto come simbolo della lotta del Bene contro il Male e rappresentato da mille artisti.
Il secondo diploma di Corrado IV per l’Aquila
Quando nel gennaio del 1254 Corrado IV, con un diploma, consentì agli
aquilani di costruire la loro città, sapeva di essere scomunicato e che di
certo Innocenzo IV non avrebbe
ascoltato nessuna sua richiesta. Per dare una chiesa all’Aquila doveva muoversi
in autonomia.
Così con un secondo diploma ordinò
che fosse costruita una chiesa intitolata a San Giorgio “nella nostra città di Aquila” perché “abbia un esimio Santo come protettore”
e vi pose un prevosto e sei canonici da “remunerare
con la decima parte di ogni provento e reddito”.
San Giorgio fu il santo patrono della città per tre anni.
Il prevosto di Corrado IV è con ogni probabilità il Mastro Angelo che Papa
Alessandro IV nomina nella bolla del 20 febbraio 1257, nella quale parla
anche della “chiesa dei SS. Massimo e
Giorgio dell’Aquila che state edificando […] e che decretiamo sia d’ora in poi
Cattedrale”.
In realtà Alessandro IV, successore
di Innocenzo IV, non poté che prendere atto di quanto stava accadendo: una
città in forte crescita con una chiesa ed un prevosto non riconosciuti dalla
chiesa di Roma. E così il 22 dicembre 1256 invitò con ‘littera gratiosa’ il
vescovo di Forcona, Bernardo da Padula,
a trasferire all’Aquila la sua diocesi insieme a quella Amiternina, richiesta
accolta dal vescovo dopo aver rogato l’atto per la fusione delle due diocesi
con gli arcipreti di S. Vittorino, Barete e Coppito il 21 gennaio 1257 e dopo la
già menzionata ‘littera executoria’ del 20 febbraio conosciuta anche come
“Bolla di traslazione”.
Solo a quel punto la chiesa di Roma entrò in città unendo il titolo della vecchia Cattedrale
forconese a quello della chiesa di Corrado IV che diventò così dei “SS. Massimo e Giorgio” santi
protettori della città. Poi la distruzione di Manfredi.
Nel 1267 con la ricostruzione angioina della città, Niccolò Sinizzo, secondo vescovo dell’Aquila, iniziò la fabbricazione
della nuova cattedrale ai piedi del Mercato, chiesa che mantenne il vecchio titolo
e in cui fu seppellito nel 1294.
Ma dove si trovava la chiesa di San Giorgio ?
Con ogni probabilità, è quella
ricostruita dai bazzanesi dopo la distruzione operata da Manfredi e tuttora intitolata
a Santa Giusta, capoquarto di San Giorgio.
Tra i primi studiosi a formulare
questa teoria ci fu Luigi Rivera, che fu anche Balì Gran Croce di Giustizia del
S.M.O. Costantiniano di San Giorgio.
Il duca fece notare subito che gli
affreschi del XV secolo raffiguranti le gesta di San Giorgio intento a salvare
la ‘Real donzella’, venuti alla luce nel 1926, andavano visti insieme alla
rappresentazione dei protettori SS. Massimo e Giorgio intagliati ai lati del
coro.
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Sempre di Sandro Zecca, per chi fosse curioso, consiglio anche la lettura di quest'altro contributo dedicato al Diploma di Fondazione della Città (2018):
https://pianetalaquila.blogspot.com/2018/12/sul-diploma-di-fondazione-della-citta.html?m=1
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Moka da cappuccino |
Da
circa 3 anni ho riscoperto il gusto dell’orzo, che preferisco al caffè quando -
in tempi normali - vado in un bar, soprattutto se al mattino.
Ovviamente faccio eccezione solo
davanti al «caffè con il torrone» di una nota e storica caffetteria aquilana,
nel cuore della nostra Città.
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Da bambino l’orzo non mi entusiasmava:
lo bevevo senza problemi ma il suo sapore mi sembrava «scialbo» rispetto al più
appetibile latte con il cacao (che, in ogni caso, mi concedo tutt’ora a
colazione).
E poi l’orzo era - ed è - un po’ il «caffè
dei bambini», almeno così lo vedevo io. Quando guardavo gli adulti bere il caffè
e non volevo essere da meno, mi veniva concessa una tazzina di orzo così che
anch’io potessi condividere quel momento conviviale insieme «ai grandi».
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Oggi, invece, come scrivevo, ho
ripreso ad apprezzare l’orzo con gusto maggiore rispetto all’infanzia: non solo
al bar, ma anche a casa.
Da un paio di settimane ho «rispolverato»
una moka da cappuccino (chiamata «mukka», giocando con le parole), dopo oltre
13 anni di «parcheggio».
Soltanto che adesso, al posto del caffè
ci metto l’orzo. Il meccanismo è lo stesso, e anche la procedura: metà acqua
nella caldaia e metà latte nella caraffa superiore, e ovviamente l’orzo nell’imbutino. Dopo circa 3 minuti, a fiamma bassa, il cappuccino all’orzo è pronto.
La fiamma lenta rende la schiuma
particolarmente abbondante, densa e corposa: una volta versato nella tazza, il
cappuccino all’orzo è una piccola gioia mattutina - per l’olfatto e per il gusto
-; una piccola gioia che, almeno per quanto mi riguarda, non ha nulla da invidiare
al cappuccino tradizionale con il caffè.
E, come per il caffè, rigorosamente
senza zucchero, per apprezzarne a pieno il gusto.
Con il cappuccino pronto, non rimane
altro che versarvi una bella coppetta di cereali o inzupparvi un cornetto per
placare la fame del mattino, particolarmente intensa.
Un amalgama di energia che ci
risveglia dal torpore mattutino.
Evviva l’Orzo!
Mauro Rosati
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Trilly la studiosa! (Foto: Beatrice Sabatini) |
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Trilly la studiosa! (Foto: Beatrice Sabatini) |
Quando ho visto queste due immagini non ho pensato a un 《disturbatore》 ma a un animale dallo sguardo intelligente e acuto, un felino che mi ricorda quasi una lince. Come se quei libri li conoscesse, li comprendesse: chissà nei secoli passati quanti studiosi, monaci in particolare, erano affiancati da questi utili felini mentre erano nei loro 《scriptoria》 a studiare e/o a scrivere o a trascrivere testi.
La studiosa in questione si chiama Trilly e la sua 《coinquilina》 umana mi ha autorizzato a pubblicare queste foto: 《coinquilina》 perché i gatti non hanno padroni, hanno al massimo amici alla pari, fa parte della loro natura ancora prevalentemente selvatica (《il mio gatto》 pensiamo noi umani; 《il mio umano》 pensano invece - probabilmente - i gatti).
La mia prima e scontata battuta è stata di proporre Trilly come membro dell'Accademia dei Lince(i): battuta facile e banale ho pensato; poi però nella pagina di presentazione dell'Accademia dei Lincei ho trovato il passaggio in cui si fa riferimento proprio alla Lince, in merito all'origine del nome.
Lo sguardo acuto di un felino preso a simbolo da una prestigiosa Accademia di studiosi.
Mauro Rosati
P.s.: e poi, inevitabilmente, ho pensato per un attimo alla divertente scena della Sora Lella nel film 《Acqua e sapone》, quando un gatto audace le salta sul tavolo della cucina: https://youtu.be/NUBmgeNc-nQ
Questa
foto è comparsa in un gruppo pubblico di messaggistica - proveniente da un social -
e ha suscitato in me lo stesso "orrore" degli altri componenti di
questa conversazione, persone sensibili che sono sicuro abbiano provato il mio
stesso senso di disgusto.
La foto è stata indicata genericamente
come "fuori da una scuola". E non ha importanza quale sia la scuola,
ha importanza l'immagine in sé.
L'immagine di una società
imbarbarita!
Libri buttati in un cassonetto!
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Fino all'età di 18-20 anni, almeno
per quanto mi riguarda, mi sembrava impensabile la possibilità di buttare un
libro, allo stesso modo di come mi sembrava impensabile buttar via il cibo - a
meno che non fosse andato rovinato in maniera irrecuperabile -.
Fin da bambino mi era stato
insegnato, ed era pensiero diffuso, che i libri non si buttano: si conservano
tramandandoli tra le generazioni, oppure - se erano testi di scuola - si
conservavano quelli che piacevano e si vendevano o prestavano quelli che non
servivano più; o, ancora, se capitavano doppioni o semplicemente non
interessavano più, si donavano (parenti, amici, associazioni, ecc.). Ovviamente
si possono anche vendere a un mercatino dell'usato e recuperarci qualche
soldino.
Se la copertina si rovina, il libro
si porta da un rilegatore che la rimette a nuovo: così ho imparato anch’io come
tanti.
Tutto era immaginabile, tranne che
gettarli nell'immondizia!
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Invece, a partire dalla prima età
adulta mi sono accorto che sbagliavo a dare la cosa per scontata, come fosse un
dogma: esistono persone che buttano via i libri; e spesso persone
"colte" e "titolate" nonché istituzioni che come prima
missione dovrebbero avere proprio la salvaguardia, la diffusione e la
promozione della cultura.
Accorgersi che Scuole o altre
Istituzioni possano essere indifferenti davanti a ciò e che addirittura non ci
pensino due volte a buttare via il loro patrimonio librario, suscita sdegno e
repulsione.
Non vi servono più alcuni libri,
tutti o in parte? Non avete spazio?
Ci può stare...ma attivatevi perché
possano andare in consegna a qualcun altro che magari li sta cercando:
associazioni culturali, altre scuole, biblioteche pubbliche o private, book
crossing, biblioteche "viaggianti", appassionati di materie
specifiche.
Tutto, fuorché buttarli: anche il raccontino per i bambini più piccoli, anche il “romanzetto rosa”, diventano preziosi se riescono a spingere anche una sola persona ad avvicinarsi alla lettura.
Metà della mia piccola
"biblioteca" personale è costituita da libri ricevuti in regalo -
nuovi ma anche di seconda mano -, libri acquistati ai mercatini dell'usato,
libri nuovi - di fatto - acquistati come usato a un terzo del prezzo
originario, libri recuperati poco prima della discarica insieme a colleghi e
amici che mi stanno probabilmente leggendo.
Quanti salvataggi improvvisati negli
anni per scongiurare il cassonetto! E chissà quanti di voi avranno sicuramente
fatto la stessa cosa!
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E poi, in un pomeriggio di aprile, apri
un gruppo di messaggistica e ti trovi davanti una foto come questa: libri nel
cassonetto, appunto.
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Molti di voi hanno sicuramente letto
il romanzo "Fahrenheit 451", di Ray Bradbury: un futuro
immaginario(?) distopico,
come si dice in letteratura, ossia una sorta di mondo surreale da incubo -
letteralmente, un'utopia negativa -. Un romanzo che immagina una società che ha
messo al bando i libri, e quindi la lettura, per evitare che possano suscitare
il pensiero critico; una società dove si può scorrazzare impunemente in auto a
tutta velocità anche uccidendo il malcapitato di turno, o ci si può "rimbecillire"
circondati da schermi televisivi in ogni ambiente delle case che trasmettono
qualsiasi contenuto possa distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica
rispetto a questo regime immaginario, sull'orlo di una guerra; qualsiasi
passatempo è consentito, anche il più idiota, purché si mantenga la popolazione
nel torpore intellettuale
Si può fare un po' tutto, tranne che
possedere libri, reato gravissimo: pena la distruzione della casa con i libri e
conseguenze spiacevoli per i colpevoli.
A occuparsi della distruzione dei
libri, un corpo speciale con una salamandra sulle divise come distintivo.
E ovviamente, ci sono anche i militi
della resistenza, persone che nascondono libri e li imparano a memoria, in
tutto o in parte, pur di salvarne il valore dei contenuti.
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Fantascienza, distopia!
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Davanti a questa foto cosa pensare,
però? Bradbury ci aveva "visto lungo"? Anche noi, con la nostra
società, senza accorgercene, stiamo diventando "salamandre"?
Mauro Rosati
(Fonte
immagine: gruppo Facebook «Antrodoco e dintorni»;
post di Piero Stocchi)
La
prima pagina di questo scritto (inizi Novecento), pubblicato sul gruppo
Facebook “Antrodoco e dintorni”, mi ha ispirato una breve e spontanea riflessione – di getto -,
buttando lì i pensieri dell’istante.
Per questo il post è breve ma serrato, tante punteggiature intermedie ma quasi nessuna pausa. Ho riportato per iscritto il "treno di sensazioni" che mi ha attraversato la mente pensando alla stupenda ferrovia Sulmona-L’Aquila-Rieti-Terni.
Quindi mi scuso fin d’ora
se la lettura dovesse apparire faticosa! 😊
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Veramente una linea ferroviaria
bellissima la Sulmona-L'Aquila-Rieti-Terni!
Lo posso confermare da utente, almeno
per quanto riguarda il tratto che conosco meglio, quello tra L'Aquila e la
piana di Rieti.
Una ferrovia "ardita" in
certi valichi, dove il treno elettrodiesel sembra quasi fermarsi, e allo stesso
tempo una grande risorsa turistica se la si riuscisse a valorizzare in tal
senso, come già accade in molte zone d'Italia - da nord a sud -.
Pensate soltanto ad alcune località
che tocca:
visitate Sulmona e poi salite
a bordo, attraversando le bellezze paesaggistiche e ambientali della Valle
dell'Aterno, toccando le stazioni minori di stupendi borghi; salendo in
altimetria arrivate a L'Aquila dove, a due passi dalla stazione ci sono
le mura medievali (e anche più antiche) ad accogliervi e a condurvi fino alla celebre Fontana delle
"99 cannelle" (Fontana della Rivera) e, a piedi o a motore, potete
raggiungere il cuore storico della nostra città; da L'Aquila poi si prosegue
verso ovest-nord-ovest toccando altre stazioni che possono condurre verso tanti
possibili itinerari culturali e/o naturalistici; quindi, arriva un altro
paesaggio bellissimo quando si sale verso il valico "di Rocca di Corno"
(insieme alla molto più recente Sella di Corno) e si scende nelle Gole
di Antrodoco, attorniati da montagne boscose verdeggianti; poi ecco nuove
piccole stazioni e nuovi borghi, Antrodoco, Borgovelino, Castel
Sant'Angelo e terme di Cotilia, Cittaducale - tutti meritevoli di
menzione -; poi arrivate a Rieti, antica città che vi accoglie con un tratto
delle sue mura medievali e vi abbraccia nel suo delizioso centro storico su una
collina a ridosso del fiume Velino; e, ancora, di nuovo in viaggio
toccando altri borghi notevoli lungo la Valle Santa, Contigliano,
Greccio; giungiamo quindi alla celeberrima Cascata delle
Marmore, opera di ingegneria idraulica romana dove il Velino si tuffa
nel Nera, la cascata "intermittente" che si apre e si chiude
artificialmente, una cascata più piccola come portata ma molto più alta di
quelle del Niagara; siamo entrati in Umbria e arriviamo infine a Terni,
più nota ai molti come città industriale e che invece riserva anche bei viali
alberati e un centro storico di tutto rispetto.
Ovviamente possiamo percorrere il
tragitto anche al contrario!
Tutto questo in soli 164 km circa di
ferrovia!
164 km che uniscono tre Regioni
(Abruzzi, Lazio, Umbria), tre Province (L'Aquila, Rieti, Terni), tre valli
fluviali (Aterno, Velino, Nera), decine di Comuni dagli splendidi borghi,
quattro deliziose Città ognuna caratterizzata da una sua bellezza
caratteristica e peculiare; colline, monti e pianure.
Mauro Rosati
«Addì
undici d'Abrile fo el primo fonnamento»
(Buccio di Ranallo, Cronaca
Rimata, prima metà XIV secolo)!
Nota storica.
Come la maggior parte dei «natali» delle città, l'11 aprile è ovviamente una data
simbolica legata a una serie di significati che chiamano in causa elementi nei
quali non mi addentro, tra i quali il simbolismo di «nascita e rinascita»
legato alla Primavera astronomica.
Quindi marzo, e soprattutto aprile
sono particolarmente «prediletti»:
pensiamo ai «natali» di Roma, il 21 aprile;
oppure a Venezia con il 25 marzo, agli esordi della Primavera ma soprattutto
nel giorno dell'Annunciazione, evento che pre-annuncia la Natività del Signore
celebrata il 25 dicembre.
Nel caso dell'Aquila, l'11 aprile citato dal nostro Buccio di Ranallo di
Coppito di Aquila, celebra la rifondazione angioina della nostra città dopo la
distruzione della nascente città «sveva» - con Corrado IV - distrutta nel 1258 dalle
truppe del successore Manfredi a causa della posizione filo-papale della nuova
città (e, probabilmente, anche con il benestare «attivo»
dei Signori feudali che tiranneggiavano molti castelli e terre del futuro
Contado aquilano).
Con l'avvento di Carlo I d'Angiò,
Aquila riprese ufficialmente un processo interrotto pochi anni prima e un «discorso» che era iniziato già nel
1229.
Con la fondazione sveva e la ri-fondazione angioina prende forma e si consolida
quell'assetto urbanistico di città pianificata, a maglie regolari, che a
tutt'oggi caratterizza la quasi totalità del nucleo più antico. Un disegno
urbanistico conservatosi anche dopo le ricostruzioni post-sismiche del passato
e quindi patrimonio materiale complessivo da vincolare e continuare a custodire
«gelosamente».
Uno dei più grandi e notevoli episodi
di urbanistica del Basso Medioevo, parafrasando una bella definizione che ne
diede il prof. Alessandro Clementi.
E allo stesso tempo si consolida quel passaggio di un sito già abitato, dal
semplice «locus»
(loco, località) di Accule/Accula/Acquili alla «Civitas nova»
di Aquila, ossia un centro abitato organizzato e governato da Istituzioni
civili e religiose di cui diventa sede.
Sulle preesistenze abitative nel sito dove oggi sorge L'Aquila sono sempre più
evidenti gli indizi documentari, archeologici, architettonici e anche la Logica:
difficile pensare che un colle posto
strategicamente e favorevolmente tra un altopiano e il corso di un fiume, zona
obbligata di passaggio di importanti direttrici di collegamento fin da epoche
antiche, non avesse qualche forma di insediamento abitativo e non avesse anche
una possibile funzione commerciale. Ai confini tra Sabina e «Vestinia», sulle direttrici che
collegano la Via Salaria alla Via Tiburtina.
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Per concludere: ben venga, quindi, che esista anche per noi aquilani un
giorno di «Compleanno»
e ben venga che si celebri!
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Nota intellettuale.
Per ragioni di «crediti» intellettuali in materia,
ritengo spontaneo e doveroso citare gli studiosi Beatrice Sabatini e Sandro
Zecca - già noti al pubblico aquilano - che da tempo si interessano
all'approfondimento e alla divulgazione sulle origini e pre-origini della
nostra Aquila.
La loro divulgazione su queste tematiche
ha suscitato questa mia breve nota storica.
Mauro Rosati